La storia vera dietro al film Il Pianista

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È paradossale come nel raccontare l’ennesimo punto di vista sul secondo conflitto mondiale avvenuto in Europa, si debba pensare che tutto ciò che è capitato sia stato vano. Soprattutto quando di tanto in tanto tira nuovamente aria di guerra in Europa e nel mondo, spesso non per ragioni legate alla liberazione da una forza politica pericolosa, ma per meri interessi commerciali di singoli Paesi. Non pensando minimamente alle vite delle persone comuni, con le loro speranze ed ambizioni, anzi cercando il più possibile di confinarle e purtroppo anche eliminandole fisicamente: per delucidazioni chiedere a tutte le varie etnie indio-americane.

Esiste ovviamente una correlazione tra tutti i conflitti sorti nella storia umana, e molto spesso per le solite banali ragioni. In una Europa sempre più sull’orlo di una crisi di nervi, ancora pesano se non altro a livello emotivo i due conflitti mondiali del Novecento, secolo che nonostante si voglia cancellare dal mainstream, ancora è vivo e vegeto, dicendoci tutto quello che non avremmo dovuto fare, e che in realtà si sta riproponendo sotto una messianica farsa.

Molte storie sono state raccontate nei Paesi occupati dai nazisti, a volte spartiti come in un gioco da tavolo, ed è molto particolare e concitata la vicenda della Polonia. Gli occupanti tedeschi definivano le popolazioni slave come esseri ai limiti dell’umano, e durante l’invasione, partita il 29 agosto del 1939, gli ordini alla Wehrmacht erano precisi: uccidere senza nessuna remora tutte le donne, gli uomini e bambini di lingua ed etnia polacca, distruggendone anche la classe dirigente politica, intellettuale e religiosa. Così da fornire agli ingombranti vicini lo spazio vitale (in lingua tedesca “Lebensraum”) e favorire le minoranze teutoniche nella nazione, sfruttando tutto quello che il Paese aveva da offrire: dalle immense miniere di carbone, alla schiavitù dei superstiti delle angherie tedesche.

In tutto ciò certamente la popolazione polacca non stette a guardare. Numerosi sono stati gli atti di sabotaggio ai danni del nemico, e ancora più significative le rivolte nelle varie città, tra cui spicca quella della capitale Varsavia. Avvenuta fra il primo di agosto ed il due ottobre del 1944, con l’esercito dell’Armata Rossa quasi alle porte, che purtroppo vide i partigiani polacchi soverchiati dalla potenza militare tedesca. Anche qui ci sarebbe da notare e dibattere sul mancato aiuto sovietico alla resistenza polacca, che forse per opportunismo attese vilmente l’esito, così da indebolire ulteriormente i tedeschi, dopo le fragorose vittorie militari sul fronte orientale.

È proprio in questa città che si sviluppano le vicende personali del pianista e compositore polacco di origine ebraica Władysław Szpilman. Quest’ultimo, grazie ad un impareggiabile spirito di sopravvivenza, riuscì a scampare ai campi di concentramento all’interno del ghetto della capitale polacca, grazie ad amici benevoli che lo nascosero rischiando loro stessi di essere messi al muro. Szpilman, formatosi artisticamente con Aleksander Michalowski e Josef Smidowicz, entrambi allievi di Franz Liszt alla accademia Chopin di Varsavia, riesce grazie al suo grande talento ad ottenere diverse borse di studio, che lo porteranno a girare per l’Europa.

Ritornato nella sua città natale, riesce a trovare un impiego nella radio nazionale, dove si diletta anche a comporre colonne sonore per l’ormai affermata settima arte. Ovviamente, dopo l’invasione tedesca è costretto a subire tutte le umiliazioni e privazioni che il suo status di ebreo comporta, e proprio questo lo spingerà a scrivere subito dopo la guerra il libro autobiografico Morte di una città (“Śmierć miasta”), in Italia arrivato come Il pianista. Il libro riscosse immediatamente una enorme popolarità, anche se con piccole omissioni dovute alla situazione geo-politica ancora poco chiara, e che consegnerà la Polonia nelle mani di Stalin.

Alla fine degli anni Novanta, il figlio di Szpilman, trovandone una copia negli oggetti di famiglia, fece ristampare la biografia con l’aggiunta dei diari dell’ufficiale tedesco Wilm Hosenfeld, uomo che, oltre a dare un aiuto fondamentale al compositore, contribuì a salvare non soltanto polacchi, ma anche diversi ebrei. Vani furono dopo la guerra i tentativi di farlo liberare, dopo la condanna di venticinque anni ai lavori forzati per crimini di guerra, per via dell’appartenenza ad un distaccamento militare dedito allo spionaggio. Numerose furono anche le intercessioni delle donne e degli uomini, compreso Szpilman che l’ufficiale aveva salvato, ma il suo destino, grazie alla sua posizione, purtroppo risultò segnato sin dalla sua cattura e la seguente deportazione a Stalingrado.

È proprio grazie alla seconda rivisitazione della vita del compositore su carta che Roman Polański prende spunto per la sua pellicola omonima del 2002, con un approccio certosino, tralasciando veramente pochi particolari di quello che fu l’occupazione nazista con le sue immani barbarie, e con la stessa quotidianità di Władysław Szpilman che va via via peggiorando, in un turbinio di enfasi empatica con il protagonista. Quest’ultimo è interpretato da Adrien Brody, che porterà a casa l’Oscar come miglior attore protagonista, mentre Polański vincerà quello come miglior regista.

Quello che si percepisce principalmente, e che esce sia dalla pellicola che dalle pagine letterarie, è proprio l’infinita caparbietà del pianista, che sopravvive anche grazie alla sua immensa passione per la musica. Senza alcuna illusione e con estrema veridicità, Polański riesce in tutto questo orrore a narrare anche la poesia dell’immaginazione umana nel cercare nella bruttezza un barlume di speranza, che per alcuni rappresenta forse una trappola, ma che invece in questo caso emerge in tutto il suo splendore. Un’ode, più che all’orrore, alla instancabile ricerca della salvezza che dovrebbe essere narrata in ogni scuola, perché in un periodo storico così controverso, ritrovare ed instillare l’empatia e la sensibilità nelle nuove generazioni è più che un obbligo.

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