King’s Mouth: la favola psichedelica dei Flaming Lips

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C’era una volta un re bambino gigante, con una testa talmente grande da contenere una galassia. Un freak favolistico ma anche malinconico perché la regina, sua madre, morì dandolo alla luce. Il ragazzo crebbe in grandezza, a dismisura, pieno di gioia di vita ma anche col pensiero della morte.

E poi, una sera, come racconta una minacciosa micro-sinfonia elettrica, lo spazio, l’aurora boreale e i “grandi temporali del sud” entrano magicamente nella testa del re (Electric fire) che usa la sua mole per fermare una valanga che minaccia il villaggio (All for the life of the city).

Immensamente grati per il gesto, i sudditi iniziarono ad arrampicarsi sulla sua testa per scrutare, dalla bocca, il magnifico universo stellato.

Per preservarla la tagliarono dal corpo (Feedaloodum beedle dot) e ci colarono sopra acciaio fuso al fine di preservarla in eterno, con la bocca ancora spalancata impegnata in un urlo estremo prima della morte o forse in una risata infinita (Dipped in steel) che potesse lasciare intravedere la bellezza dell’universo al suo interno. E così, sebbene morto, il re diventò promemoria di generosità e pulsione di vita (Mouth of the king).

La musica segue la storia e la complessa alchimia emozionale che vive nel bambino. Le note seguono la sua crescita in questo concept album dove le singole composizioni sono legate dalle brevi narrazioni di Mick Jones dei Clash mentre Wayne Coyne intona nenie psichedeliche come in Giant baby a cui seguono melodie di sintetizzatori che s’impiantano su accordi di chitarra acustica e beat elettronici, intermezzi strumentali cupi che annunciano filastrocche, coretti anni ’60 s’abbinano a squarci di psichedelia.

Le musiche sono piene di tocchi descrittivi e dall’atmosfera a metà fra la celebrazione gioiosa e la contemplazione malinconica, fra aperture melodiche e pulsioni digitali scure.

In fin dei conti, quello che dice King’s mouth è che la vita è una cosa meravigliosa perché contiene tutto: la gioia come il dolore.

The sparrow stabilisce sopra tutte le altre canzoni, la grandezza di questo album che segnerà una pietra miliare nella storia del gruppo e della musica tutta. Racconta di un passero che simbolicamente rappresenta la bellezza e il calore dell’infanzia e come questa anche se vola via velocemente senza che ce ne accorgiamo rimanga sempre viva nei cuori giovani che sanno sempre sognare e guardare al futuro con un sorriso, con il coraggio e con la speranza.

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