Ritratto della Giovane in Fiamme: analisi e significato del film

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di Ritratto della Giovane in Fiamme di Céline Sciamma, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Una doverosa precisazione

Esiste, nel composito mondo delle categorie cinematografiche, la definizione di mainstream gay movie: l’esempio recente più noto è quello di Call me by your name (2017) di Luca Guadagnino. Film del genere mettono in scena una storia d’amore omosessuale, senza però che l’elemento queer sia determinante per la storia. Tutt’altro: come spesso si sottolinea, e come ha fatto più volte intendere Guadagnino a proposito del proprio lavoro, le modalità narrative e il significato, se la vicenda sentimentale fosse di carattere eterosessuale, non cambierebbero. Altri elementi ricorrenti in opere mainstream gay sono: la forte cura formale ed estetica, spesso legata a location sublimi; il fatto che, per i protagonisti, l’amore omosessuale sia solo una fase – per quanto importante – della propria maturazione, cui segue spesso un ritorno all’eteronormatività; il fatto, ancora più significativo, che la storia omosessuale avvenga in luoghi nascosti, esotici, lontani dal mondo.

I segreti di Brokeback Mountain (2005) di Ang Lee, così come Call me by your name, questi elementi li presenta tutti: è nell’ameno contesto di un pascolo montano, e non nella civiltà, che si consuma l’amore fra i due personaggi principali. Un amore, per giunta, che ha una durata di tempo limitata. La tematica gay risulta, insomma, decentrata (depotenziata?) rispetto alle altre: nel sopravvalutato Moonlight (2016) di Barry Jenkins l’omosessualità, per il giovane protagonista, non è più determinante dei suoi trascorsi di droga, del rapporto con la madre, del contesto black in cui vive e agisce.

Film così attirano tante lodi quante critiche: chi li apprezza, oltre all’effettiva riuscita tecnica, ne sottolinea la grazia nel saper raccontare un amore gay con i modi di qualsiasi romanzo di formazione, normalizzandolo; chi li accusa, punta il dito sul fatto che una storia gay non può essere normalizzata nella finzione, proprio perché nella realtà storica e fattuale non è così. Un noto critico cinematografico, di Call me by your name, disse che dei genitori come quelli del film, così chic, così liberali, così attenti da non rendere necessario un vero coming out per il figlio, non possono essere credibili nella Lombardia degli anni Ottanta.

C’è chi invita a leggere fra le righe: la normalizzazione della storia gay, e il ritorno all’eterosessualità, nascondono nelle pieghe inespresse del racconto critiche nascoste e stratificate. Il pianto di Chalamet, alla fine del film di Guadagnino, sarebbe quindi da leggersi come rovesciamento da utopia a distopia, quindi realtà. C’è chi invita semplicemente ad apprezzare una storia che, è vero, difficilmente avviene in maniera così facile nel nostro mondo, ma almeno scalda il cuore allo spettatore emotivamente coinvolto. Infine, la critica più militante sostiene che una cinematografia autenticamente queer dovrebbe scardinare i modi stessi della narrazione filmica, perché se l’omosessualità è stata privata di significato da secoli di discriminazione, allora c’è bisogno di rifiutare i significanti impartiti dall’eteronormatività. Si tratta di una discussione di carattere rilevante, che però noi non tratteremo a proposito del film in questione.

Ritratto della giovane in fiamme: la trama e i personaggi

Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma, presentato nel 2019 a Cannes e premiato con Prix du Scenario e Queer Palm, in competizione per i Golden Globe 2020, rientra nella definizione di mainstream gay movie. È la storia della pittrice Marianne (Noémie Merlant) che, nella Francia del XVIII secolo, si reca su un’isola sperduta della Bretagna per ritrarre l’introversa e solitaria Héloïse (Adèle Haenel). Quest’ultima, dopo il suicidio della sorella, ha fatto scappare qualsiasi ritrattista venisse convocato dalla nobile madre (Valeria Golino). Compito di Marianne è quindi fingersi accompagnatrice di Héloïse, osservarla, e ritrarla di nascosto: il sotterfugio ovviamente non dura a lungo, ma fra le due donne si è intanto cementata un’amicizia che convince Héloïse a prestarsi per il dipinto. Durante un periodo di assenza della madre, sullo sfondo delle impervie e selvagge scogliere dell’isola, Marianne e Héloïse si dichiarano reciprocamente innamorate: la seconda però è promessa sposa a un ricco milanese, e con lui avrà un figlio. Dopo un doloroso addio, Marianne vedrà la donna amata solo due volte: una per ritratto, in una galleriadi Milano; l’altra, dal lato opposto della balconata del teatro lirico La Scala. In entrambi i casi, Marianne si rende conto che il loro amore, ormai impossibile, ha segnato l’ormai matura Héloïse: nel dipinto, la nobile tiene un libro siemi-aperto a una pagina sui cui Marianne le aveva dedicato un autoritratto; alla Scala, si commuove nell’ascoltare l’Estate di Antonio Vivaldi, suonata tempo prima proprio da Marianne al clavicembalo.

Gli elementi citati nell’introduzione ci sono tutti, dall’escapismo al ritorno a una vita che altri hanno deciso. Come si è detto, non è intenzione di chi scrive concentrarsi sull’elemento queer del film: non solo per rispetto della questione, che non può essere certo risolta in pochi paragrafi, ma anche perché a rendere l’opera di Sciamma unica, nonché fra le migliori uscite del 2019, vi sono altri nodi. Va tuttavia sottolineato che Ritratto della giovane in fiamme, confrontata con altri mainstream gay movie, risulta più potente e incisiva grazie alla caratterizzazione dei personaggi. Se per Call me by your name qualcuno aveva avuto da ridire sull’evidente disparità fra il giovane rampollo e l’ospite americano, e sulla passività del primo agli eventi, qui ci si trova di fronte a individui forti e decisi. Marianne è una donna che svolge un mestiere maschile, quello dell’anziano padre, stimato pittore, ribadendo in faccia a un critico d’arte di non essergli inferiore; all’inizio del film, in barca con degli uomini, è l’unica che ha il coraggio di buttarsi a mare per recuperare dei bagagli dispersi; fuma tabacco e ha scelto di non legarsi a nessuno. Héloïse, sotto l’apparenza stoica da nobildonna, è attraversata da potenti conflitti con cui fare i conti: fra la morte della sorella, l’incomunicabilità con la madre e la rassegnazione a un destino che non sente proprio, è letteralmente una ragazza in fiamme. Il fuoco, per natura, quando scoppia tende a nutrirsi della propria potenza vitale fino a esaurirsi, senza ostacoli. Vi è poi il personaggio della serva, la fedele Sophie (Luana Bajrami): il suo silenzio costante, che si spezza giusto in una scena di canto collettivo fa donne attorno al fuoco, è quello delle donne della Storia. O meglio, delle donne di classe sociale infima: le analfabete che non hanno lasciato lettere, le inservienti mai ritratte. Un silenzio mai indagato ma, di nuovo, ardente come il fuoco. Ritratto della giovane in fiamme è, prima ancora che un film queer, un’opera eminentemente femminista.

Il pittore, il poeta, lo sguardo

Il film è ricolmo di attenzione fotografica e cura pittorica. Il primo riferimento artistico a venire in mente è Francesco Hayez, non a caso esponente della scuola milanese nel passaggio dal neoclassicismo al romanticismo, entrambi riconoscibili nelle scelte scenografiche e di costume. Vi è però un altro filo rosso a legare l’opera di Hayez al film: il melodramma. Se la fase più celebre dell’artista di Brera coincide con una vera e propria messa in immagine di scenografie, tematiche e costumi di chiara ispirazione da teatro lirico (quello della Scala), l’opera di Sciamma pure ne riprende alcuni stilemi, ma al dramma in musica sostituisce quello dei silenzi. Il quadro e la scena muta condividono l’aspetto del silenzio da riempire: compito dello spettatore, guidato dalle immagini. A pensarci bene, la virtù del silenzio sinestetico, che non si sente ma si esprime, è propria anche del fuoco: il cui brusio ardente lascia spazio alla danza delle fiamme, alla narrazione di una combustione percepita a vista.

Il suono, tuttavia, è nel film più presente di quanto appaia. Segna anzi una vera e propria progressione: all’inizio, nel momento di primigenia diffidenza fra Héloïse e Marianne, si ode solo quello naturale delle onde e del vento; il primo evidente avvicinamento fisico fra le due avviene sulle note incerte e un po’ stonate del clavicembalo. Nella quale scena, Marianne descrive il movimento musicale con l’attitudine della pittrice: per lei musica è descrizione di una scena che non è realmente davanti, ma ci si può figurare. Viene poi il summenzionato canto collettivo delle donne bretoni, fatto di voci e battiti di mani, ad accompagnare il bacio fra le protagoniste. Infine, l’aria di Vivaldi, strumentale e potente, causa in Héloïse i sospiri spezzati e il pianto del ricordo nell’ultima sequenza.

Vi è però anche un altro tipo di suono: quello della parola poetica, incarnata nel costante riferimento a Ovidio e al mito di Orfeo. Quest’ultimo viene citato più volte: non è solo il soggetto dell’ultimo quadro di Marianne mostrato, ma anche argomento di discussione fra le tre giovani donne. La loro domanda è: Orfeo è stato avventato a voltarsi verso Euridice, perdendola per sempre, o l’ha fatto intenzionalmente per poterla vivere attraverso la poesia? È questo momento di dubbio, rimpianto è separazione a essere dipinto da Marianne; è il medesimo passaggio ad avvenire fra lei ed Héloïse quando si danno addio sulla soglia di casa. Marianne si volta e vede Héloïse vestita di bianco, quasi a ricordare uno spettro. Il fantasma, etimologicamente, è ciò che non c’è ma appare perché disegnato dalla luce, che può essere di fantasia o di ricordo. Esattamente ciò che avviene per il dipinto e la poesia, che fermano il tempo nella celebrazione di un passato immobile, e nel cinema, che sulla luce pure si basa ma ricrea l’illusione del fluire del tempo.

Eccoci appunto giunti all’ultima metafora presente nel film, la meta-cinematografia. Marianne, a più riprese, ha la visione di Héloïse vestita del proprio sudario d’addio. Il modo di comparire di quest’ultima rimanda alla tecnica della lanterna magica, antenata del mezzo cinematografico. Il fatto che anticipi qualcosa che deve accadere, invece, è propriamente filmico: il cinema è l’immagine che gioca con la cronologia attraverso il montaggio, facendosi storia che arriva a una fine già scritta dalla prima inquadratura.

André Bazin scriveva che «il cinema è la mummia del cambiamento», intendendo che ciò che è accaduto una volta, nel film, può essere registrato nel proprio accadere, rimontato, proiettato a ripetizione e fatto rivivere in ogni nuovo momento. A legare ulteriormente il mestiere del pittore è quello del cineasta, infine, è il fattore dello sguardo. Solo attraverso l’osservazione, prima nascosta e poi esplicita, Marianne può fare un primo ritratto di Héloïse, e intanto innamorarvisi; solo con lo sguardo dell’obiettivo è possibile il cinema. Héloïse invita Marianne a capirne le emozioni, il suo vibrare infuocato, prima di dipingerla nuovamente; è però con il distacco, con la separazione e l’assenza che l’artista potrà portare a termine il vero Ritratto della giovane in fiamme. Osservare partecipando il soggetto, non viverlo e separarvisi: avere, fuor di metafora, l’intermediazione della macchina da presa. Ciò che fa Marianne da pittrice per tutto il film, compiendo il proprio capolavoro, e ciò che fa Sciamma da regista regalando al pubblico un film di cui, si spera, verrà riconosciuta la natura di capolavoro dell’anno da poco passato.

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