L’inferno degli IMI: storia di un soldato italiano deportato dai nazisti

Anni trenta, ci troviamo in un paese dell’entroterra marchigiano votato perlopiù all’agricoltura. Da una botte enorme, in quel periodo dell’anno vuota, situata nella cantina sottostante all’abitazione della famiglia Manoni, proviene flebilmente il suono di uno strumento, sembra un cordofono.

Luigi, questo è il nome del ragazzo poco più che adolescente che di nascosto dal padre si destreggia con il violino. Lui, come molti di quell’età non ama studiare ed è ribelle, ma ha una smisurata passione per questo strumento che smetterà di studiare nel 1939, quando parte per il servizio militare.

1940. Mussolini entra in guerra e Luigi, ventunenne, invece di tenere tra la mascella e la spalla il violino, si ritrova ad imbracciare un fucile per puntarlo, forse, contro un coetaneo che probabilmente come lui coltivava una grande passione interrotta dalla guerra e proprio come lui, al paese, ha lasciato una fidanzata.

Quella di Gigi, così si faceva chiamare, era Argene, che sarebbe diventata sua moglie e madre dei suoi figli.

8 Settembre 1943

Sono passati tre anni da quando, involontariamente, è diventato un soldato, ha ventiquattro anni e insieme al suo battaglione si trova nella caserma Cascina a Merano, quando arriva un comunicato. Sono tutti entusiasti, urla di gioia e abbracci, Badoglio, accortosi dell’impossibilità di proseguire la guerra, chiede un armistizio che viene accettato.

Dopo l’euforia del momento i soldati si accorgono di non avere ordini, di non sapere cosa fare o dove andare, ma il 12 dello stesso mese, come in tutta Italia, anche a Merano arrivano le truppe tedesche che occupano la caserma, disarmano i soldati e poco dopo li conducono alla stazione ferroviaria.

I tedeschi offrono a tutti quei giovani e agli ufficiali due scelte: combattere presso le loro file o nella Repubblica sociale italiana oppure essere deportati.

Luigi insieme a molti altri sceglie la seconda opzione. Così da soldato diventa un IMI. I Nazisti non considerano i soldati catturati come prigionieri di guerra, privandoli quindi anche delle tutele garantite dalla Convenzione di Ginevra. Li classificarono come “Internati Militari Italiani” abbreviato in IMI.

Ad appartenere a questa categoria, ancora oggi sconosciuta e poco approfondita, furono in circa 650.000. La maggior parte di questi rifiutarono qualsiasi collaborazione dando vita ad una sorta di resistenza passiva. Nemmeno le torture e la possibile e conseguente morte fecero vacillare la scelta di non dare contributi al nazifascismo.

Torniamo a Luigi, che caricato su un carro per bestiame, così pieno di prigionieri che risultava impossibile persino stendersi, viene trasportato nella Prussia orientale. Quel viaggio verso gli inferi terminò il 16 settembre, durò precisamente quattro giorni e quattro notti, senza nemmeno una sosta per i bisogni fisiologici. Gli odori che hanno accompagnato quel calvario li lasciamo alla vostra immaginazione.

Il 16 Settembre 1943 gli IMI arrivano nel campo di concentramento di Allenstein in cui vengono smistati.

Iniziano i lavori coatti. “Coatto”. Se si cerca questo aggettivo sul dizionario si può ben vedere che tra i significati troviamo “Costringere” e “imporre con forza e autorità.”

Dicevamo, iniziano i lavori coatti, e parliamo di qualsiasi lavoro in qualsiasi condizione. Durante la prigionia quei soldati avevano perso lo status di esseri umani, infatti alla “schiavitù lavorativa hitleriana” si sommava il freddo, la fame, le conseguenti malattie e le percosse degli ufficiali tedeschi.

Oltre a ciò si aggiungeva la paura, non solo quella di essere uccisi dai carnefici ma anche la paura di morire sotto i bombardamenti delle nazioni che avrebbero dovuto essere “liberatrici”.

Ma un giorno, mentre Luigi era impegnato a sgomberare una delle tante città bombardate, tra le macerie trova un violino malmesso.

Decide di portarlo con sé e in qualche modo metterlo a nuovo. Nei pochi momenti in cui non lavora suona, ed è proprio il violino, oltre alla fede religiosa, che lo salva da quella condizione inumana.

Infatti mentre molti compagni, ormai disperati, e senza nessun appiglio, piano piano decidono di lasciarsi andare e finalmente morire, Luigi, in mezzo a tutto quel dolore e quella morte, ma soprattutto impantanato nell’odio, suona e prega. Attraverso la spiritualità, ma soprattutto attraverso il violino, si innalza da quell’orrore e ritrova una sorta di serenità, nello strumento aveva trovato l’ancora e il mezzo che lo conducesse ai ricordi di un passato felice.

Lo strumento oltre a portarlo via dalla malinconia, in qualche modo, seppur lievemente, gli cambiò la situazione lavorativa. In una lettera scrive:

“Il lavoro continuava a svolgersi come prima soltanto che ora invece di ramazzare le vie della città ero adibito allo sgombero delle macerie, lavoro pesante ma ero appagato perché ho trovato qualche indumento di vestiario cosicché ho potuto abbandonare tutti gli stracci che da tanto tempo portavo indosso e per di più trovai un violino il quale mi fece abbandonare la malinconia e fu quello che forse mi salvò. Il comandante del lager da quel giorno mi prese in considerazione e io subito trovai come poter star meglio e, per tramite l’interprete, feci comprendere che non potevo suonare causa del lavoro troppo pesante; subito mi cambiarono lavoro indirizzandomi ad una famiglia borghese vicino al lager.”

In seguito, all’interno del lager, insieme ad altre persone costituì una piccola orchestra (di cui parla nella lettera allegata).

La lettera di luigi alla famiglia

Inoltre, in questa lettera scritta alla mamma, afferma;

“…sebbene il mio violino sia in letargo, ve n’è un altro che fa le sue veci: esso è molto per me perché mi toglie dai cattivi pensieri e mi ridona tanti ricordi belli di un tempo passato al quale bramo…”

1945

La guerra finisce, e Luigi Manoni ridotto allo stremo delle forze, affronta il viaggio di ritorno, lo fa in qualsiasi modo, a piedi o attraverso mezzi di fortuna.

Torna a casa con i piedi logori, magrissimo, non arrivava a pesare nemmeno 40 kg, ed è vestito di stenti. Ma con sé aveva qualcosa: era un violino, con una spaccatura sulla cassa armonica e una bruciatura di sigaretta. Era il violino che durante la prigionia gli aveva salvato la vita.

Si ringrazia Gemma, la figlia di Luigi, per l’aiuto fornito per la ricostruzione di questa storia

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