Venere in pelliccia: il teatro fatto cinema da Roman Polański

Questo articolo racconta il film Venere In Pelliccia di Roman Polański in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Chi è che può definire con certezza quali siano i canoni dell’erotismo? È proprio da questo punto di partenza che Polański gioca abilmente con il paradigma della seduzione. Tutto ha inizio dal romanzo, pubblicato nel 1870 dall’autore austriaco Leopold von Sacher-Masoch dal titolo Venere in pelliccia, in una serie di racconti riservati all’amore. Questo volume rappresenta una vera e propria ricerca del piacere, l’autore stesso che nei suoi scritti inserisce moltissimo materiale autobiografico, descrivendo la sua passione per la sottomissione, tanto da firmare un contratto dove accetta di essere “schiavo” della controparte, e che a volte gli riserverà addirittura delle sonore frustate.

Una vicenda così complessa e dai tratti che sfidano la sottile linea della moralità, non poteva che attirare un regista che ha da sempre messo in discussione alcuni precetti della società occidentale, con uno sguardo privo di recinzioni di qualsiasi genere. Roman Polański riesce ad avere tra le mani la trasposizione teatrale di David Ives, Venus in Fur, che ha debuttato a New York nel Duemiladieci. Al festival di Cannes, due anni dopo, ecco la scintilla che spinge il regista parigino a realizzare la pellicola, presentandosi esattamente l’anno dopo sul red carpet con la trasposizione cinematografica.

Ricalcando la claustrofobia di Carnage, l’opera sembra essere stata concepita per essere diretta dall’allievo della scuola di cinema di Łódź, ed infatti riesce con grande facilità a ricreare quel crescendo di erotismo e fraintendimento usuale nelle sue regie. L’impatto culturale dello scrittore austriaco, che all’epoca ovviamente destò molto scalpore, si è proiettato in tutto il secolo successivo, arrivando anche nel Ventunesimo secolo. Gli omaggi sono molteplici e tutti di grande stile, a partire da quella Venus in furs di una band leggendaria come i The Velvet Underground & Nico, per poi ritornare a ritroso agli albori del Secolo breve, dove Kafka nel racconto La metamorfosi chiama il protagonista proprio Gregor, alter ego di Severin nell’opera di von Sacher-Masoch e che ha in camera un quadro ritraente una donna avvolta in un pelliccia che le copre il collo. Quest’ultimo particolare rappresenta senz’altro l’Eros e la sua mancanza, sia nel protagonista della drammaticità Kafkiana che nell’autore stesso.

La chiave della pellicola però è più attenta alla pura ostentazione della carnalità, cercando e trovando sin da subito una opportunità per far affiorare l’antinomia, parte essenziale dell’umanità. L’esiguo numero di attori che non sono una novità per il regista, hanno la capacità di trasformarsi, mettendo in scena più sfaccettature della stessa personalità, rovesciando i ruoli e modificando irrimediabilmente i rapporti di potere. Perché la seduzione esercitata da Vanda (Emmanuelle Seigner, una delle donne più sensuali di Francia) sul povero malcapitato Thomas (Mathieu Amalric) è capace di sovvertire facilmente un uomo completamente schiavo delle sue pulsioni.

Al rapporto tra i sessi, così tanto approfondito e sviscerato nel corso dei secoli, Polański regala nuovi ed ambigui elementi. Oltre alla già citata claustrofobia della precedente opera del regista, ci sono ulteriori rimandi ad altri suoi film: i travestimenti, tipici del teatro, e che certamente sono perno fondante della storia, non possono che rimandarci a L’inquilino del terzo piano, ma anche in parte a Luna di fiele, con i giochi di ruolo tra Vanda e Thomas. L’esclusività del luogo, condiviso da poche persone, è fonte alla lunga di instabilità, dove alla fine emergono le tensioni e le verità sul carattere delle persone, sempre attente a dare una immagine diversa di se stessi. La mattanza, che in questo caso viene vista più come un gioco tra uomo e donna, viene interpretata magnificamente dagli attori, che si trovano a loro agio. Quella che all’inizio può sembrare un’attrice di poco peso e decisamente volgare, si trasforma in una dea da adorare, con il regista che ha tra gli innumerevoli pregi quello di effettuare le riprese con una sola camera, così da dare ancora più realismo alla faccenda.

La genesi dell’opera si percepisce sin dalla colonna sonora, con il compositore Alexandre Desplat che edifica un ritmo insolito, di chiara matrice epigrammica. La Venere, completamente adornata, e trasformata nella figura del dipinto di Tiziano, ha il potere e la pretesa di sottomettere con sadismo l’uomo, in questo caso vagamente misogino. E così, come Dioniso nella tragedia di Euripide fa ritorno sulla terra per distruggere i suoi denigratori (Vanda stessa ne cita qualche riga), la donna punisce l’uomo per il suo iniziale disprezzo. La trasposizione che Thomas, da regista intellettuale, cerca di fare sulle sue voglie erotiche, di cui rimane chiaramente vittima, lasciano spazio alle Polańskiane fissazioni, che aggiungono una maggiore dose di ambiguità nella battaglia di seduzione tra i protagonisti. La trasformazione di Mathieu Amalric nel regista francese, a cui tra l’altro assomiglia, tramuta la diatriba addirittura in un affare di famiglia: essendo la Seigner compagna di vita di Polański.

Questo cinema dal sapore puramente teatrale è quello che più si avvicina agli umori di un certo tipo di apparente irrazionalità elucubrata, toccando le corde giuste dei piacevoli vizi più nascosti dell’inconscio umano. 

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