Tappy Larsen, il campione reso folle dagli orrori della guerra

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Nel luglio del 1950 gli spettatori di Wimbledon hanno occasione di assistere a una scena più unica che rara; sul campo centrale si stanno affrontando l’australiano Frank Sedgman e lo statunitense Artur Larsen, detto Tappy. L’americano è in vantaggio per due set a uno, il match è combattutissimo. A un certo punto, prima di servire, Tappy si blocca fissando un punto indefinito a bordo campo.

Gli appassionati del tempo non hanno ancora assistito – ovviamente – alle scenate teatrali di John McEnroe, al tennis freddo e robotico di Bjorn Borg e Novak Djokovic e ai tic ossessivi di Rafael Nadal, ma quello che hanno occasione di vedere all’opera è un tennista che riassume tutte le bizzarrie di chi ha giocato prima di lui e di quelli che verranno dopo.

Il giocatore è Arthur Tappy Larsen e ciò che sta fissando a bordo campo è un passerotto che ha avuto la brillante idea di posarsi tra le prime file.

La scena va avanti per un po’, poi Tappy inizia a inveire contro il pennuto; l’arbitro, giustamente perplesso, gli chiede cosa stia succedendo e – per tutta risposta – il tennista scaglia una pallata all’indirizzo del passero che finisce tra il pubblico. A quel punto l’uccellino, vista la malaparata, vola via e Tappy gli scaglia appresso la racchetta. Potrebbe sembrare a tutti gli effetti una scena inusuale, ma non lo è nemmeno poi tanto per il tennista americano.

Tappy Larsen nasce come Arthur il 17 aprile del 1925 ad Hayward, cittadina della California; buon tennista da ragazzo, appena diciannove lo ritroviamo in Europa a far parte della storia con la esse maiuscola. Arruolato nell’esercito, quel biondo ragazzo dalla magrezza sorprendente non si fece mancare nulla. Dallo sbarco di Anzio a quello di Normandia, fino alla tragica Offensiva delle Ardenne, Larsen fu sempre in prima linea.

Soprattutto tra i boschi impenetrabili del Belgio, durante la tremenda controffensiva tedesca contro le truppe alleate, Tappy vide probabilmente più di quello che occhi umani dovrebbero vedere. L’unità dell’americano fu massacrata in un agguato e all’arrivo dei soccorsi Larsen era l’unico superstite. Di più, il tank destroyer dove si trovava era rimasto col portello bloccato e il ragazzo condivideva l’abitacolo da quattro giorni coi commilitoni morti. Stanco e disidratato, il giovane Arthur venne rispedito in patria e sepolto da una montagna di medaglie.

Se il fisico recuperò in breve tempo, la sua mente rimase sempre turbata. Lo psicologo, saputo che era stato un campioncino di tennis, lo incoraggiò a riprendere lo sport come terapia.

Oggi diremmo che il suo era uno shock post-traumatico coi fiocchi, all’epoca si pensava semplicemente che il tennista fosse un po’ – se non parecchio – svitato.

Ma torniamo a Wimbledon e ai quarti di finale del 1950. A chi, dopo la partita avesse avuto la ventura di chiedere lumi sul suo comportamento verso l’innocuo passerotto, Tappy avrebbe risposto con naturalezza che stava semplicemente difendendo l’aquila portafortuna che gli svolazzava attorno durante la partita, salvo posarsi sulla sua spalla al cambio di campo. Un’aquila che – va da sé – esisteva solo nella sua immaginazione.

Quella partita lo statunitense la perse al quinto set – Sedgman era peraltro fortissimo e avrebbe vinto Wimbledon quell’anno – ma si rifece qualche mese dopo, vincendo gli US Open, ultimo Slam della stagione. Dotato di un fisico asciutto e scattante, Tappy era mancino e autore di un tennis estremamente creativo; scendeva spesso a rete e chiudeva molti punti con delle raffinate palle corte; storici del tennis lo paragonano a una sorta di prototipo di John McEnroe, tutto talento e sregolatezze.

Lo shock post traumatico gli aveva lasciato in eredità una serie di tic e incredibili fissazioni. Il soprannome Tappy, da “tap” – toccare – veniva dal vezzo di tocchicciare tutto e tutti, dalla rete alla maniglia della porta, dalle sedie agli avversari, cui dispensava vigorose pacche. Non solo, a decidere il numero dei tocchi era il giorno della settimana: uno il lunedì, due il martedì, fino ai sette della domenica, giorno deputato alle finali dei tornei. Un altro tic era quello di non calpestare mai le linee bianche del campo, vezzo diffuso tra i tennisti, peccato che Tappy – artista delle fissazioni – si industriasse per evitarle anche durante il gioco, con conseguenze stranianti. Un’altra ossessione era quella di giocare con le tasche dei pantaloni piene di oggetti, i più svariati, dagli spiccioli alle chiavi e via dicendo.

Poteva capitare che all’improvviso il giovane si bloccasse a metà di qualche azione, estraniandosi del tutto dalla realtà, tanto che una volta lo lasciarono negli spogliatoi e lo ritrovarono dopo un’ora e più con un calzino infilato a metà; bloccato, perso in chissà quali fantasticherie.

Ma la caratteristica più celebre era la sua convinzione di avere un uccello – che cambiava di volta in volta e di cui orgogliosamente indicava specie e nome scientifico – posato sulla spalla, con cui intratteneva animate conversazioni, a cui faceva domande e con cui ora litigava, ora rideva a crepapelle. Poteva essere un passero, o una gazza, fino alla già citata aquila. Chi lo avesse visto lo avrebbe preso per uno di quei pazzi che si vedono per strada parlare da soli, magari evaso da qualche oscuro manicomio; né più né meno.

Eppure ogni suo tic nascondeva l’orrore di quei giorni in prima linea. L’ossessione per le righe bianche derivava dal fatto che gli ricordassero i traccianti dei proiettili che illuminavano a giorno le notti nella foresta delle Ardenne; quando rimaneva bloccato probabilmente aveva scambiato qualche rumore per attività nemiche, e se ne stava fermo per non farsi scoprire; la sua combattività derivava di nuovo dai giorni della guerra; allora la sfruttava per sopravvivere, poi per vincere. Aveva sostituito un’ossessione con un’altra.

Ma Tappy, oltre a essere pazzo e talentuoso, era anche un amante della bella vita. La resistenza del suo fisico era proverbiale, nonostante fumasse quantità industriali di sigarette e fosse del tutto alieno alla disciplina del bravo sportivo. Una delle tante leggende che sorsero sulla sua figura, racconta del vittorioso torneo di Barcellona del 1955.

Dopo una semifinale di oltre sei ore – in cui batté Rose – si fece la doccia e andò direttamente a spassarsela tutta la notte nella movida cittadina. Si ripresentò il giorno dopo direttamente al Club, prese a toccare tutto sette volte e sconfisse Budge Patty giocando altre cinque ore.

L’anno dopo ebbe un grave incidente a causa di una delle sue passioni, la Vespa, che gli costò tre settimane di coma, la perdita di un occhio e acciacchi vari. La fine della carriera, a farla breve.

Era pazzo, ma fu un grande campione. Oltre all’unico titolo Slam, andò in finale al Roland Garros nel 1954, vinse quarantuno tornei del circuito e fu numero tre del mondo nel ’50, il suo anno migliore.

Continuò a gravitare nel mondo del tennis per un po’ come allenatore ed ebbe lunga vita, fino al 2012. Sembrava fosse indistruttibile.

Fu sepolto con tutti gli onori militari.

Oggi che gli appassionati del tennis milionario hanno occhi solo per i soliti tre, Federer, Nadal e Djokovic, e ne analizzano al microscopio tic, fissazioni e ogni minima paturnia, piace pensare che Tappy Larsen, il tennista che li aveva anticipati sessant’anni prima, se ne stia lì a bordocampo a osservare, ridendo e bestemmiando.

Con la sigaretta in bocca e la fida aquila su una spalla.

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