La storia vera del serial killer Zodiac

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Il Sipario Strappato
Le incredibili storie vere dietro ai film e alle serie che ami

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Il film thriller Zodiac del 2007, diretto da David Fincher, ha inteso ripercorrere la vicenda del famoso serial killer statunitense chiamato “killer dello zodiaco” che, negli anni Sessanta e Settanta, seminò il terrore nella città di San Francisco.

La sceneggiatura della pellicola non si basò su una diretta interpretazione dei fatti da parte di Fincher, ma sui libri di Robert Graysmith dedicati al famoso assassino. Lo sceneggiatore James Vanderbilt aveva letto i libri di Graysmith negli anni Ottanta, quando era ancora al liceo ed alcuni anni dopo aveva avuto la possibilità di incontrare di persona lo stesso autore. Dopo un periodo di incertezza, fu scelto come regista Fincher, grazie al suo encomiabile lavoro nel film Seven. Fincher accolse con entusiasmo la proposta, anche perché era molto affascinato dalla vicenda del “killer dello zodiaco”, avendo trascorso gran parte della sua infanzia a San Anselmo, nella contea di Marin, quando iniziarono a proliferare i primi omicidi. Il regista mise subito in chiaro che voleva fornire una rappresentazione del terribile killer, non tanto mitica e quasi esoterica, come da anni andava sviluppandosi la sua figura, cercando di definire, invece, in maniera chiara quali fossero i fatti realmente accaduti e quanto invece fosse derivato dalla leggenda.

Con Vanderbilt si accordò affinché la sceneggiatura fosse scritta, dopo un’attenta analisi dei rapporti originali della polizia ed intervistando le persone direttamente coinvolte nella vicenda. Regista e sceneggiatore dedicarono mesi ad ascoltare testimonianze di persone che avevano avuto in qualche modo a che fare con i crimini contestati al killer, con i familiari dei sospetti, con gli investigatori ancora in servizio e con quelli in pensione, con gli stessi sindaci di San Francisco e di Vallejo. In particolare, in alcune interviste, Fincher evidenziò come su alcuni aspetti le diverse testimonianze divergessero fra loro, anche perché era passato molto tempo dal verificarsi degli eventi ed i ricordi dei protagonisti potevano risultare sempre più flebili e confusi.

È importante sottolineare l’importanza quasi scientifica che fu attribuita alla ricerca, al punto che fu assunto un perito, Gerald McMenamin, esperto di linguistica legale e professore alla California State University Fresno, per compiere un’esatta esegesi delle lettere di Zodiac. L’accademico cambiò impostazione rispetto a coloro che avevano esaminato i documenti negli anni Settanta, concentrandosi maggiormente sulla parte sintattica e sull’ortografia delle proposizioni elaborate dal killer.

Come il film affronta la vicenda

Dal punto di vista strutturale, il film ricostruisce la vicenda di Zodiac, a partire dal momento della sua apparizione in provincia fino alla sua comparsa nella metropoli San Francisco, celebre, soprattutto negli anni Settanta, per essere l’epicentro delle contestazioni e dell’anticonformismo. Il registro narrativo della pellicola appare molto particolare, in quanto il killer è quasi del tutto assente dalle scene, mentre si impone la progressiva scoperta delle lettere e delle tracce che lo stesso criminale lascia volutamente ai poliziotti ed ai giornalisti, immersi nella risoluzione del rompicapo. Nella maggior parte del film si assiste alle elucubrazioni dei detectives (Ruffalo ed Edwards) e dei reporters (Downey e Gyllenhaal)  che cercano di ripercorrere a ritroso l’intero panorama di indizi a disposizione, per riuscire a distinguere l’identità dell’assassino.

Nella prima parte, lo spettacolo cinematografico è molto simile ad un documentario, dove i personaggi presentano uno stile compassato ed un approccio freddo e razionale nell’analisi della drammatica storia. La tensione e l’orrore degli omicidi si intravedono solo in maniera indiretta, attraverso le riflessioni ad alta voce dei protagonisti che, grazie alla loro bravura ed alla mano ferma di Fincher, riescono a mantenere un atteggiamento distaccato e professionalmente adatto ai ruoli interpretati, calandosi perfettamente nelle rispettive parti. Nella seconda fase del film, lo spettatore entra quasi in spontanea empatia con il reporter principale, Gyllenhaal, anche se la sua ossessione per la cattura del killer, forse, non è adeguatamente spiegata nello sviluppo della trama.

Una parte della critica ha evidenziato un’eccessiva ambizione da parte dei produttori della pellicola, a causa delle diversificate tecniche narrative adoperate nel dipanarsi della vicenda, in primo luogo per il passaggio, forse un po’ sofferto, dal giallo-inchiesta della lunga fase iniziale al thriller tradizionale della seconda fase. L’opera, in ogni caso, offre tutti i pregi di un’elaborazione profondamente intellettuale, regalandoci alcune riflessioni generali sui rapporti, a volte non facili, tra giornalismo e cronaca nera. Il film non può avere un finale chiaro, altrimenti sarebbe scaduto nell’ovvio e nel banale, dando un volto fantasioso ad un personaggio ancora enigmatico in una sequenza di avvenimenti,  avvolti nel mistero, o quanto meno nell’approssimazione. Il vero senso dell’epilogo è quel senso di frustrazione dei due detectives e dei due giornalisti che sentiranno di aver perso la più grande occasione della loro vita, puntando tutte le proprie energie su quel caso intricato, ma ritrovandosi inesorabilmente con un pugno di mosche in mano. Nonostante tutti i sacrifici, i quattro protagonisti non riusciranno ad individuare il colpevole, né a comprendere la verità di fondo che pervadeva la sua complessa e tormentata anima.

La storia vera di Zodiac

Ma chi era il killer dello Zodiaco? E perché gli era stata attribuita tale denominazione? Il cosiddetto “killer dello zodiaco” è un assassino seriale, secondo le classificazioni della criminologia, al quale sono ascritte con certezza cinque vittime alla fine degli anni Sessanta nella California settentrionale. La denominazione “dello zodiaco” non gli è stata data ex post, ma è stata formulata dallo stesso killer nel corso dello scambio epistolare con la stampa, nei primi anni Settanta, contenente anche crittogrammi e messaggi cifrati, alcuni dei quali non sono stati tuttora decodificati in maniera definitiva.

Gli omicidi accertati furono perpetrati a Benicia, a Vallejo, presso il lago Berryyessa e nella città di San Francisco, in un periodo compreso tra il dicembre 1968 e l’ottobre 1969. Le vittime furono quattro uomini e tre donne tra i 16 e i 30 anni, di cui due riuscirono a sfuggire alle aggressioni. Al “killer dello Zodiaco”, tuttavia, sono state attribuite molteplici altre vittime, ma non sono state raccolte prove adeguate per renderne certa la paternità, anche per il modus operandi alquanto incostante ed ondivago. Lo stesso assassino nelle sue lettere affermò di aver ucciso ben 37 persone, ma gli inquirenti, per mancanza di un riscontro evidente di quanto affermato, pensarono che si trattasse di una forma di narcisismo megalomane, attraverso il quale il killer voleva apparire più potente e mostruoso di quanto fosse in realtà. Attualmente, invece, l’orientamento generale è quello di ritenere il numero delle vittime del killer dello zodiaco superiore a quello di cinque. Bisogna ricordare che il caso fu dichiarato “inattivo” nel 2004, ma riaperto nel 2007, non solo nella giurisdizione di San Francisco, grazie anche al successo mediatico della preparazione del film di Fincher.

Le prime vittime accertate furono David Faraday e Betty Lou Jensen, rispettivamente di 17 e di 16 anni, colpiti con un’arna da fuoco alle 22.56 del 20 dicembre 1968, presso la Lake Herman Road ai confinu di Benicia, in California. Fu poi la volta di Michael Renault Mageau e di Darlene, di 19 e di 22 anni, colpiti anch’essi da arma da fuoco nella notte del 4 luglio 1969 nel parcheggio del Blue Rock Springs Golf Course, nella periferia di Vallejo (dei due, il ragazzo sopravvisse). All’inizio dell’autunno dello stesso anno, precisamente il 27 settembre, furono accoltellati Bryan Calvin Hartnell e Cecelia Ann Shepard, di 22 e di 20 anni, sul lago Berryessa, nella contea di Napa, ora tristemente nota come “Zodiac island”. La ragazza morì dopo due giorni di agonia, mentre il ragazzo sopravvisse a ben sei pugnalate alla schiena, raccontando in seguito che il killer si era presentato vestito da boia, facendosi credere un detenuto sfuggito da una prigione vicina  e che sulla sua maschera vi era inciso il suo simbolo in rosso: un cerchio con al centro una croce. Infine, l’ultima vittima accertata  fu Paul Lee Stine, 29 anni, ucciso a San Francisco con un’arma da fuoco. Come si diceva in precedenza, sulla base di alcune lettere scritte dal killer, gli si attribuiscono altre vittime, ma gli inquirenti non hanno trovato prove certe ed inconfutabili che le ricollegassero a lui.

La comunicazione del serial killer

Il “killer dello zodiaco” rappresenta un vero e proprio dilemma per la scienza criminale ed è su questo aspetto che ci focalizziamo adesso, partendo proprio dai suo scritti che fecero letteralmente impazzire i profilers, impegnati giorno e notte nella ricerca della sua identità. 

Era giovane e bella, ma ora è malconcia e morta. Non è stata la prima, e di certo non sarà l’ultima”. Si tratta di una frase scritta nella prima di una numerosa serie di lettere che il killer avrebbe inviato alla polizia e alla stampa, su ognuna delle quali si firmò come Zodiac, accanto al marchio già citato, un cerchio con al centro una croce, che sarebbe diventato l’emblema del terrore da lui seminato. La dinamica dei vari omicidi e soprattutto il fatto che nessuno dei ragazzi fosse stato derubato o abusato sessualmente, lasciava ancora di più perplessi gli inquirenti. Nell’estate del 1969, Zodiac cominciò a scrivere con grande frequenza, interloquendo in maniera assidua con i tre giornali locali e raccontando i dettagli dei propri omicidi. Nelle lettere l’assassino rivendicava i crimini commessi, fornendo, inoltre, ad ogni diverso quotidiano, una parte di un crittogramma che si pensava potesse indicare la sua identità. Tale crittogramma fu poi decifrato da una coppia di coniugi:

Mi piace uccidere le persone perchè è molto divertente, più che uccidere gli animali selvaggi della foresta, perchè l’uomo è l’animale più pericoloso. Uccidere qualcosa è un’esperienza eccitantissima per me, perfino meglio di venire con una ragazza. La parte migliore è che quando morirò, rinascerò in paradiso e tutti quelli che avrò ucciso diventeranno miei scvhiavi. Non vi darò il mio nome, perchè cerchereste di rallentare la mia collezione di schiavi. EBEORIETEMETHHPITI.

Il significato di queste ultime lettere, comunque, non è stato mai risolto in maniera definitiva. 

Una delle lettere più interessanti firmata dal killer è quella del 20 aprile 1970, circa un mese dopo il tentato rapimento di Kathleen Johns, avvicinata con una scusa da Zodiac, mentre stava viaggiando in macchina verso Petaluma con la figlia di 10 mesi. La donna fu tenuta in ostaggio per oltre tre ore, prima di riuscire a scappare dalla vettura ferma ad un incrocio con la figlia in grembo. La Johns si rifugiò, poi, in una stazione di polizia e riconobbe l’identikit del killer dello Zodiaco esposto su una delle bacheche. Gli agenti la condussero nei pressi del luogo dove aveva lasciato l’uomo, ma trovarono la macchina carbonizzata ed il killer svanito nel nulla. Il criminale suggellò questo evento, spedendo qualche tempo dopo un misterioso codice che, oltre alle solite parole sopra le righe, terminava con un crittogramma composto da lettere e simboli dopo l’indicazione my name is…, quasi a voler sfidare i destinatari a decifrarlo. 

L’immaginario collettivo fu scosso ancora di più, quando il 26 giugno 1970, Zodiac inviò al San Francisco Chronicle, una missiva contenente la mappa della baia della città con una variante d’immagine al suo simbolo (cerchio e croce), rappresentandolo cioè come un mirino puntato sul Mont Diablo, con ai vertici dei numeri e a fianco la scritta Lo 0 deve essere rivolto verso il nord magnetico, indicando poi la posizione di una bomba che sarebbe esplosa il successivo autunno.  L’ordigno, fortunatamente, non è mai esploso. L’ultima lettera considerata scritta con certezza da Zodiac, e non da mitomani, è stata quella del 29 gennaio 1974, quando il criminale, dopo aver espresso compiacimento per il film L’esorcista, definita “la migliore commedia satirica”, termina con un simbolo quasi matematico “Io=37, SFPD=0”. Alcuni interpreti hanno voluto considerare il numero 37 come il riferimento alle vittime rivendicate, ma il complessivo significato è rimasto sconosciuto. Il suo giudizio lusinghiero nei confronti del film L’esorcista da alcuni è stata considerato come la prova di un’affiliazione a qualche setta satanica, mentre altri, sottolineando la frase commedia satirica, hanno voluto intravedere una professione di ateismo o di agnosticismo da parte del killer, quasi come se avesse voluto sottolineare che il suo desiderio di uccidere traeva basi da impulsi antropologici e non  metafisici.                        

Il modus operandi

Ripercorrendo la complessa analisi investigativa che si è occupata del “killer dello Zodiaco”, si nota in primo luogo come l’oscuro personaggio abbia cambiato modus operandi per ciascuno dei suoi crimini. Alcuni esperti parlano di “evoluzione del crimine”, anche se nel caso di Zodiac le sue modifiche sembrarono talmente sistematiche, da voler indurre gli investigatori a dubitare che gli omicidi fossero opera di un’unica persona. Questo aspetto è dimostrato dal fatto che quando si accorse che la polizia non sapeva dove orientarsi per scoprire la sua identità, inventò l’espediente della “firma d’autore”, rivendicando con le lettere i suoi omicidi. Se non avesse inviato le missive, gli inquirenti avrebbero avuto serissime difficoltà a ricollegarlo a tutti i crimini, in considerazione dell’ampia diversificazione degli atti compiuti. Sulla scelta prevalente di coppie, i profilers a lungo si chiesero quali ne fossero le reali motivazioni. In più, è sintomatica la valutazione che non sono mai emersi elementi che abbiano fatto pensare che il killer conoscesse le proprie vittime e neanche sono stati rilevati aspetti comuni nelle persone scelte per i delitti, secondo la corrente di criminologia che predilige lo studio dei soggetti passivi (vittimologia).           Si pensa che avesse una predilezione per le coppiette, a causa di alcune repressioni sessuali mai risolte che, come si è detto in precedenza, non hanno trovato diretto sfogo neanche nel corso delle azioni criminosi, se non in maniera probabilmente simbolica e sublimata. È probabile che Zodiac attendesse le coppiette in luoghi dove era prevedibile trovarle, che le studiasse per un po’ di tempo e che le braccasse prima degli omicidi. Si suppone che conoscesse abbastanza bene le zone individuate, ma non fosse conosciuto adeguatamente dalla gente del posto, o che si trattasse di una personalità disadattata che conduceva la propria esistenza quasi in isolamento.

Dal punto di vista del costume, il killer dello Zodiaco ha addirittura avuto un ruolo di primo piano nell’ambito artistico ed intellettuale americano, non solo in ambito letterario e cinematografico, ma anche nel settore scientifico, al punto che la branca di ricerca denominata “Zodiologia” è entrata a far parte delle discipline, non ancora accademiche, degli Stati Uniti. La sfida alla polizia, e, soprattutto il fatto di non essere stato mai preso, hanno attribuito al killer una sorta di aura esoterica e soprannaturale, permettendo, nello stesso tempo, a mitomani e a ciarlatani di ogni risma, di inserirsi nella vicenda con false lettere o dichiarazioni menzognere, come i casi di Dennis Kaufaman e di Deborah Perez che, rispettivamente nel 2008 e nel 2009, dichiararono di essere le figlie del tanto ricercato serial killer. Entrambi le versioni si rivelarono miserabili ed inopportune finzioni.

I sospetti

Davvero numerosi furono i soggetti sospettati di essere il “killer dello zodiaco”, ma soprattutto su due di loro si concentrarono le indagini, con tanto di raccolta di prove scientifiche e di mandati di perquisizioni, Arthur Leigh Allen e Rick Marshall. Il primo entrò nel mirino della polizia già nel 1966, prima degli omicidi attribuiti ufficialmente a Zodiac, quando fu uccisa Cheri Jo Bates. Dopo una serie di indagini, ad Allen nel 1991, furono sequestrate armi e munizioni analoghe a quelle utilizzate nel corso di alcuni omicidi e, sempre nello stesso anno, furono ritrovati nella sua abitazione alcuni schemi di ordigni, più o meno simili a quelli delineati in una delle  sue tante lettere. Altre inquietanti coincidenze rendevano l’uomo un candidato plausibile: possedeva un orologio Zodiac, il cui logo è un cerchio con una croce, simbolo utilizzato dal killer nelle sue missive; in una delle lettere l’assassino aveva usato l’espressione busy work, un tipico modo di dire degli insegnanti elementari ed Allen aveva proprio quel ruolo nella vita sociale; possedeva una macchina da scrivere simile a quella utilizzata da Zodiac. Inoltre, alcuni suoi conoscenti riportarono che l’uomo era solito fare stranissimi discorsi, come quello di “cacciare esseri umani, prede più difficili degli animali”, oppure che “gli sarebbe piaciuto uccidere e sfidare la polizia”, elementi in comune con Zodiac. E vi erano ancora altre inquietanti coincidenze che legavano Allen agli omicidi, in più aveva subito una condanna per reati sessuali. Nonostante l’enorme quantità di indizi raccolti, la polizia di Vallejo non riuscì ad incriminarlo, non avendo trovato nessuna prova concreta del coinvolgimento negli omicidi e nel 2002 il DNA di Allen è stato confrontato con quello ricavato dalle lettere e dal materiale biologico trovato sul luogo dei delitti, ma l’esito dell’esame ha dato risultato negativo.

Per quanto riguarda Rick Marshall, anche in questo caso gli indizi furono numerosi. Innanzitutto, fu notata la grande somiglianza fisica con gli identikit forniti dai superstiti o dai testimoni, poi il fatto che aveva cambiato molte abitazioni, in maniera quasi parallela ai luoghi dove avvenivano i delitti, in più anch’egli possedeva un macchina da scrivere Royal, simile a quella usata da Zodiac e materiale grafico-cartaceo uguale a quello usato dal killer. Un elemento relativo a Marshall, in particolare, attirò l’attenzione degli inquirenti, ovvero il fatto che avesse lavorato presso una radio denominata KTM, conoscendo molto bene i metodi di costruzione di diagrammi elettrici, simili ai crittogrammi usati da Zodiac. A carico di Marshall, tuttavia, non sono mai state trovate prove in grado di mostrare la sua colpevolezza. Altri sospettati furono legati ai singoli delitti e, dopo una breve fase investigativa, furono del tutto scagionati.

L’ipotesi del Mostro di Firenze

La misteriosa vicenda del killer dello Zodiaco ha avuto, di recente, una svolta improvvisa, incrociandosi con uno dei più enigmatici casi criminali italiani, quello del Mostro di Firenze. Due anni fa circa, Joe Bevilacqua, ex ufficiale dell’esercito USA, poi trasferitosi in Italia, avrebbe raccontato ad alcune testate giornalistiche di essere l’assassino dello Zodiaco ed il pluriomicida che terrorizzò la Toscana tra il 1974 ed il 1985. Attualmente su queste informazioni sta indagando la Procura di Firenze che non ha mai considerato il caso del “Mostro” completamente chiuso, nonostante l’attribuzione di alcune responsabilità a titolo diverso.

Quanto affermato dall’ex militare americano sarebbe compatibile con la sua presenza sulle diverse sponde dell’Atlantico nei periodi degli omicidi ed, elemento ancora più sconvolgente, la sua identità sarebbe celata nei messaggi cifrati inviati dal killer alla stampa ed alla polizia americana, di cui sinteticamente si è parlato prima. In più Bevilacqua corrisponderebbe al medesimo soggetto che il postino di San Casciano, Mario Vanni, avrebbe chiamato “Ulisse” nel corso di una conversazione intercettata il 30 giugno 2003, mentre era detenuto nel carcere Don Bosco di Pisa.

Ma chi è veramente Joe Bevilacqua? Si tratterebbe, in effetti, di un ex militare, poi diventato funzionario civile, secondo l’organizzazione burocratica americana, ben radicato nel territorio fiorentino dall’inizio degli anni Settanta. Un soggetto al di sopra di ogni sospetto fino al momento in cui la sua personalità narcisistica, già rivelatasi nel corso della nutrita corrispondenza in territorio statunitense, non avrebbe fatto in modo che uscisse allo scoperto. Durante la sua ventennale carriera nell’esercito non avrebbe mai destato particolari preoccupazioni, a parte un sospetto episodio di sangue durante la guerra in Vietnam, conflitto che forse incise profondamente sul suo animo e sull’abitudine di parlare di “caccia all’uomo” paragonata a quella animale. Bevilacqua avrebbe affermato che addirittura alcuni suoi colleghi conoscessero la verità sulle sue abitudini criminali. Finalmente, come anche la maggior parte dell’opinione pubblica ha sempre creduto, dietro ai delitti del “Mostro di Firenze” non ci sarebbe solo una compagnia di poveri emarginati (Pacciani, Vanni, Lotti), grottescamente denominati “compagni di merende”, come da uno di loro indicati, ma qualcuno che possedeva una pistola, sapeva come sparare e, soprattutto, sapeva come nascondersi alle Autorità.

Da sempre gli inquirenti avevano immaginato che si trattasse di un assassino dotato di capacità intellettive ed operative tali da conoscere i metodi per non essere individuato. Fu proprio il collegamento tra il Vanni ed il misterioso “Ulisse” a mettere sulle tracce di Bevilacqua stampa ed inquirenti. Il primo incontro tra l’ex militare ed un giornalista avvenne nel maggio del 2017, quando il presunto assassino fece trapelare nervosismo ed una palpante inquietudine. Il giornalista si propose, poi, come, suo “biografo” e chiese all’ americano molte notizie sugli anni in cui viveva nel suo Paese, per cercare collegamenti con gli omicidi commessi da Zodiac. Ad un certo punto, Bevilacqua dovette aver capito il vero motivo delle interviste, iniziando a mostrarsi guardingo ed alquanto reticente. E le ricostruzioni sulla sua esistenza parlano chiaro: grandissima capacità potenziale di commettere i delitti senza lasciare traccia, per il suo passato in un reparto speciale dell’esercito USA; trasferimento in Italia nel 1974, appena dopo l’ultima lettera accertata alla stampa americana e pochi mesi prima del primo delitto accertato del Mostro di Firenze (14 settembre 1974); in più negli anni Sessanta, come militare, era stato anche dislocato in Italia, proprio in Toscana, tra Livorno e Pisa.

Un’altra fatale coincidenza è costituita dalla data di nascita presunta, il 20 dicembre, indicata da Zodiac come giorno del suo compleanno, in una missiva indirizzata all’avvocato Melvin Belli, nonché giorno del primo omicidio rivendicato dal killer (20 dicembre 1968). “Ulisse” è nato proprio il 20 dicembre. Nel corso degli incontri con il giornalista, l’americano si mostrò, in apparenza, sempre più accondiscendente, fino ad arrivare a chiare ammissioni, riconoscendo di frequentare luoghi legati al ritrovamento di tracce delle ultime vittime attribuite al Mostro di Firenze, come gli scontrini della “Terrazza di Tirrenia”, ritrovata nell’autovettura di Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot. Quando però il reporter disse a Bevilacqua che il Vanni aveva chiaramente affermato che l’assassino fosse un Americano “incontrato dal Pacciani nel bosco”,  sembra che il presunto killer si fosse adirato, urlando che prima o poi il Vanni sarebbe stato ucciso. Il giornalista, infatti, non gli riferì che il Vanni era già morto, spostando l’attenzione su un certo Mario Parker, designer gay più volte coinvolto nella vicenda negli anni Ottanta. Quando, poi, l’11 settembre 2017 venne prospettata all’ex-militare la soluzione del già citato messaggio cifrato my name is….., seguito da un codice cifrato, che rivelerebbe proprio il suo nome e cognome, il presunto killer cedette, dichiarandosi nel contempo Zodiac e Mostro di Firenze, ma di non volersi costituire, perché alcuni suoi colleghi erano a conoscenza della sua doppia vita.

Il nome ed il cognome di Joe Bevilacqua, in realtà, sarebbe presente, insieme o separati, in ben quattro messaggi del killer. Inoltre, le predette soluzioni si mostrerebbero coerenti con i ripetuti riferimenti di Zodiac al termine “acqua”, anche direttamente con la sua firma (Zodiac e la croce celtica rappresentano il logo di orologi per “lupi di mare”), sia nella particolarità dei luoghi scelti per i suoi delitti. Senza entrare nei dettagli dei complessi crittogrammi usati dal killer, ci preme sottolineare come i modi per interpretare gli stessi fossero stati forniti dallo stesso Zodiac in maniera progressiva agli esponenti della stampa ed ai poliziotti, come in un gioco di scatole cinesi. I codici e le frasi apparentemente sgrammaticate dovevano essere messe in relazione in maniera pressoché speculare, tenendo conto non solo di temini inglesi, ma anche latini, con riferimenti perfino all’Eneide di Virgilio. 

L’elemento più sorprendente, però, è forse il riferimento al suo cognome “Bevilacqua”, come firma finale della sua ultima lettera ufficiale del 24 gennaio 1974. Il serial killer scrive “Signed your truely: he plunged himself into the billowy wave and an echo arose from the suicides grave: Titwillo, titwillo..tiwillo” (firmato, il sinceramente vostro: si tuffò nell’onda ondosa e un’eco emerse dalla tomba del suicida:…”). La commedia, da cui sono tratte le parole del killer, parla proprio di un uccello che affoga nelle acque dell’oceano, gorgheggiando. Pertanto, la firma finale di Zodiac sarebbe proprio “Bevilacqua”. Successivamente, nella tarda primavera del 2018, Giuseppe Joe Bevilacqua, tramite il suo avvocato, ha smentito di aver ammesso di essere il killer più ricercato degli Stati Uniti, nonché uno dei più enigmatici criminali d’Europa. Ovviamente non è ancora stata accertata in maniera inequivocabile la sua responsabilità, anche se, come ho già detto, la Procura di Firenze sta attualmente prendendo in seria considerazione questa pista.

Alcuni criminologi hanno, comunque, messo in evidenza le notevoli differenze tra l’operato di Zodiac e quello del Mostro di Firenze, ritenendo l’attribuzione degli omicidi al vecchio Bevilacqua un falso clamoroso. In primo luogo Zodiac, pur prediligendo le coppiette, non disdegnava omicidi singoli, mentre il Mostro di Firenze si accaniva solo nei confronti delle coppie. Il primo, poi, era solito inviare numerose lettere, mentre il secondo ne mandò soltanto una. Zodiac sembrava contraddistinto dalla necessità di comunicare a tutti i costi e nei suoi omicidi i riferimenti alla sessualità potevano ritenersi solo indiretti e sublimati; nel caso del Mostro di Firenze, si nota un modus operandi più riservato ed una carica d’odio e di sessualità repressa, soprattutto nei confronti delle donne, molto più accentuata. L’eventuale accertamento delle responsabilità dei crimini di Zodiac e del Mostro di Firenze in capo a Joe Bevilacqua, ex veterano americano, trasferitosi in Italia nei pressi del capoluogo toscano, come direttore del cimitero militare USA del Falciani a San Casciano (tra il 1974 ed il 1989),  travolgerebbe tutte le precedenti indagini sui misteriosi delitti, con il pregio di dare finalmente una soluzione definitiva a due dei più grandi misteri dell’ultimo scorcio del ventesimo secolo. Ma sarà veramente così? 

Qualora gli elementi di colpevolezza fossero ritenuti validi dalla Procura di Firenze, la realtà processuale che condannò Lotti e Vanni, nonché moralmente Pacciani, sarebbe del tutto capovolta. Con le nuove tecniche investigative, grazie alla riapertura ufficiale del caso, sarà possibile analizzare nuovamente i reperti conservati, come la tenda, la busta che conteneva un lembo di seno, un fazzoletto, le cartucce Winchester con la lettera H impressa nel fondello et cetera. Al tempo dei delitti non vi erano tecniche sofisticate come le attuali e non si sapeva bene neanche come utilizzare i profili del DNA in tali contesti. L’aspetto più delicato, tuttavia, è rappresentato dal fatto che, probabilmente, all’epoca dei fatti non erano state prese le giuste precauzioni per evitare le contaminazioni, non conoscendosi l’utilizzo che se ne poteva fare. Sebbene i criminologi non siano concordi sui diversi metodi utilizzati da Zodiac e dal Mostro di Firenze, Joe Bevilacqua rimane una figura anomala, che attirò l’attenzione dei media già come testimone durante il processo a Pacciani e agli altri “compagni di merende”. A parte la stranezza di ricordare troppi dettagli in merito alle vittime, fu determinante nella condanna dello stesso Pacciani, indicando prima di aver incontrato nel bosco un uomo con caratteristiche fisiche diverse dallo stesso Pacciani, e poi  riconoscendolo come tale. Rimane il dubbio: sono la stessa persona? È possibile che sia così mutato il suo modus operandi? È giusto, comunque, che nulla rimanga intentato e che gli inquirenti vadano a fondo anche in questa ulteriore inchiesta.

Zodiac, nel contesto americano, potrebbe essere stato un assassino narcisista, profondamente turbato dalle sue esperienze nei conflitti armati, con il desiderio di farsi credere onnipotente e di diventare, come poi è effettivamente successo, ispiratore di libri e di pellicole cinematografiche influenzando, in genere, l’intero immaginario collettivo. In ambito italiano, più maturo ed esperto, subendo gli influssi del diverso ambiente socio-culturale, magari aiutato da altre persone, con diversi impulsi devianti, sarebbe diventato il catalizzatore di una sorta di macabro rituale, offrendo la propria esperienza nel nascondere le tracce ed interpretando il ruolo del tremendo Mostro di Firenze. Non ci resta che aspettare gli sviluppi di questo sorprendente quanto enigmatico gioco di specchi.

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