Il professore e il pazzo: un film che riscopre la radice dell’intelletto

Questo articolo racconta il film Il Professore e il Pazzo di Farhad Safinia in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

La storia del genere umano è correlata da imprese epiche che hanno irrimediabilmente migliorato la comprensione del mondo. Dalle scoperte scientifiche che ci hanno allungato notevolmente l’esistenza, alle miriadi di scritti su qualsivoglia argomento. Nell’epoca delle soluzioni smart, anche la vita si sta via via adeguando a questo insano modo di fare che falcidia letteralmente non soltanto posti di lavoro, ma sintassi e comprensione del testo.

Tutto ha inizio quasi alla fine del Diciannovesimo secolo, quando in Inghilterra l’Università di Oxford si mette in testa di redigere un’opera faraonica: l’Oxford English Dictionary. Quest’ultimo, secondo gli studiosi, dovrebbe custodire tutti i termini di lingua inglese, con la relativa origine e le modifiche che la parola può raggiungere, essendo il linguaggio come ben si conosce, un organismo vero e proprio in continuo movimento. Il dizionario è destinato a sostituire l’incompleto “Johnson Dictionary” e l’impresa viene affidata dalla commissione universitaria, tramite la sua casa editrice, al filologo e lessicologo scozzese James Murray nel 1879.

L’epopea degli inglesi in realtà era iniziata addirittura venti anni prima, ma la troppa rapidità con cui la lingua si sviluppava mano mano frenò gli impeti accademici, cestinando momentaneamente l’idea. Fu grazie alla tenacia del lessicologo che si trarrà sin da subito un entusiasmo insperato. Nonostante l’infinito ostracismo di alcuni accademici della Università che sottolinearono perentoriamente le difficoltà della stesura nei decenni precedenti, Murray ha una idea così tanto ingenua quanto geniale: coinvolgere tutta la popolazione britannica.

Così attraverso una missiva all’interno di ogni nuovo libro in terra d’Albione, incoraggia a chi ne abbia voglia di rispondere alla lettera con una parola e la sua definizione, dimostrandola in una frase di senso compiuto. Questa trovata frutta allo studioso la direzione della commissione incaricata della stesura dell’opera. L’inaspettato aiuto di un uomo coltissimo, ma in una situazione psichica difficoltosa, donerà agli studiosi un pozzo a cui attingere nei momenti di difficoltà e di vero e proprio stallo che il progetto incontra per la strada.

Ma chi è quest’uomo? È William Chester Minor, interpretato nella pellicola dal superbo Sean Penn, un medico statunitense che, segnato profondamente dalla guerra di secessione americana, torna a casa con gravi problemi psichici dovuti alle grandi atrocità del conflitto. Crede di essere braccato da un uomo che lui stesso ha marchiato a fuoco per diserzione (all’epoca era una pratica abbastanza comune e truculenta, ed i colpevoli venivano marchiati esattamente come le bestie d’allevamento). In questo impeto di follia finisce per uccidere tal George Merrett, un padre di famiglia che rientrava a casa dopo il lavoro, lasciando la sua famiglia in ristrettezze economiche. Anche da internato però avrà la lucidità necessaria per far destinare la sua pensione da medico alla famiglia del malcapitato. Ma la sua lucidità ad intervalli gli permise addirittura di effettuare vere e proprie operazioni chirurgiche all’interno della struttura, salvando la vita ad una guardia del manicomio di Broadmoor, posto in cui anch’esso “soggiornava”.

È inutile dire che l’amicizia tra i due studiosi fu, anche se per lo più epistolare, molto intensa e ricca di significato, le continue missive cementarono l’unione tra due menti eccelse. Grazie agli scritti di Simon Winchester del 1998 L’assassino più colto del mondo, poi ripubblicato con lo stesso titolo del film, il regista Farhad Safinia sotto lo pseudonimo di P.B. Shemran, riesce con delicatezza, tipica delle sue origini, a descrivere una vicenda che ha dell’incredibile.

Safinia conosce Mel Gibson durante la co-sceneggiatura del controverso e spaventosamente realistico Apocalypto, e già in un tema complicato e difficilmente interpretabile come quella delle tribù pre-colombiane emergono le capacità di costruzione della storia da parte del regista di origini iraniane. Ma la genesi della pellicola, come il dizionario, inizia qualche decennio prima: infatti l’attore/regista di Peekskill ha l’idea di mettere in scena la narrazione già alla fine degli anni Novanta. Poi però per diverse vicissitudini, dovute anche agli impegni ed ai successivi problemi che l’attore fu costretto ad affrontare, non se ne fece nulla sino al 2016, affidando la regia proprio al suo più fidato collaboratore. Scelta più che azzeccata, che ha portato alla luce degli eventi praticamente sconosciuti al di fuori delle terre d’Albione.

Alla fine la stesura conclusiva del dizionario vedrà la luce nel 1928, diversi anni dopo la dipartita dei suoi maggiori contributori, con la bellezza di dodici volumi (all’inizio sarebbero dovuti essere solo quattro), contenenti più di un milione di citazioni e quattrocentomila vocaboli. Quello che emerge dall’opera è principalmente una delicatezza d’intenti che premia una volontà indomabile, una ambizione non dovuta di certo alla notorietà o al vile denaro, ma per il bene della conoscenza. Una lezione che tutti dovremmo apprendere, sempre più oscurati da smanie di visibilità condite da una scarsa lungimiranza.

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