Mamma, ti spiego perché da quando vivo da solo camera mia è sempre in disordine

Cara mamma,
nell’utilizzo dello spazio di camera mia mi sono deliberatamente ispirato al caos nietzschiano. Quello da conquistare prima della ri-edificazione di una morale a-morale. Scusa per il gioco di parole. In fondo nemmeno Nietzsche, forse, è mai uscito dal castigo umano della trama intrappolante del linguaggio, tessuta dal significato che imprigiona il significante. Distruggiamo una morale e speriamo che quella dell’übermensch sia migliore, perché alla fine, sempre una morale sarà.

Comunque la mia stanza, che spero genererà una stella danzante (magari salterà fuori dall’armadio), ha anche un altro caposaldo: la dimora del Sonno. Libro XI delle Metamorfosi di Ovidio. La dimora del Sonno, luogo silenzioso e soporifero, ornato di papaveri viola. Là riposava Alcione, moglie di Ceìce; Iride, messaggera di Giunone, era stata spedita dalla Dea per mandare ad Alcione un sogno rivelatorio sulle sorti del marito, naufragato tragicamente (da intendere qui col significato classico del termine, esaurito perfettamente dalle antiche Tragedie greche). “Tutto intorno giacciono alla rinfusa, negli aspetti più diversi, le chimere dei Sogni, tante quante sono le spighe nei campi […] quando la vergine vi entrò, scostando con le mani i Sogni per poter passare […]”; le chimere dei Sogni allegoricamente sono i vestiti lanciati con non curanza sul divano o le scarpe e calzini che costellano il pavimento. In effetti per passare bisogna proprio scostarli, proprio come fa la ninfa Iride con i Sogni.

Vedi mamma, ho necessità di contrappore un modello che sia abbastanza scandaloso per le persone che vivono con orgoglio questa loro vita direzionale, come anche le nostre del resto.

La premura con cui riordinano la camera è veramente insolente e irritante. La cura che impiegano a prendere oggetti e spostarli solo per l’arroganza di vederli secondo uno schema che, convenzionalmente, chiamiamo ordine. Non c’è un solo frammento della mia nebulosa coscienza o anima, o come si voglia volgarmente nominarla, che sia in ordine. Con quale faccia tosta mi presento in camera mia a ri-ordinare? Sarei uno schematizzatore, uno che va orgoglioso della vacuità che rappresentano gli oggetti nella sua stanza. Il disordine è distensivo e passionale,  sovverte le leggi dell’ordine votato alla produttività e all’utilitarismo dai quali, anche fossero solo mentali, me ne guarderei bene.

I treni sono veicolati e obbligati alle direzioni che i binari indicano loro. Una causa di forza maggiore, forse solo una gru, può elevarli dai binari a cui sono agganciati. O un deragliamento.

Strade, città, agglomerati urbani sono i nostri binari e io sento il peso del nostro vincolo. La civiltà, credo, ci ha iniziati a questo patto. Il primo uomo che decise, nel paleolitico, di abbandonare la sua caverna e costruire una capanna, ha deragliato dal suo binario di uomo obbligato alla Natura. Ha distrutto una morale e ne ha costruita una nuova, quella che oggi viviamo all’estremo. La morale della tecnica, che oggi ci governa.

L’ingegneria di ordinare la mia camera secondo uno schema ordinato. La mia camera è caotica e illogica perché rifiuta l’intenzionalità di schematizzare. Solo una camicia su una stampella, sarebbe un atto di conformismo e di legittimazione dell’obbligo che ho con la civiltà. Ungaretti lo diceva “l’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura” quando veniva intervistato da Pasolini. In camera mia vige il disordine, perché è scandalizzante. Anche perché è più comodo.

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