Snowden: la vera storia dello scandalo Datagate

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di Snowden di Oliver Stone, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Il film Snowden, uscito nel 2016 e diretto da Oliver Stone, riguarda la particolarissima vicenda di Edward Snowden, tecnico informatico ed ex dipendente della Central Intelligence Agency, nota con l’acronimo di CIA, risultato poi responsabile della rivelazione di informazioni segrete governative concernenti i delicatissimi programmi di intelligence, tra cui anche il sistema delle intercettazioni telefoniche. Anche per questa pellicola cinematografica, la produzione e la sceneggiatura non si basano su una diretta interpretazione della storia di Snowden, traendo ispirazione, invece, da due libri, The Snowden Files di Luke Harding e Time of the Octopus di Anatoly Kucherena. Il personaggio principale è interpretato da Joseph Gordon-Levitt, ma il film sorprende, quando lo stesso Edward Snowden entra in scena nei panni di sé stesso nell’epilogo della pellicola, nonché in alcuni spezzoni collocati durante i titoli di coda.

La trama del film

Nella parte iniziale del film, Edward Snowden incontra due giornalisti in un centro commerciale di Hong Kong, spostandosi poi nella stanza di un hotel, dove l’informatico si lascerà convincere a parlare delle informazioni top secret in merito alle illegalità perpetrate dalle agenzie governative americane, nel corso di numerosi controlli sulla popolazione. La storia compie, poi, un salto temporale all’indietro per chiarire le varie tappe che avevano portato Snowden al decisivo momento di rivelare le scottanti informazioni in suo possesso. Nel 2004 l’informatico aveva dovuto lasciare l’esercito americano per un infortunio alla tibia, passando poi ad un ruolo nella prestigiosa CIA.

Allo screening iniziale, Snowden non era risultato spinto da motivazioni adeguate per entrare nella più importante agenzia governativa americana, ma il direttore pro-tempore, Corbin O’Brian, decise ugualmente di concedergli tale opportunità. Il nuovo funzionario venne impiegato nel settore denominato “The Hill”, nel quale fu destinato immediatamente al cyber warfare. In tale contesto, apprese i dettagli del famigerato Foreign Intelligence Survelliance Act, una norma specifica che rende vano il “Quarto Emendamento” della Costituzione statunitense, concedendo la possibilità di qualsivoglia azione di sorveglianza o di intercettazione ai danni dei cittadini, soltanto con una preventiva e rapida valutazione da parte di una corte speciale di magistrati, peraltro scelti dalla stessa Amministrazione e, pertanto, non garantendo il principio democratico della “terzietà” che deve contraddistinguere ogni giudice.

Nel periodo seguente, saranno due, in particolare, gli incontri che incideranno maggiormente sullo scetticismo latente di Edward nei confronti dell’operato del suo Governo. Dapprima l’incontro con Lindsay Mills, tramite un sito di appuntamenti, con le sue idee all’avanguardia e progressiste, convinta che i cittadini debbano essere i veri protagonisti e debbano sempre avere la possibilità di mettere in discussione le scelte dei propri governanti. Poi, l’incontro con Gabriel Sol, durante la trasferta a Ginevra nel 2007 come figura diplomatica sotto copertura, dal quale apprende l’esistenza di metodi ancora più subdoli ed invasivi di quelli conosciuti in precedenza, fino ad arrivare al tentativo di incastrare un uomo d’affari, trascinandolo alla guida dopo averlo fatto ubriacare. Si trattò dell’episodio che convinse Snowden a congedarsi dall’incarico.

In seguito, l’informatico accettò di partecipare ad una spedizione in Giappone, partecipando ad un programma assolutamente innovativo che egli stesso battezzò “Epic Shelter”. Questo programma avrebbe dovuto assicurare il backup di tutti dati delle postazioni USA in Medio Oriente, qualora una nociva incursione informatica avesse distrutto l’hardware di appartenenza. In tale operazione, Snowden apprese che la NSA e le altre agenzie governative stavano anche procedendo ad inserire pericolosi malware nelle principali infrastrutture e nei settori finanziari di molti Paesi, in modo che, se questi avessero cambiato orientamento politico, i complessi sistemi telematici inseriti avrebbero potuto provocare l’affossamento degli stessi.

Edward, allora, cominciò a vivere un periodo di crescente stress e di crisi, fino al punto che il suo tormentato stato d’animo allontanò temporaneamente l’amata Lindsay. La donna, comunque,  dopo tre mesi tornò a vivere con lui e non lo abbandonò neanche quando scoprì che soffriva di epilessia. Snowden acquisì il titolo di “consulente “ per la CIA, iniziando il suo nuovo lavoro in un luogo davvero infelice, denominato “The Tunnel”, un bunker sotterraneo utilizzato durante la seconda guerra mondiale, riconvertito in un centro di controllo per la sorveglianza elettronica. Qui venne a sapere che il suo programma “Epic Shelter” era ormai impiegato nelle operazioni militari, guidando nel concreto piloti di droni bombardieri negli attacchi letali sul territorio afghano. 

Nel periodo successivo, Edward si distaccò sempre di più dall’ambiente che lo circondava, disgustato dal fatto di essere costretto ad assistere alle menzogne inventate dai suoi capi nei confronti dell’opinione pubblica. Prima della decisione finale, Snowden invitò la compagna a tornare dalla sua famiglia nel Maryland, non volendola coinvolgere pienamente nel suo terribile segreto e nel suo audace progetto. Nell’ultimo flashback del film, Edward copia tutte le informazioni accumulate in una scheda microSD che nasconde nel suo portafortuna, un cubo di Rubik, invitando poi con una mail criptata i due giornalisti ad incontrarlo ad Hong Kong. A questo punto il film torna alla scena iniziale. Le sconvolgenti rivelazioni arrivano, poi, alla stampa, coinvolgendo giornali illustri come il Washington Post ed il The Guardian.

Il 5 giugno 2013 proprio questi due giornali pubblicano un articolo sulla NSA (National Security Agency) che elabora informazioni su privati ed ignari cittadini, utilizzando Verizon, Skype, Youtube, Google, Apple, Microsoft et cetera. Ma Snowden, aiutato anche dai due giornalisti, riesce a prendere un volo diretto per la Russia, deciso poi a raggiungere l’America Latina. Il governo americano non si fa attendere nelle sue immediate contromosse, revocandogli il  passaporto. Al momento del film, a Snowden stavano scadendo i tre anni di asilo politico concesso dal governo di Mosca, puntualmente poi rinnovato. Nel 2015 anche l’Unione Europea ha riconosciuto all’analista informatico lo status di “rifugiato politico”, negando, per il futuro, qualsiasi possibile accordo di estradizione con gli Stati Uniti.

Chi era Edward Snowden

Nato e cresciuto nella Carolina del Nord, la sua famiglia apparteneva alla media borghesia americana (il padre era un ufficiale della guardia costiera del Maryland, mentre sua madre era impiegata presso la corte federale del Maryland). È sintomatico scandagliare il suo passato, apprendendo, ad esempio, che non portò a termine gli studi superiori di informatica presso l’Anne Arundel Community College, nonostante successivamente sia divenuto “un mago” del computer. Snowden terminò gli studi presso una scuola privata, in quanto affetto da attacchi di epilessia. Riuscì a conseguire un master telematico in Computer security, pur non essendo laureato. Non bisogna dimenticare che, sottoposto a verifica, riportò ben 145 punti in due test sul quoziente di intelligenza.

Gli inquirenti americani, con il senno di poi, hanno elaborato diverse ipotesi sull’orientamento politico di Snowden, cercando di individuare una matrice ideologica dietro alle motivazioni che lo hanno spinto a rivelare le sconvolgenti informazioni. Sul suo computer sono stati ritrovati adesivi di supporto ad alcune organizzazioni di libertà su Internet, come l’Electronic Frontier Foundation e Tor Project. Alcuni conoscenti hanno riferito che Edward sostenne di aver votato candidati di terze parti alle presidenziali nel 2008, evitando di schierarsi sia dalla parte dei Repubblicani che da quella dei Democratici. Nelle primarie del 2012, tuttavia, sembra che abbia partecipato alle campagne di donazioni a favore di Ron Paul.

Secondo la ricostruzione dell’analista d’intelligence Gavino Raoul Piras, il “tradimento” di Snowden sarebbe derivato dalla più pericolosa delle defezioni, cioè la “delusione ideologica”. L’informatico sarebbe rimasto notevolmente deluso dall’Amministrazione Bush e da quella successiva di Obama che, nella realtà, non avrebbe cambiato nulla rispetto al predecessore. Di particolare importanza, per capire il suo pensiero, è una delle dichiarazioni che lo stesso Snowden rilasciò ai mass-media, di cui riportiamo un breve stralcio:

“Ho deciso di sacrificarmi, perché la mia coscienza non può più accettare che il governo statunitense violi la privacy, la libertà di internet ed i diritti basilari della gente in tutto il mondo, tramite un immenso meccanismo di sorveglianza costruito in segreto.”

Gli inquirenti hanno indagato a lungo su un’eventuale motivazione economica che potesse essere alla base della decisione di procedere alla denuncia pubblica. In merito, tuttavia, non è stata trovata alcuna traccia di pagamenti o ricatti nei confronti di Snowden, dovendosi concludere che si trattava si un onesto patriota che amava il suo lavoro, ma che non ha potuto sorvolare sulle ripetute violazioni dei principi contenuti nella Costituzione Federale, con strategie quasi criminose da parte dei servizi di intelligence. Non bisogna trascurare il fatto che il valore dei documenti trafugati sarebbe stato di immenso valore, se lui avesse optato per un accordo con una Potenza straniera. Inoltre, Snowden si è anche preoccupato di tutelare le persone citate nei vari documenti, pretendendo l’oscuramento dei dati sensibili dei soggetti coinvolti, al momento della divulgazione da parte della stampa.

Cos’è la NSA

Dobbiamo anche cercare di comprendere cosa sia in realtà la NSA. Il prestigioso magazine americano “New Yorker” l’ha definita come la più grande, costosa e tecnologicamente sofisticata struttura di spionaggio mai conosciuta. La NSA sarebbe tre volte più grande della CIA e ad essa sarebbe attribuito un terzo delle risorse dell’intero budget annuale destinato alle attività di intelligence. Il suo quartier generale, situato a Fort Meade, nel Maryland, copre circa cinquemila acri di terreno ed è protetto da sistemi di scanner biometrici e di ricognizione facciale. Si occupa esclusivamente di spionaggio delle telecomunicazione e si ritiene l’Agenzia che assume il numero più elevato di matematici e di crittografi al mondo. Alcuni esperti considerano possibile che la NSA sia in grado di intercettare tutte le comunicazioni del mondo, registrando i contenuti di ogni telefonata, email, chat e video, in considerazione dei costi che attualmente sono diventati abbastanza sostenibili.

Ogni computer “Narus” utilizzato dalla NSA può processare fino a 100 miliardi al giorno di e-mail con una media di mille caratteri ciascuna. Ed in considerazione del fatto che si stima che la struttura di Bluffdale contenga almeno 12.150 computer Narus attivi, l’esperto in materia Bill Binney ha affermato che “saranno in grado di immagazzinare le comunicazioni dell’intero mondo per i prossimi cento anni”.

Per quanto riguarda l’utilizzo dei dati raccolti, nessuno conosce bene cosa avvenga, poiché l’operato dell’Agenzia è top secret, come è impossibile stabilire con certezza quanti soggetti abbiano accesso a tali notizie. Secondo quanto sostenuto dal Guardian, anche i servizi segreti inglesi del GCHQ (Government Communications Headquarters) avrebbero accesso ai grandi canali delle telecomunicazioni, ossia ai cavi in fibre ottiche che trasportano le telefonate ed il traffico internet mondiale. The Guardian riporta che, in linea generale, circa 850mila analisti abbiano accesso ai database delle intercettazioni illegittime.

Si ritiene, opportuno, anche evidenziare le giustificazioni addotte dal governo americano. Al momento esplosivo delle prime divulgazioni pubblicate dal Guardian e dal Washington Post, il presidente Obama ha cercato di spiegare che i programmi svelati da Snowden erano stati in realtà autorizzati dal Congresso, ma, come è stato accertato, il Patriot Act, pietra miliare della legislazione antiterroristica USA  post-11 settembre 2001, è stato interpretato in maniera troppo estensiva, consentendo poteri di intercettazione pressoché sconfinati. Il generale Keith Alexander, a capo della NSA, difese pubblicamente il programma di sorveglianza di massa, in quanto avrebbe permesso di sventare ben 50 complotti terroristici, aiutando gli Stati Uniti a prevenire un altro evento catastrofico come quello dell’11 settembre 2001.

Non si può sapere se queste affermazioni corrispondano a verità, anche perché le informazioni raccolte dall’Agenzia non solo sono top secret, ma anche destinate ad un rigido sistema di classificazione e di conseguente “compartimentalizzazione”, al punto che forse neppure i leader hanno una visione completa di quanto avviene. 

A Snowden è stato contestato anche il fatto che, invece, di divulgare le informazioni direttamente ai media, avrebbe potuto appellarsi al Congresso o all’Office of Inspector General del Dipartimento Difesa, deputati ai controlli interni ed alla verifica delle politiche adottate dalle Agenzie di sicurezza. Non bisogna dimenticare, tuttavia, che in passato alcuni personaggi sono finiti nei guai, anche utilizzando canali ritenuti “leciti”, come nel caso di Thomas Drake, incriminato per spionaggio, di seguito riabilitato, ma sprofondato nella disperazione e nella bancarotta economica. Non vi è dubbio, comunque, che, ai sensi della legge americana, Snowden abbia commesso un crimine, violando l’obbligo del silenzio a cui aveva prestato giuramento per la sua security clearance, ossia l’autorizzazione che gli consentiva di poter accedere a documenti segreti ed a files, considerati così delicati da oltrepassare il concetto stesso di top secret.

È giusto precisare che sono stati espressi molti dubbi sull’autenticità delle affermazioni espresse da Snowden, fomentati soprattutto dal “vulnerato” apparato governativo americano. Se la maggior parte della stampa e dell’opinione pubblica internazionale hanno considerato Snowden un vero e proprio eroe dei nostri tempi, una parte minoritaria ne ha voluto sottolineare le fragilità emotive e psicologiche, condizioni che l’avrebbero portato a divulgare notizie nocive per il suo Paese. Non si può trascurare, tuttavia, l’incontrovertibile elemento di come egli abbia messo a repentaglio la propria vita, la libertà di movimento e la carriera, per rendere noto l’enorme piano di spionaggio e di violazione della privacy ai danni di milioni di persone non solo nel territorio degli Stati Uniti, ma in tutto il globo. Il “datagate”, così come è stato soprannominato l’affare Snowden, suscitò veementi reazioni da parte di numerosi Paesi, anche simpatizzanti degli Stati Uniti, ma non dall’Italia, dimostratasi molto tiepida nell’apprendere le incresciose rivelazioni.    

Nel corso del 2019, Edward Snowden ha pubblicato un libro autobiografico, dal titolo Permanent record, con chiaro riferimento alla creazione di files permanenti sui cittadini. Tale pubblicazione ha comportato un’ulteriore protesta da parte degli USA che hanno continuato a stigmatizzarlo, accusandolo di violazione degli accordi di riservatezza firmati con CIA e NSA. La procura della Virginia ha intrapreso una causa civile contro l’analista, perché il libro sarebbe stato pubblicato senza essere sottoposto alla revisione delle agenzie di intelligence per cui l’autore aveva lavorato. Nel mirino della giustizia americana, è finito anche l’editore Macmillan. È inutile dire che, per quest’ultimo, la controversia giudiziaria ha costituito un motivo in più di diffusione pubblicitaria. Nella traduzione italiana il libro è stato intitolato “Errore di sistema”, edito dalla Longanesi. 

Alcune riflessioni sul suo operato

L’azione di Snowden, non deve essere considerata una “monade” a sé stante, ma deve essere inquadrata nel panorama complessivo degli accertamenti sempre più evidenti sull’operato delle agenzie governative americane. Si menziona, a tale proposito, un’importante pronuncia della corte di appello di New York su uno dei punti cardine dell’attività di spionaggio statunitense. Il 7 maggio 2015, infatti, a seguito di ricorso di varie associazioni promotrici dei diritti civili, tra cui si segnala la “American Civil Liberties Union” (ACLU) contro una serie di reati di alti funzionari segreti, la sentenza della corte di appello, annullando la precedente decisione della Corte distrettuale di New York, ha affermato che la raccolta di “metadata” delle agenzie di sicurezza ha ecceduto la portata dell’autorizzazione concessa dal Congresso con la sezione 215 del Patriot Act. In particolare, la corte di appello di New York ha evidenziato come il fatto che i “metadata” non includano il contenuto delle conversazioni intercettate, non sminuisce la portata della violazione della privacy nei confronti dei cittadini.

Il citato articolo del Patriot Act richiederebbe l’esistenza di una specifica indagine, affinché potesse ritenersi giustificata una qualsivoglia intromissione nella vita privata dei cittadini, mentre una raccolta dei dati svolta in maniera indiscriminata assumerebbe i connotati di un vero e proprio “controllo preventivo”. In più, tale interpretazione della giurisprudenza di merito americana è confermata dal fatto che l’autorizzazione contenuta nella sezione 15 del Patriot Act esclude in maniera chiara i cosiddetti “threat assessments”, indagini meno invasive che possono essere condotte dalla FBI, sulla base delle normali procedure stabilite dalle varie linee guida. Lo stesso Snowden, in un’intervista del giugno 2014, ha sottolineato come gli esponenziali sviluppi tecnologici di questi ultimi anni possano essere indirizzati verso due differenti obiettivi con finalità opposta: verso la crescita della democrazia o verso la sua riduzione. Riportiamo, di seguito, un breve stralcio dell’intervista citata:

“Internet è uno straordinario amplificatore di potere, ma amplifica sia il potere degli individui che quello degli Stati. Potenziare i super-stati, già strapotenti ed ultra-organizzati, ha ristretto il dominio delle nostre libertà in modo grave, perchè gli Stati avevano già molto più potere rispetto a qualsiasi individuo, ma se consideriamo  il potere aggregato delle comunità civili che si formano su Internet per solidarietà verso una certa causa, senza barriere nazionali, una comunità digitale che mai prima d’ora era esistita nella storia, c’è ragione di sperare…”

Ci si chiede, inoltre, se la NSA avesse il sospetto che Snowden potesse arrivare  alla dirompente divulgazione che ha dato vita al datagate e, in particolare, se qualcuno sapesse o se addirittura Snowden fosse stato lo strumento, forse inconsapevole, di una macchinazione molto più sottile, oserei dire quasi diabolica. Si tratta, ovviamente, delle ipotesi borderline che piacciono tanto ai seguaci del “complotto ad ogni costo”. Sta di fatto che è emerso come Edward Snowden, il 5 aprile 2013, abbia inviato una mail all’agenzia che forse poteva mettere in allarme la stessa organizzazione sulle intenzioni dell’instabile funzionario. Nella mail, Snowden scriveva: “Ho una domanda riguarda al training obbligatorio USSID 18”. Le United States Signals Intelligence Directive 18 rappresentano le regole che l’NSA dovrebbe osservare per proteggere la privacy nei settori della comunicazione negli Stati Uniti.

Quando nel 2004 fu pubblicata, per la prima volta, la richiesta di Snowden contenuta nella precitata mail, l’NSA riferì che essa era stata trattata come una semplice segnalazione, alla quale fu data una risposta immediata. Tuttavia, la documentazione raccolta successivamente ha dimostrato che nel processo di risposta furono coinvolti vari elementi dell’organizzazione. Sembra, perfino, che la mail di Snowden sia stata inoltrata a due avvocati dell’OGC (Oversight and Compliance Office) che si occupa degli affari legali della NSA, prima di rispondere all’analista informatico. Uno degli avvocati gli avrebbe risposto che “gli ordini esecutivi hanno forza di legge”, aggirando le perplessità avanzate dal funzionario.

Edward Snowden ha portato la sua esperienza in tutto il mondo, rivolgendosi qualche tempo fa anche al Parlamento Europeo. Nel particolare, l’ex funzionario USA ha criticato l’attuale normativa europea in materia di protezione dei dati in personali, in quanto a suo avviso, troppo rivolta all’aspetto “tutelativo” degli stessi dati, piuttosto che preoccupata della raccolta. Il pericolo maggiore, pertanto, deriverebbe dai colossi del digitale, come ad esempio Google e Facebook, che dovrebbero mutare i propri metodi operativi. Lo stato attuale delle comunicazioni digitali darebbe vita ad un sistema mostruoso che indebolisce sempre di più la popolazione comune, a vantaggio di un ristretto gruppo di privilegiati, composto dai Governi, dai giganti del web e dalle multinazionali. La General data ptotection regulation (GDPR) dell’Unione europea stabilisce un meccanismo di sanzioni per le violazioni in materia di privacy, prevedendo per le aziende che violino la normativa, multe che possono arrivare anche al 4% del fatturato globale o a cifre come 20 milioni di euro. Nella realtà, però, queste sanzioni fanno fatica ad essere applicate, rendendo deboli gli sforzi dei legislatori europei.

La scelta di Snowden non è stata soltanto coraggiosa, ma anche meditata, in quanto mettersi sotto i riflettori mondiali lo ha protetto e gli ha consentito di ottenere l’asilo politico. Si pensi al caso di Chelsea Elizabeth Manning che aveva scelto di rimanere nell’ombra. La donna, accusata di aver trafugato migliaia di documenti riservati, durante il suo incarico di analista intelligence durante le operazioni militari in  Iraq e di averli consegnati all’organizzazione WikiLeaks, fu arrestata e detenuta in condizioni inumane, secondo quanto sostenuto da Juan Mendez, l’inviato speciale ONU contro la tortura. Manning fu scarcerata dopo sette anni e quattro mesi di carcere, per un cosiddetto “atto di clemenza” del Presidente Obama (in realtà pressato dall’opinione pubblica internazionale), ma poi ritornò in galera nel marzo 2019 per aver rifiutato di testimoniare a proposito della WikiLeaks. Pertanto, al di là delle motivazioni apparentemente disinteressate, la scelta di Snowden non è stata avventata, bensì mirata ad ottenere largo consenso nella comunità internazionale e, forse, anche per raggiungere quella fama che il semplice incarico di analista, seppure di documenti super-segreti, non gli avrebbe assicurato. Queste, tuttavie, sarebbero speculazioni psicoanalitiche che esulano da un approfondimento fenomenologico dell’intera vicenda.

In ambito internazionale, il “datagate” innescato da Snowden ha avuto ripercussioni notevoli. Sicuramente non è che prima non ci fossero sospetti sull’attivià illecita di spionaggio e di raccolta dati da parte degli Stati Uniti e di altri Paesi, ma per la prima volta la situazione critica era proposta all’opinione pubblica internazionale, sulla base di prove incontrovertibili e provenienti da una fonte certa. All’indomani delle rivelazioni di Snowden, le maggiori proteste si fecero sentire proprio da parte degli Stati alleati degli USA e, più in generale, da parte degli stati considerati democratici.   Con i casi clamorosi che hanno visto coinvolta la presidente brasiliana Dilma Roussef e la cancelliera tedesca Angela Merkel, il risentimento e la diffidenza nei confronti degli Stati Uniti sono progressivamente cresciuti. Di gran lunga meno veemente è stata la reazione di Paesi non alleati, come la Cina e la Russia, nonostante l’asilo politico riconosciuto ad Edward Snowden. Questi Stati, infatti, adottano altri sistemi invasivi di spionaggio e di raccolta dati, magari meno generalizzati di quelli americani, ma forse anche più insidiosi perchè meno conosciuti ed istituzionalizzati. Confuse ed imbarazzate, poi, sono state le repliche di Paesi come il Regno Unito, peraltro all’epoca dei fatti membro effettivo dell’Unione Europea, Israele ed Australia, di cui è emersa la collaborazione diretta con la stessa NSA statunitense.

In sintesi, come si può inquadrare l’intervento di Snowden? Di certo l’informatico americano, ferme restando le motivazioni personali ancora non del tutto chiarite, si impone come l’emblema di un conflitto clamoroso e non più latente tra le diverse esigenze di controllo elettronico, privacy e sicurezza. Anche la NSA, travalicando i limiti del consentito nel campo dell’intelligence, rappresenta su larga scala quanto viene attuato quotidianamente da parte di media troppo aggressivi o siti web invadenti. Occorre, pertanto, un’attenta riflessione, non solo all’interno di una grande e storica democrazia come quella americana, ma nell’ambito dell’intera comunità internazionale, sulla necessità di disciplinare in maniera ragionevole il contemperamento di interessi tra la sicurezza nazionale e la protezione della privacy dei cittadini.

Per garantire, in maniera sostanziale, i principi di libertà e di democrazia, non si può invocare il brocardo “il fine giustifica i mezzi”, senza considerarne tutte le conseguenze. I meriti delle grandi democrazie vengono a galla, soprattutto quando si cerca di rimediare agli errori commessi, senza però illuderci, in maniera utopistica, che tutto possa diventare improvvisamente chiaro e cristallino. Lo spionaggio, infatti, è una delle attività più antiche del mondo e fa parte del complesso delle relazioni internazionali, molte volte mascherate da cordiali rapporti diplomatici. L’obiettivo deve essere quello, almeno, di circoscrivere il più possibile l’acquisizione di dati a campi che effettivamente attengano alla sicurezza ed alla prevenzione di fenomeni terroristici, senza invadere l’intimità e la vita privata degli ignari cittadini.

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