L’anno che verrà: il significato del testo di Lucio Dalla

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Scrivere una lettera non è affar semplice: soprattutto l’incipit rappresenta una difficoltà, a volte, quasi insuperabile. Ed è scontato che tutti coloro che ne hanno scritta una, abbiano pensato di iniziarla con queste parole: Caro amico ti scrivo.

Lucio Dalla ha scritto la propria, sotto forma di canzone, nel 1978, pubblicata poi nel 1979 nell’omonimo bellissimo e fortunatissimo album, iniziando proprio con questa frase, rivolta ad un interlocutore molto distante e, per questo, scegliendo un registro forte ed impetuoso (e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò), in un momento saturo di pensieri, nel quale lo stesso cantautore cerca una pausa di respiro (Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’) da una situazione, una vita in difficoltà (ma qualcosa ancora qui non va). Dalla sceglie di narrare non solo il proprio piccolo mondo, ma quello che gli gira intorno, delineando la pesante atmosfera dell’Italia di fine anni ’70, stroncata dal terrorismo (Si esce poco la sera compreso quando è festa) e da una paura di esporsi che porta alla censura della parola (e si sta senza parlare per intere settimane), che però non riesce ad uccidere l’immortale speranza che, con l’arrivo del nuovo anno, tutto possa cambiare (Ma la televisione ha detto che il nuovo anno / porterà una trasformazione), in quello che è un miscuglio di illusioni e bisogno di affetto e di famiglia non solo durante le ricorrenze (sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno), fruibile per tutti, a partire dai più sfortunati. Anche coloro, gli indifferenti, che proprio di interessarsi e saper ascoltare, non vogliono o riescono (anche i muti potranno parlare / mentre i sordi già lo fanno), in quella che suona come una rivoluzione non solo Italiana, ma mondiale e spirituale, in cui anche la Chiesa si possa rinnovare, accettando, finalmente, la libertà dell’orientamento sessuale (E si farà l’amore ognuno come gli va / anche i preti potranno sposarsi).

Ma è l’intermezzo della canzone a costituire il cuore battente e più fervente dell’intera lettera: una confessione ed ammissione di quella speranza, ben nota come illusione necessaria per andare avanti, a volte costretti a far finta di nulla, ad immaginare un mondo che non esiste, ma in cui bisogna comunque resistere (vedi caro amico cosa si deve inventare / per poter riderci sopra / per continuare a sperare), dove la figura di questo amico diventa fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo e del cantautore, enfaticamente supportata da una delle parti vocali più difficili ed intense dell’intero repertorio di Dalla. E, nonostante tutto il grigio di quest’anno che si sta per concludere, si esalta la voglia alla vita, al sogno, al continuare ad esser presenti a sé stessi e per gli altri (vedi amico mio / come diventa importante / che in questo istante ci sia anch’io) contro ogni paura, debolezza e indifferenza altrui, in cui si integra un’importante lezione che viene catturata un attimo prima della fine dell’anno ormai vecchio, inteso come un momento di rivoluzione personale: accettare il mondo per quel che è, ma non subirlo, bensì cercando di farlo ruotare in un moto più armonioso e giocoso (L’anno che sta arrivando tra un anno passerà / io mi sto preparando, è questa la novità).

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Il testo del brano tra le luminarie di Bologna

L’anno che verrà è storicamente uno dei brani più amati e descrittivi di quel cantautorato che sapeva e sa ancora oggi, grazie ad alcune canzoni eterne, scavare dentro e oltre l’esistenza umana, ponendo l’accento su quei tasti di riflessione essenziali per poter affrontare e superare le sfide dettate dalla società e dai propri intimi patemi. Dalla, grazie a l’intro di pianoforte, suonato da Ron, che esalta l’animo e richiama all’attenzione, oltre ad un azzeccatissimo stile lirico improntato in forma epistolare, è riuscito a dar vita a qualcosa di più grande di una semplice canzone: bensì ad un ritrovo umano capace, ad ogni nota e parola, di riscaldare ed animare, oltre il freddo e i dubbi che porta con sé questo ciclico momento invernale.

Ho fatto una canzone tutto fuori che pessimista, non ci sono miracoli, l’unico che possiamo fare è quello su di noi, essere sempre funzionanti, non vedere sempre il nero, il terribile.

E sulla figura di questo amico, a cui si rivolge il cantautore bolognese, rimane il dubbio: che sia il Gesù Cristo cantato in 4 Marzo 1943, un vecchio amico chissà dove, ma sempre attento e presente, o addirittura un richiamo al proprio io, per non abbandonarsi e dimenticarsi mai che la bellezza è ovunque e che vale la pena di viverla oltretutto, non si ha la certezza. Ma se c’è un qualcosa di certo, è che questa canzone, sicuramente, è rappresentazione di quella bellezza che lo stesso Dalla ha ricercato, per necessità, ma anche per gioco, e che in tanti chiamano ancora oggi arte, musica, poesia o canzone d’autore.

Io ritengo che il fatto musicale, soprattutto nella canzone (come in tante altre cose), bisogna che lo si prenda con quel meccanismo del gioco che tante volte ci permette di fare delle considerazioni che, se partiamo già troppo seri o vengono fatte male, sono rozze. Questa canzone è una canzone importante perché immagina una situazione così, di lontananza fra me e un amico, e al quale faccio un piccolo rapporto dettagliato su come stiamo vivendo oggi.

Roberto Vecchioni, in una puntata del programma Che tempo che fa del 2012, a pochi giorni dalla scomparsa di Lucio Dalla, racconta la canzone come solo un docente di vita come lui può permettersi di fare, senza poter controllare quell’emozione finale al ricordo di quell’amico, ora molto lontano, a cui a tutti manca un po’.

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