Roland Kirk, l’oscuro jazzista che ispirò i Jethro Tull

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Tra il 1968 e l’inizio degli anni ’70 il mondo del rock – e del pop, com’era definito allora – fu messo a subbuglio dalla figura fuori dagli schemi di Ian Anderson e dalla sua band, i Jethro Tull. L’uomo, abbigliato come un barbone e con una bizzarra e ribelle chioma rossiccia che si perdeva, senza soluzione di continuità, in una folta barba, si muoveva sul palco come un ossesso, gli occhi spiritati e ritto su una gamba sola in una posa a metà tra una gru e una figura presa a prestito dallo yoga.

Ma la cosa più eccezionale era lo strumento che suonava, il flauto traverso, mai visto nel rock. E – soprattutto – il modo in cui Ian vi soffiava dentro. Un fitto reticolo di virtuosismi tra jazz, classica e rock, e un curioso modo di soffiare, borbottare e agitarsi che lo facevano sembrare un pazzo conclamato, che si era impadronito di quel nobile strumento forse rubandolo a qualche malcapitato orchestrale.

Il successo fu subitaneo e travolgente, tanto che ancora oggi Anderson calca i palcoscenici di tutto il mondo, sempre accolto dalla stima che si tributa ai miti viventi.

Eppure – come capita spesso – tutto quello che fece Ian Anderson, ammettendolo sempre, peraltro, fu di mutuare pedissequamente lo stile e le invenzioni di un altro oscuro musicista, travisando il tutto in chiave rock. Quel musicista si chiamava Roland Kirk, e questo articolo non solo racconta la sua storia, ma cerca anche di pagare il giusto tributo al suo genio spesso dimenticato.

Per raccontare l’incredibile vita di Kirk ci dobbiamo spostare nel tempo al 7 agosto del 1936 e nello spazio a Flytown, quartiere di Columbus nell’Ohio. Mentre nella lontana Europa iniziavano a soffiare minacciosi i venti della Seconda Guerra Mondiale, a Flytown Kirk compiva due anni ed era protagonista di una tragedia più piccola e personale: un’infermiera calcolò male la dose di un farmaco oculistico da somministrare al piccolo, una svista infinitesimale, causandogli la cecità pressoché totale che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Il ragazzino, che allora si chiama ancora Ronald, privato del senso della vista, fa di necessità virtù e si concentra sui suoni. Flytown è un quartiere cosmopolita, un subbuglio di suoni, colori ed etnie. Italiani, africani, ungheresi, irlandesi e chissà quanti altri, un melting pot dove le case sembrano spuntare dal nulla nel tempo di un assolo jazz; si dice addirittura che arrivino volando, da qui il nome di Flytown.

Il giovane Ronald assorbe con sensi di ragno tutti i suoni che lo circondano e – con l’ingegnosità che sarà sempre una sua caratteristica – si costruisce il primo strumento a fiato, praticando dei fori su un comune tubo da giardino in gomma. Cerca di riprodurre tutto ciò che sente, dalle melodie delle chiese per i neri che provengono dalle funzioni religiose alla musica classica.

Passa alla tromba con le lezioni della madre, ma un saggio medico – preoccupato per quel che rimane dei suoi occhi e dalla pressione esercitata soffiando a pieni polmoni – lo sconsiglia. È in quel periodo che Ronald cambia nome. La vicenda dà la misura della bizzarria quasi mistica dell’individuo: Kirk, da sempre, sostiene che i sogni gli insegnino la via per vivere e che ognuno di essi finisca – notte dopo notte – per cambiare la sua vita. In uno di questi sogni è la luna a suggerirgli di cambiare nome da Ronald a – senza troppo sforzo, verrebbe da dire – Roland. Un altro sogno, nell’allora lontano 1970, gli suggerirà di aggiungere Rahsaan.

Ed è ancora in sogno, mentre Roland si è aggregato come sassofonista a una band di R&B, che gli viene suggerita l’idea che ne segnerà lo stile: suonare più strumenti contemporaneamente. Nel seminterrato del locale negozio di musica rinviene quelli che il gestore definisce rottami, un manzello e uno stritch, due arcaici sax che il nostro modificherà inseguendo quel suono che aveva sentito nei suoi sogni.

Roland Kirk è allora pronto per il suo volo. Oltre a sax e tromba, impara a suonare una pletora di strumenti a fiato, praticamente tutti quelli esistenti: flauto, armonica, clarinetto, oboe, corno, campana, flauti da naso e una serie di aggeggi di sua invenzione. La evil box, per cominciare, una scatola elettrificata che emetteva suoni inquietanti, il rokon, una sorta di fischietto e dei tubi di gomma che soleva chiamare black mystery pipes.

Agghindato come un albero di Natale, Roland Kirk si presenta in scena con la sua panoplia di strumenti appesa al collo, dando vita a improvvisazioni in cui suona fino a tre sax contemporaneamente, producendo accordi e note singole simultaneamente. Una cosa mai vista.

Prendendo spunto da alcune registrazioni di Sam Most e Yusef Lateef mette a punto la sua tecnica più celebre al flauto, quell’ultrasoffio che farà la fortuna di Ian Anderson. Oltre a barbugliare, soffiare e gracchiare mentre suona, doppia la melodia o la ripropone variando l’ottava, con effetti spesso dissonanti. Fino ad allora era stata solo accennata dai musicisti citati, senza avere la sistematicità di Kirk.

Impara anche la respirazione circolare, particolare pratica che permette di usare le guance come fossero mantici, soffiando e respirando contemporaneamente. È una tecnica usata dagli zampognari che permette di emettere note di durata potenzialmente illimitata e sequenze praticamente interminabili.

Ma Roland Kirk non è solo tecnica, per quanto la sua conoscenza enciclopedica di classica e jazz gli permetta di passare in scioltezza da un genere all’altro e di lavorare come turnista per grandi come Quincy Jones e Charles Mingus, di cui è grande amico. Roland è soprattutto un animale da palcoscenico senza rivali; non è certo di quelli che si accontentano dell’applauso, il buon Roland; è come se ogni volta volesse strappare urla di entusiasmo agli spettatori. Non li può vedere – sostiene qualcuno – e allora ha bisogno di sentirli gridare, per sapere che sono contenti. Non solo, Kirk oltre a suonare come se fosse invasato dal demonio, spesso parla e straparla, improvvisando veri comizi sulla condizione dei neri; ritiene che il jazz – termine che non ama e che sostituisce con musica classica nera – non abbia abbastanza spazio sui media, arrivando anche a fondare il Jazz People’s Movement nel 1970. Ma sono proprio questi suoi eccessi forse a renderlo inviso a gran parte della critica e anche ad alcuni colleghi. Le sue frequenti bizzarrie vengono spesso ritenute più adatte a un fenomeno da baraccone che a un raffinato musicista jazz.

Nonostante questo Kirk incide tantissimo, più come bandleader che come turnista; Kirk At Copenaghen è un bellissimo live dove interviene il bluesman Sonny Boy Williamson II, I Talk With Spirit del 1964 è invece uno dei suoi lavori più maturi e misurati, dove si dedica solo all’amato flauto, e contiene la splendida Serenade To A Cuckoo, ormai vero standard e resa celebre dalla versione targata Jethro Tull. Le citazioni delle band rock si moltiplicano; dopo la band di Ian Anderson, per un periodo e soprattutto nel prog e nel folk, pare impossibile che un complesso non abbia un flautista in organico. Il barbuto Ian lo cita spesso e volentieri come ispirazione e perfino Jimi Hendrix lo etichetta come a stone cold blues musician.

Forte della popolarità, Roland Kirk suona sempre più, ancora e ancora; soffia come un indemoniato dentro le diavolerie che inventa, soffia fino a quando, nel 1975, qualcosa nel suo cervello si rompe: una vena che gli causa una violenta emorragia cerebrale, quando non ha nemmeno quarant’anni. Il risultato è che si salva ma deve cedere come tributo l’uso di un braccio, che rimane paralizzato. La sua reazione è la stessa che aveva avuto perdendo la vista: “Se riuscivo a suonare tre sax con due braccia, riuscirò a suonarne uno con un braccio solo!

Si riprende e riparte in infiniti tour; appare in televisione, alla radio, in Europa e in America, riuscendo, pur con le nuove menomazioni, ancora a suonare più strumenti assieme. Pare quasi di vedere le scene in cui i medici si raccomandano di non esagerare e il buon Roland – quasi in delirio mistico – tirare dritto per la sua strada, quella che i sogni continuano a indicargli.

E proprio dai suoi amati sogni, Rahsaan Roland Kirk, il mattino del 5 dicembre del 1977, non si risveglia. Una seconda, devastante emorragia cerebrale lo uccide nel sonno a soli 41 anni.

La sera precedente aveva tenuto un concerto alla Frangipani Room dell’Indiana University Student Union di Bloomington.

Anche quella sera aveva fatto faville.

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