Miloslav “Gattone” Mecir: l’esteta del tennis dal fisico di cristallo

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23 febbraio 1987, Key Biscayne, Florida.

La Florida è famosa – da sempre – perché c’è il sole tutto l’anno. Non deve quindi stupire che, anche a febbraio, i due tennisti che si contendono il torneo più importante dopo quelli del Grande Slam, si affrontino sotto la canicola.

Di fronte ci sono due cecoslovacchi, Ivan Lendl e Miloslav Mecir. Lendl è forse al suo anno migliore, è praticamente imbattibile. Il suo tennis è tanto brutto a vedersi quanto efficace; Lendl è il prototipo del gioco moderno, fatto di colpi tremendamente arrotati, allenamenti ossessivi e tic che snervano gli spettatori. Lendl in America è di casa, da anni ha come obiettivo di essere naturalizzato statunitense; antipatico in campo, è intelligente e brillante fuori.

A un giornalista della sua terra che improvvidamente gli chiede quale lingua parli quando sogna, Lendl risponde acuto: “Faccio sogni silenziosi”.

Mecir calca i campi che contano da un paio d’anni e da poco bazzica i primi dieci del mondo; è tutto l’opposto di Lendl, un giovane uomo dell’est che viene dalla profonda Slovacchia, cresciuto imparando col nonno l’arte della pesca, della pazienza e del silenzio.

Si muove indolente e imperturbabile tra un punto e l’altro, Mecir. Ha l’aspetto di un Clint Eastwood – quello degli spaghetti western – depotenziato. E se l’attore, nelle parole di Sergio Leone, poteva sfoggiare solo due espressioni – col sigaro e senza – a Miloslav viene negata anche questa sottile variazione; Mecir ha una sola espressione, sotto i grovigli biondicci e la barbetta da intellettuale marxista, quella assente, quasi ascetica che sfoggia anche sotto il sole della Florida, mentre sta tagliuzzando un pezzetto dopo l’altro il blasonato connazionale.

C’è una bislacca teoria che circola incontrastata tra i tifosi di oggi, specie tra quelli che di tennis masticano pochino: la classe, lo stile, deve passare per forza attraverso il rovescio a una sola mano. Ed eccoli così fervidi ammiratori di tennisti come Thiem o Wawrinka, efficaci portavoce della scuola di pensiero che, tuttavia, impugnano la racchetta come fosse una poco nobile roncola, con scarsi riguardi per l’estetica.

Basterebbe fare un giro su YouTube e guardare qualche vecchio filmato di Mecir per smentirli; quello di Miloslav è stato il più bel rovescio a due mani della storia del tennis.

“Gattone”, il soprannome che con trovata di impareggiabile genialità gli aveva attribuito il grande Gianni Clerici, storico del tennis e fervido ammiratore dello slovacco, lo classifica completamente. Come un felino Mecir se ne sta sornione sulla linea di fondocampo che misura con passi flessuosi; gioca in perenne, sublime, anticipo. Si appoggia alla forza del colpo dell’avversario, respingendo indietro la pallina senza alcuno sforzo; a tratti sembra quasi allenarsi, tanto i suoi colpi sono piatti e senza peso. Da buon felino ipnotizza il rivale senza degnarlo d’uno sguardo, rallenta il gioco fino a farlo sembrare parodia, per poi assestare una clamorosa rasoiata di rovescio o una vellutata palla corta. Cogliere in contropiede l’avversario è la sua missione vitale, narcotizzarlo la sua arma principale. Pare innocuo, Mecir, eppure, a ben guardare, la pallina sembra restargli sulle corde un attimo in più del possibile, in un’irreale sospensione delle regole della fisica.

Gioca fino al 1986 con una vecchia Snauwert di legno – in piena era di materiali compositi – che mette da parte più tardi di ogni altro campione. Un’ostinata leggenda vuole che continui a usare un attrezzo in legno – che gli garantisce più sensibilità a discapito della potenza – camuffato da racchetta moderna per motivi di sponsorizzazioni. Nessuno ha mai giocato un tennis così, tranne forse sessant’anni prima; un mix di astuzia, talento e sensibilità nel tocco. A riprova della peculiarità di Mecir, a soffrirlo di più sono i tennisti svedesi, eredi di Borg e del suo tennis robotico e ossessivo-compulsivo, basato sulla rigida ripetizione di schemi. Proprio quegli schemi che di fronte al tennista nato a Bojnice saltano irrimediabilmente. Sotto i suoi colpi cadono – spesso con fragore – Wilander, Edberg, Nystrom.

Ma ogni storia baciata dal talento deve pagare il proprio pegno; nel caso di Mecir la nemesi si presenta dentro sé, in due aspetti. Il primo, più marginale, è il carattere. L’indolenza quasi ascetica e la noncuranza non si accompagnano spesso all’istinto da killer indispensabile, e Mecir è tanto bello da vedere quanto svogliato, a volte: “Primo del mondo tutti i giorni in cui si risvegliava in tempo dai suoi lunghi sonni” – disse una volta ancora Gianni Clerici. Quando mette il piede giù dal letto troppo tardi, Mecir sfoggia la grinta e la carica agonistica di un bradipo sotto valium e anche un pensionato che passasse di lì per caso potrebbe sperare di batterlo.

Il secondo, distruttivo, è il mal di schiena. Problemi alle vertebre e un’ernia al disco lo flagellano; il servizio sarebbe troppo debole anche per il tennis femminile, simile a una blanda rimessa in gioco che risulta quasi una presa in giro. Negli ultimi anni è addirittura spesso costretto a servire la palla da sotto, con una scucchiaiata inguardabile e inefficace.

Ma quel giorno in Florida il fisico lo grazia e accade quel che dovrebbe sempre accadere in un mondo perfetto: il robot Lendl è umiliato, irriso, e il tennis troppo bello per essere vero di Mecir ha la meglio per tre set a zero. Accadrà in altri cinque tornei, in quell’anno magico, anche contro un altro genio della racchetta, John McEnroe, al Masters di Dallas.

Pur con un fisico – e a volte un morale – di cristallo, Mecir vince undici tornei e arriva due volte in finale in competizioni dello Slam. Nell’88 in una Seoul dominata dai muscoli dopati e gli occhi iniettati di sangue di Ben Johnson, vince le prime Olimpiadi di tennis dopo più di sessant’anni di assenza. Lo stesso anno sfiora il colpaccio a Wimbledon: dopo aver ridicolizzato Wilander – quell’anno il più forte del mondo – sta facendo lo stesso con Edberg in semifinale quando qualcosa cede; il fisico, di sicuro, la testa, forse. Magari tutti e due.

Tant’è, a ventisei anni Mecir ha il fisico di un cinquantenne e si ritira. Anni dopo cercherà di trasmettere il suo sapere come allenatore, anche in Davis, e tramite il figlio, omonimo e oscuro tennista di bassa classifica. Ma il talento, quello no, non si trasmette.

E allora Mecir sparisce di nuovo e piace immaginarlo in riva a qualche placido fiume cristallino, tendere le sue trappole astute e ipnotiche a qualche pesce d’acqua dolce. Nessuno dopo di lui è riuscito a riproporre quel tennis sonnolento e placido, folgorato dai piatti guizzi da gattone, dalle trame tanto intelligenti da apparire quasi diaboliche.

Il gatto, in fondo, non è l’animale del diavolo?

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