Yesterday è così bella perché i Beatles non vollero toccarla

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Una mattina del Maggio 1965, durante la lavorazione di Help!, Paul McCartney si sveglia nella sua stanza con una melodia che gli ronza in testa. Per usare le sue stesse parole, quella melodia gli si manifesta in tutta “la gloria e la freschezza di un sogno”. Paul si alza, si siede al piano, trova un Sol, una settima in Fa diesis, un Si, un Mi minore e infine ritorna sul Sol. La melodia lo convince, gli piace, tutto gli sembra scorrevole e logico, ma qualcosa lo frena: “È formidabile, mi chiedo che cosa sia. Non ho mai scritto nulla del genere prima, da dove arriva?”.

Il dilemma attanaglia Paul per giorni e giorni: forse quella melodia l’aveva già sentita da qualche parte? Nel frattempo vengono abbozzate alcune righe di testo, e il pezzo prende il titolo di Scrambled Eggs (“uova strapazzate”). Nei periodi successivi, la canzone viene suonata decine e decine di volte, ed ogni occasione è buona per chiedere “Che è questa canzone?”, “Non so cosa sia, ma è bellissima”, gli risponde Alma Cogan.

Stiamo parlando di Yesterday, il brano che tantissima gente là fuori non esiterebbe a definire il più famoso, il più bello e il più significativo non solo della produzione dei Fab Four, ma di tutta la storia della musica pop. A 53 anni di distanza, Yesterday suona ancora incredibilmente moderna, bella, scorrevole, in nessun modo intaccata dal passare degli anni, dei generi, delle mode e delle tecnologie. La canzone più eseguita di tutti i tempi, che non è poco.

Eppure, questo capolavoro apparentemente eterno, nasce nell’incertezza più totale: esiste già? Non esiste già? Senti qua, ho questa melodia, ti sembra qualcosa che hai già sentito?

Deciso a proseguire con la stesura del brano, Paul rimugina sulla melodia, sulle otto battute di mezzo, cercando una forma definitiva: “Se la sento ancora una volta, faccio portare via quel maledetto pianoforte”, gli dice Dick Lester, regista del film Help!. È durante un viaggio di trecento chilometri in auto, da Lisbona al Golfo di Cadice, che Paul elabora un testo che verrà ultimato solo un paio di settimane dopo: una valanga di tempo per chi era abituato, in compagnia di John Lennon, a chiudere un pezzo in due o tre ore.

Esistono una marea di motivi per i quali i Beatles sono stati quello che sono stati, e soprattutto sono quel che sono ancora oggi, ma non è in questo enorme labirinto che ci vogliamo addentrare. L’anima della loro musica, così tanto avanti rispetto ai tempi, imprevedibile e in continua evoluzione, vive di un qualcosa che probabilmente deve ancora essere compreso fino in fondo. L’effetto che la musica del quartetto ha avuto sulla contemporaneità e (soprattutto) sulla storia del pop e del rock è il frutto di una vastissima varietà di aspetti, alcuni dei quali riconducibili ad una abbondanza di menti, idee, strumenti, persone, parole, influenze e fonti di ispirazione.m

Ma anche no. In altri casi, la forza dei Beatles fu proprio quello di evitare la molteplicità di contributi. Yesterday ricade proprio in questo caso.

Terminata la scrittura del brano, Paul si decide a fare ascoltare il pezzo a John, George e Ringo, perché è così che i Beatles lavorano: ho questo pezzo, cosa potremmo farci? Serviva l’approvazione della band. I Beatles, oltretutto, erano una band rock’n’roll che si era impressa nell’immaginario collettivo come una formazione di quattro ragazzi sorridenti, ognuno intento a suonare il proprio strumento. Ecco che Paul invece si presenta con solo la chitarra acustica e la voce. Per cogliere appieno ciò che successe, possiamo provare ad immaginarci di essere, improvvisamente, John Lennon: abbiamo di fronte Paul McCartney che ci suona questa Yesterday, come è già successo altre decine e decine di volte, in attesa che noi imbracciamo la chitarra e lavoriamo con lui sul brano. Paul ci guarda e ci chiede: “E quindi?”. Voi cosa rispondereste? “Fammi vedere un po’…che accordi sono? Qui potrei metterci un arpeggio? Un coro?”.

No, John Lennon non ha dubbi: “Credo che dovresti farla tutto da solo”. Rispose così infatti, seguito a ruota da George e Ringo, concordi che Paul, quel pezzo, doveva suonarlo e cantarlo da solo. Niente arrangiamenti, niente band. Anzi, è proprio la band a farsi da parte, a dire “Credo che in questo pezzo non farò nulla”.

Il resto, assieme ai quartetti d’archi di George Martin, è storia. Miles Davis era solito dare una grandissima importanza al silenzio, alle pause, quasi più che alle note in sé: “La vera musica è il silenzio. Tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio”. E qui stiamo parlando di Jazz. E la scelta del silenzio, in questo caso, ha creato un autentico capolavoro e una canzone che permise al suo autore di ricevere un premio per i sei milioni di volte che era stata trasmessa dalla radio americana, due milioni di volte più di ogni altro disco.

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