Pinocchio: il film, la trama e la simbologia nascosta

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Nelle sale cinematografiche italiane è arrivato il tanto atteso film Pinocchio diretto da Matteo Garrone, basato sulla celebre favola di Collodi, pseudonimo del giornalista toscano Carlo Lorenzini, di cui la prima parte fu pubblicata a puntate tra il 1881 ed il 1882, poi completata nel libro per ragazzi uscito a Firenze nel 1883, con il titolo di “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”.

Pur scritto nell’ultimo ventennio del diciannovesimo secolo, il romanzo è ambientato nel passato, più o meno nel periodo ancora del Granducato di Toscana o immediatamente dopo l’unità d’Italia, come si può notare dagli elementi contrastanti costituiti, da un lato dai “quattrini”, dai “soldi” e dagli “zecchini d’oro” richiamanti un passato più lontano, dall’altro dalla presenza dei “Reali Carabinieri” di tipica configurazione sabauda. Le fonti principali ambienterebbero le avventure di Pinocchio nella zona nord della provincia fiorentina, con particolare riferimento al fatto che Collodi vi soggiornò a lungo, mentre la parte del racconto, in cui vede Pinocchio impiccato alla “Grande Quercia”, sarebbe collocata in provincia di Lucca, nella zona di Gragnano, dove è tuttora presente una grande albero ricondotto al famoso racconto e denominato “Quercia delle streghe”.

Pinocchio è stato raffigurato da numerosi fumettisti italiani e stranieri, ispirando, anche nell’ambito cinematografico, molte produzioni di carattere internazionale. L’opera più famosa è senza dubbio la versione in cartoni animati prodotta dalla Disney nel 1940, attualmente inserita nell’elenco dei film di alto contenuto da preservare. Di particolare pregio è stato anche il riadattamento di Luigi Comencini del 1971, trasmesso a puntate dalla RAI, ottenendo un grande successo di pubblico ed una rassicurante risposta dalla critica. Di minor impatto empatico è stata la trasposizione cinematografica del 2002, diretta da Roberto Benigni che ne ha interpretato anche il personaggio principale, ma non ha sfondato al botteghino.

La pellicola prodotta da Matteo Garrone ha inteso ripercorrere fedelmente il testo di Collodi, che ha segnato la nostra letteratura più per l’originalità tematica che per la perfezione stilistica, presentando, proprio per quest’aspetto, alcune difficoltà nell’adattare la natura meccanica ed episodica dell’originale racconto ad una vera e propria sequenza cinematografica. 

La trama e il racconto di Collodi

Come nel racconto di Collodi, Geppetto è un povero falegname che, per riuscire a guadagnare qualcosa, decide di costruire un burattino di legno, con l’aiuto dell’amico Mastro Ciliegia che gli offre un tronco apparentemente vitale. Mentre plasma il burattino dalla materia grezza, a cui attribuisce il nome di Pinocchio, il falegname si accorge che è vivo e lo adotta idealmente come suo figlio. Il burattino si mostra velocemente foriero di guai: con le sue azioni fa finire Geppetto in prigione e provoca la morte del centenario grillo parlante, che commette l’errore di volerlo consigliare. 

Dopo aver scontato la pena, il falegname con grandi sacrifici permette a Pinocchio di iscriversi a scuola. Il burattino, commosso dal gesto del suo padre adottivo, promette buoni propositi, ma subito è distratto da un teatro di marionette, con la conseguenza che vende il libro di scuola per acquistare il biglietto per lo spettacolo. Nel teatro compie una delle sue marachelle, rovinando la rappresentazione orchestrata dal terribile Mangiafuoco e provocandone la rabbia, al punto che il burattinaio decide di usarlo, quella sera stessa, come legna da ardere. In maniera sorprendente Pinocchio accetta la sua punizione, quando Mangiafuoco, mosso a pietà dal racconto del burattino, si appresta a bruciare un’altra marionetta. Allora il grosso impresario lo libera, regalandogli anche cinque monete d’oro da consegnare a suo padre.

Tornando a casa, la vicenda di Pinocchio si complica, in quanto incontra due personaggi astuti e bugiardi, il Gatto e la Volpe, che dopo una serie di inganni e di inseguimenti, lo impiccano ad un albero. A questo punto, la marionetta che ormai sembra spacciata, viene salvata dall’eterea figura della “fata turchina”, che lo porta nella sua casa e lo fa medicare da alcuni dottori, tra cui il redivivo grillo parlante. In tale contesto, alle domande della fata turchina, Pinocchio risponde mentendo ed il suo naso cresce a dismisura, inducendo la giovane donna a ricorrere all’aiuto dei picchi per accorciarlo. La fata turchina, intanto, si proclama sua sorella adottiva ed avverte il preoccupato falegname del ritrovamento del figlio.

Quando Pinocchio felice esce per abbracciare suo padre, incontra nuovamente il Gatto e la Volpe, che ancora una volta lo ingannano, sottraendogli le monete d’oro. Avvertito da un pappagallo del furto, il burattino si reca in tribunale per chiedere giustizia, ma trattandosi di un povero, è subito vessato, discriminato e condannato all’ergastolo. Uscito di prigione per un’amnistia, Pinocchio cerca di tornare dalla fata, ma è fatto prigioniero da un malvagio vignaiolo che, dopo averlo scambiato per un ladro, lo costringe a fare da cane da guardia nel pollaio. Il discolo burattino non si dà per vinto e riesce a scappare, dirigendosi verso la casa della fata, ma, giunto a destinazione compie un’incresciosa scoperta: la fata turchina è morta di crepacuore, per le promesse infrante dal fratellino.

Il burattino è allora disperato, a bordo di un colombo che lo avverte del fatto che Geppetto ha deciso di cercarlo oltremare, si reca verso la spiaggia, ma è troppo tardi, poiché suo padre è già salpato. Quando il falegname nota suo figlio sulla spiaggia, cerca di tornare indietro, ma naufraga a causa della tempesta. Pinocchio si getta in mare per salvarlo, naufragando a sua volta sull’isola delle Api industriose. Per la sua natura oziosa, in quel luogo il burattino non ha vita facile, anche se è ospitato da una misteriosa signora che, in realtà, è la stessa fata turchina resuscitata e diventata più adulta. La donna gli promette che se si comporterà bene e studierà, lo trasformerà in un bambino vero.

Anche in quest’occasione, le buoni intenzioni svaniscono rapidamente, quando, il burattino, inseritosi a scuola, si fa trascinare da Lucignolo, un vero monello, a seguirlo nel Paese dei Balocchi, il luogo dove i bambini possono fare tutto ciò che vogliono. Si tratta dell’ennesima trappola, in quanto i due amici, in quel luogo, sono trasformati in veri e propri asini, dopodiché Pinocchio viene venduto ad un circo e costretto ad esibirsi in acrobazie ridicole. 

Nel momento più difficile, Pinocchio è ancora aiutato dalla fata. Gettato in mare da un suonatore di tamburi, al quale l’aveva venduto il direttore del circo, i pesci chiamati a raccolta dalla fata, divorano la pelle d’asino del burattino e gli ridonano il suo aspetto consueto. Il nostro protagonista, nuotando, si mette alla ricerca del padre, ma viene inghiottito da un terribile mostro marino. Nelle viscere del mostro, Pinocchio incontra prima un tonno ormai morente e, poi, finalmente, suo padre che era rassegnato a non vederlo più. I due personaggi, approfittando dell’asma del mostro, riescono a scappare dalla bocca del pesce-cane, insieme al tonno che li aiuta a raggiungere la riva. Ed il burattino comincia a prendersi le sue soddisfazioni, in quanto sulla via del ritorno incontra il Gatto e la Volpe, ormai ridotti in pessime condizioni.

Con suo padre convalescente, il burattino si rifugia presso la casa del Grillo Parlante e, per curare Geppetto, lavora duramente presso il mugnaio Giangio, diventato il padrone dell’asino Lucignolo, ormai moribondo per l’esagerata fatica. Pinocchio continua a lavorare e a studiare con encomiabile impegno per aiutare sia suo padre che la fata turchina, ammalatasi e senza soldi per curarsi. Nel felice e ben noto epilogo, la fata ricompensa Pinocchio rendendolo un bambino in carne ed ossa.

La simbologia di Pinocchio

La vicenda di Pinocchio narrata da Collodi non è considerata un capolavoro  della letteratura, come ho in precedenza accennato, ma la sua fortuna è scaturita sicuramente dall’immediatezza del messaggio trasmesso e dalla capacità di parlare ai cuori non solo dei ragazzi, a cui sembrava inizialmente destinata, ma anche degli adulti e dei più piccoli. Non è così nota la simbologia esoterica che l’autore abilmente ha disseminato nell’opera, per indicare il percorso dell’essere umano per raggiungere il risveglio e passare dallo stato di “semplice burattino manipolato” a quello di “individuo pienamente consapevole delle proprie possibilità”.

Nella nostra vita quotidiana siamo largamente condizionati dalla realtà che ci circonda, conducendo un’esistenza che si potrebbe definire “dormiente”, senza riuscire ad ottenere quella elevazione necessaria a far accendere la scintilla divina che è presente in ciascuno di noi. Il nostro modo di agire diventa, quindi, illusorio e noi stessi ci convinciamo che questa dimensione illusoria corrisponda alla realtà, vivendo alla mercé del mondo, alla luce del fatto che non abbiamo il controllo pieno dei nostri pensieri.                       

Non è un caso che Collodi ci presenti Pinocchio come un “burattino meccanico”: la parte iconografica risente ovviamente dello sviluppo industriale della seconda metà del diciannovesimo secolo, apparendo forse un po’ ridicola a noi che assistiamo ad una esplosione della realtà virtuale, ma il messaggio implicito non cambia. Pinocchio, come burattino, ha la capacità di parlare, di muoversi, di articolare pensieri, ma non gli è attribuita una vera e propria volontà. Per questa sua mancanza di consapevolezza, il famoso burattino si mette sempre nei guai, incurante dei preziosi suggerimenti del Grillo Parlante, che vuole rappresentare la voce della coscienza.

In un’analisi generale non vi è dubbio che la favola di Pinocchio si riferisca a numerosi simboli esoterici, a cominciare proprio dal nome della stessa marionetta. Il nome “Pinocchio” deriva dall’unione dei termini “pino” ed “occhio”.  È stato osservato come i frutti del pino abbiano la stessa forma della ghiandola pineale, che nella tradizione esoterica è associata al “terzo occhio”. L’autore, pertanto, ha voluto indirizzare i suoi futuri lettori verso un percorso tendente all’apertura del terzo occhio, come emblema del risveglio dell’essere. Anche le modalità in cui Pinocchio è plasmato, ci riconducono ad un’evidente simbologia esoterica. L’utilizzo del legno da parte di Geppetto, assimilabile al demiurgo platonico, ci offre tangibili assonanze con i racconti sulla creazione di matrice biblica, con il limite che la creatura forgiata dovrà superare le insidie del mondo materiale. La fatina, poi, è un altro importante simbolo, rappresentando “il vero sé” di Pinocchio, poiché riesce alla fine, dopo innumerevoli vicissitudini, ad infondere la vita nel burattino di legno, dopo averlo aiutato a trovare la vera via dell’illuminazione. Lo stesso itinerario esistenziale del burattino si impone come indice di un vero e proprio percorso iniziatico, volendo richiamare la discesa dell’uomo sulla Terra che si separa dal Creatore, come lo stesso Pinocchio, attratto dalle lusinghe dei falsi divertimenti, si allontana da suo padre. Il burattino, infatti, fugge dal suo benefattore per inseguire apparenti divertimenti mondani, come sempre l’umanità si è allontanata da Dio, la sua vera origine, per correre dietro ad effimere quanto pericolose passioni di ogni genere.

Per comprendere meglio la simbologia delle vicende di Pinocchio, non bisogna trascurare l’importante elemento che il suo autore, Carlo Lorenzini, conosciuto con lo pseudonimo di Collodi, era un militante massone attivo. Alcune significative indicazioni sono raccolte nel saggio Pinocchio, mio fratello, in cui Giovanni Malevolti delinea il contesto massonico in cui si muoveva Collodi, precisando che ci sono due modi per leggere la favola del burattino: la prima definibile “profana”, in cui molto spesso il bambino impara a conoscere le disavventure di Pinocchio, la seconda che si può considerare “massonica”, in cui il simbolismo diventa più chiaro, lasciando, tuttavia, la narrazione nei suoi contenuti fantasiosi. La tematica del progressivo auto-miglioramento presenta evidenti tracce dell’insegnamento gnostico-massonico, dove si insiste sulle tecniche di auto-disciplina per poter conseguire la salvezza spirituale. Come Pinocchio passa dalla matera grezza del legno all’elevazione dell’anima, così la simbologia ermetica indica il processo di illuminazione con la trasformazione di una pietra grezza in un’altra di ottima qualità. 

Se analizziamo con attenzione la storia di Pinocchio, nulla gli viene donato senza sacrificio: il burattino dovrà dirigersi verso la conoscenza, rappresentata dalla “scuola”, superando tutte le tentazioni che la vita man mano gli offre. Il Paese dei Balocchi, in particolare, non è altro che la metafora di un’esistenza in cui predomina l’ignoranza e la ricerca delle gratificazioni più immediate, abbandonandosi agli istinti più bassi. Quando finalmente Pinocchio capirà di essere stato ingannato da sé stesso, più che dalle cattive compagnie, dovrà ritrovare il suo “creatore”, suo padre Geppetto, compiendo la sua iniziazione finale. Per fuggire dalla sua vita cieca ed ignorante, simboleggiata dal ventre del mostro marino, identificato poi come una balena dall’iconografia Disney, dovrà rimanere, in compagnia di suo padre, all’interno  del mostro stesso. L’incontro con il padre all’interno della “balena” è un chiaro riferimento all’episodio narrato nel libro di Giona, nell’ambito dell’Antico Testamento biblico, quando lo stesso profeta, punito da Dio, si trova in balìa di una forte tempesta e viene miracolosamente salvato da un enorme pesce che lo aveva inghiottito. Giona rimane tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, pregando Dio ed ammettendo le proprie colpe. A similitudine di Pinocchio, il soggiorno all’interno del pesce rappresenta per il profeta il passaggio definitivo verso una consapevolezza spirituale elevata. E’ doveroso ricordare, a tal proposito, che l’episodio di Giona è considerato dai teologi come la prefigurazione veterotestamentaria della resurrezione di Gesù Cristo.

Queste sintetiche considerazioni ci fanno comprendere come le avventure di Pinocchio, guardate con occhio attento, non abbiano nulla di puramente casuale, evidenziando, invece, un’allegoria spirituale abilmente strutturata. In più si aggiunge il fatto che, pur essendo l’affiliazione di Walt Disney alla Massoneria oggetto di annose dispute, appare emblematico che nel 1940 la scelta sia caduta proprio sulle Avventure di Pinocchio, come secondo grande film dì animazione prodotto dai suoi studi cinematografici.

Il film su Pinocchio di Matteo Garrone, come si è detto in precedenza, ha inteso ripercorrere pressoché fedelmente l’originaria vicenda narrata da Collodi, offrendo anche alcuni aspetti visivi molto interessanti. Il regista aveva dato già prova del suo amore per il mondo fiabesco dell’Ottocento, portando sul grande schermo “Il racconto dei racconti” di Gianbattista Basile, anche se elaborare una fiaba così popolare come Pinocchio è di gran lunga più complicato. Nello specifico, Garrone si ispira alle tavole di Enrico Mazzanti che accompagnarono le prime edizioni del romanzo di Collodi, con l’ambiziosa prospettiva di ricreare nella pellicola scene che richiamano direttamente il contesto toscano antico e con grande attenzione all’aspetto psicologico dei protagonisti. Geppetto, in particolare, interpretato da Roberto Benigni, si presenta come un uomo oppresso dall’indigenza, ma dal quale traspare una ricchezza di valori interiori, capaci di imprimere un notevole impulso all’intera fiaba. Alcuni personaggi come la fata turchina e lo stesso Pinocchio, credibili ma non trascinanti, appaiono forse risolti con eccessiva semplicità, mentre il Gatto e la Volpe, rappresentati da Ceccherini e da Papaleo, offrono trovate divertenti, completandosi a vicenda.

Gli aspetti del film legati ai costumi, alla scenografia ed alla fotografia evidenziano una cura nei particolari, cercando di condurre gli spettatori in una dimensione magica ed inserita volutamente in una cornice decadente. Ho notato, tuttavia, pur apprezzando nel complesso la pellicola, che, non tutte le scene si prestano alla visione di un pubblico di bambini. È innegabile che si percepisce un’atmosfera incantata in molte fasi del film, così come in altre predominano la leggerezza e l’ironia, ma l’aspetto troppo mostruoso di alcuni personaggi e la cruda impiccagione alla quercia non sembrano molto rassicuranti per i bambini.

D’altra parte, la fortuna della vicenda di Pinocchio è consistita proprio nel comprendere numerosi simbolismi ed allegorie, così come ho tracciato brevemente nella parte centrale dell’articolo, per cui non era possibile censurarne alcune parti, se non con il risultato di ricavarne qualcosa di diverso e di inconsistente. Una parte della critica ha sottolineato, a tale proposito, che, pur nella necessità di conservare l’integrità del testo iniziale, forse si potevano rendere meno forti alcune scene, in sintonia con le aspettative natalizie dei più piccoli. Il film è comunque gradevole e ricco di spunti che spingono lo spettatore a molteplici riflessioni, soprattutto quella sulla miseria spirituale che è in grado di manifestarsi in ogni epoca sotto diverse forme.

Lo stile del film di Matteo Garrone

Il film è uscito nelle sale cinematografiche lo scorso 19 dicembre, ottenendo un’ottima risposta da parte del pubblico per quanto riguarda l’affluenza, opponendosi con decisione al successo annunciato di Star Wars. La critica italiana sta recensendo mediamente bene il film di Garrone, rappresentando un ottimo rimedio contro la stupidità dilagante della maggior parte degli spettacoli figurativi del momento. Il successo planetario del romanzo di Collodi giustifica la scelta di Garrone di ripercorrerne fedelmente il repertorio, nonostante alcune perplessità sulla struttura complessiva. Non bisogna dimenticare che Benedetto Croce decantò le lodi della vicenda del burattino ed addirittura Leo Tolstoj ne scrisse una versione alternativa, favorendo successive interpretazioni bibliche, esoteriche e perfino psicoanalitiche.

Oltre al contenuto, nel film è particolarmente pregevole lo splendore dei colori e delle luci, in una dimensione onirica a metà strada tra la fiaba e la ricostruzione storica. Si comprende bene come Garrone abbia voluto richiamare i capolavori artistici contemporanei all’opera, testimoni di un’Italia misera e molto dura che incombeva quotidianamente sull’esistenza della maggior parte dei cittadini. In quel periodo, come ci mostrano le scene del film, i furti erano all’ordine del giorno, le pene comminate erano ingiuste ed applicate a seconda del ceto sociale dell’accusato, le azioni crudeli erano tollerate con superficialità ed indifferenza. 

Garrone strizza l’occhio anche allo stile realista del verismo, descrivendo la vita difficile sia della campagna che della costa, dove i pericoli e le insidie si celavano dietro ogni apparente contatto ed i gesti di umanità erano quanto mai rari e poco compresi. Forse dove il film si discosta dall’opera originaria è nella metamorfosi finale del burattino in “bambino vero”. Nell’opera di Collodi, dallo stile a tratti troppo scarno e didascalico, il cambiamento dell’epilogo appare quasi “antipatico”, come se si trattasse della scontata conseguenza di un tipico “romanzo di formazione”. Nel film di Garrone, invece, il “passaggio” finale appare più come un traguardo che un ovvio risultato, come il raggiungimento di uno stadio di consapevolezza derivante sia dalle esperienze negative che da quelle positive.

Abbiamo cercato di dare una panoramica sintetica della simbologia delle avventure del famosissimo burattino, con riferimenti anche alla parte esoterica ed ermetica. Ma ciò che importa di più è il messaggio che l’opera vuole dare a noi persone comuni. Come Pinocchio, tante volte ci è capitato di cascare ripetutamente negli stessi errori, non ascoltando la voce della nostra coscienza o i consigli delle persone sagge che ci circondano (Geppetto, Grillo parlante, Fata turchina). Quante volte siamo rimasti affascinati dalle lusinghe degli ingannatori  (Gatto e Volpe, Lucignolo), credendo di poter condurre la nostra vita in uno stato vegetale senza la prospettiva di progredire spiritualmente (Paese dei balocchi). Ed allora è necessario rifugiarci nel nostro mondo interiore (il ventre della balena) per raggiungere l’illuminazione necessaria a ritrovare la scintilla divina presente in ciascuno di noi.

Pinocchio, dalla letteratura al cinema, unico nella sua candida semplicità e seducente nella sua intricata complessità, continua a stupirci in un mondo attuale dove i fili che ci muovono sono sempre più imprevedibili ed infidi.

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