David Purley: sfidare la morte per sentirsi vivi

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Bognor Regis, West Sussex, 1962

A Bognor Regis c’è il mare. Non è il mare dove scottarsi al sole già in primavera, certo, siamo nel sud dell’Inghilterra; ma ad agosto la temperatura massima media supera i venti gradi, e sulle spiagge sabbiose sono stati edificati da tempo dei villaggi vacanze.

“It was just like Butlin’s” – è la frase passata alla storia che Ringo Starr, il batterista dei Beatles, pronunciò nel 1968 al ritorno dall’India. I giornalisti di tutto il mondo trepidavano per l’attesa di sapere come se la cavassero i Beatles alla corte del guru Maharishi, ad apprendere la meditazione trascendentale, e Ringo paragonava l’ashram del maestro ai villaggi vacanze di Butlin, proprio quelli di Bognor Regis.

Quel giorno del 1962, sul mare di Bognor Regis, un piccolo aereo da diporto solca l’aria. A pilotarlo è un ragazzo di diciassette anni che l’ha preso di nascosto dal padre.

Si chiama David Purley.

Zandvoort, Olanda, 29 luglio 1973

Sono passati undici anni da quel giorno, quando ritroviamo David Purley al volante di una March di formula uno. Sta correndo appena il suo secondo grand prix; al settimo giro, mentre naviga nelle ultime posizioni, assiste allo schianto dell’amico e compagno di squadra Roger Williamson, pochi posti più avanti. L’auto urta le barriere, si capovolge, si incendia. Sono i primi giri e – nonostante l’urto non sia particolarmente violento – i serbatoi pieni di benzina diventano per Roger una trappola.

Capelli rossi, ciuffo ribelle, efelidi ovunque e sguardo furbetto, Williamson è una delle più grandi promesse dell’automobilismo del Regno Unito. David vede la scena, compie un giro e ritrova l’auto ribaltata senza che nessuno se ne curi.

È uno tosto, David, spericolato per natura, ha già fronteggiato la morte tante volte. Il padre è un industriale nel ramo dei frigoriferi; LEC, si chiama la ditta. Tenete a mente questo acronimo. Il giovane Purley, con la sua espressione disincantata da inglese al pub, non è fatto per la vita d’ufficio, per la ventiquattr’ore e per giacca e cravatta. Lui fa parte degli spericolati, sottocategoria: candidati all’eroismo. Di quelli che, per sentirsi vivi, devono arrivare sempre a un passo dall’irreparabile.

E così David l’irrequieto si arruola nella Coldstream Guard, corpo militare specializzato nelle azioni più estreme, al servizio di Sua Maestà.

Durante un lancio d’esercitazione il suo paracadute non si apre e David, in ossequio alle leggi enunciate da Isaac Newton, va giù che è una bellezza, a peso morto come Dio comanda. Ma la dote principale di Purley è il sangue freddo: punta l’istruttore e – un attimo prima che questi apra il suo paracadute e che tutto sia perduto – ci si aggrappa. Scendono a terra abbracciati come due innamorati.

Non basta: in un’altra esercitazione nelle Ardenne il blindato, su cui Purley e sei commilitoni si trovano, salta su una mina. Se ne salva solo uno. Manco a dirlo è David.

Corazzato da tante avventure si dedica alle corse. Sfascia tante auto ma vince pure parecchio, mettendosi dietro futuri campioni come James Hunt, Niki Lauda e Tony Brise, un altro che di sfortuna ne ebbe parecchia.

Ma quel giorno a rischiare la vita è l’amico Roger Williamson e David non ci pensa due volte: ferma la sua March sull’altro lato della pista e si getta – tra i bolidi che continuano a sfrecciare – in una corsa da centometrista; arriva che le fiamme sono ancora timide, forse vede Roger che, incastrato nell’abitacolo, cerca di trarsi fuori. Lo sente, forse.

Allora invoca l’aiuto dei commissari, strappa l’estintore di mano a uno di questi che, inebetito, osserva la scena. Più David si dà da fare con l’estintore e più le fiamme rifioriscono, alimentate dal pieno di benzina. Gli altri piloti continuano senza fermarsi, paradossalmente vedono un pilota vicino alla March e pensano che sia la vittima dell’incidente che è già sgusciata fuori.

Un momento del filmato è particolarmente straziante: David Purley che si piega sulle ginocchia, vinto dalla disperazione, mentre tutto attorno gli addetti non sanno cosa fare. Un attimo, poi il pilota si getta con rinnovato vigore tra le fiamme; tenta di rovesciare l’auto facendo leva su una gomma. Ma non c’è nulla da fare, Roger Williamson muore tra le fiamme, mentre la telecamera indugia sulla nera March numero diciotto di Purley che, poco più in là, si abbandona alla disperazione. Sembra di intuirne il pianto, dietro il casco.

Un’autobotte arriverà solo pochi minuti dopo, quando la formula uno avrà già scritto una delle sue pagine più nere.

Silverstone, 14 luglio 1977

Sono passati quattro anni. David Purley ha continuato a correre, accumulando pochi grand prix e nessun successo. L’hanno ricoperto di medaglie e complimenti per il suo eroismo, che lui ha accolto col pacato disincanto che sfoggia nella gioia e nel dolore. Ora corre con una formula uno di sua creazione, che ha chiamato LEC, come l’industria paterna. L’auto è lenta, ma è lanciata pur sempre a duecento all’ora alle curve Beckett’s quando l’acceleratore rimane bloccato. C’è un muro piuttosto solido all’esterno e, quando la nera LEC vi piomba a 180 chilometri all’ora, non si sposta di un centimetro. 179,8 G, la decelerazione più violenta mai misurata. Ma David, l’indistruttibile, sopravvive anche questa volta. Si rompe 29 ossa, e per estrarlo dai rottami ci vuole un quarto d’ora.

Rimarrà l’unico record di David Purley in formula uno.

Snetterton, 23 settembre 1979

Due meccanici stanno introducendo a braccia un pilota nell’abitacolo di una vecchia Shadow. La gara vede al via delle formula uno, ma vecchie di un anno; è la Formula Aurora, una sorta di outlet della formula uno, una serie che andrà avanti per pochi anni e che ricicla vecchie auto e piloti di seconda schiera, in giro per le piste inglesi; vi otterrà qualche soddisfazione anche Giacomo Agostini, nella vana speranza di trionfare anche con le quattro ruote.

Il pilota della Shadow è una nostra vecchia conoscenza, David Purley. Una serie di operazioni e il tempo l’hanno rimesso in sesto, ma tuttora si regge a malapena in piedi e deve essere aiutato per entrare nell’abitacolo.

Una follia.

Eppure, a fine gara, Purley è quarto.

Ma non è stupido, David. Non può continuare a correre così, se deve rischiare la vita deve farlo ad armi pari.

E allora torna al suo primo amore, il volo.

Stabilisce un record di ascensione in mongolfiera e si sposta pilotando il suo aereo. John Watson, valente pilota anni ’70 e ’80, una volta gli chiede un passaggio: finirà col pentirsene per il resto dei suoi giorni, tanta è la paura per lo stile acrobatico di Purley.

Bognor Regis, 2 luglio 1985

Se è vero che la vita è un cerchio, quella di David Purley è stata come minimo un cerchio infuocato. E come un cerchio la sua storia si chiude laddove l’abbiamo iniziata: nei cieli e sul mare di Bognor Regis.

I protagonisti sono David e il suo biplano con cui da un po’ si dedica al suo nuovo hobby, il volo acrobatico. Un giro della morte uscito male – o chissà, troppo bene? – l’azzurro del cielo che si mischia con quello del mare, con la costa della Normandia che fa capolino nelle giornate più terse, e stavolta è davvero la fine.

David si inabissa col suo biplano.

L’epitaffio lo scrive un suo rivale, sicuramente più fortunato, James Hunt:

“Penso che si possa esaurire la scorta di fortuna, lui ha decisamente usato tutte le sue nove vite”.

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