Il nuovo album di Nick Cave trasforma il dolore in bellezza

Primi giorni di Ottobre. La mezzanotte è passata abbondantemente e sulla macchina picchia il primo temporale davvero violento di questo autunno.

Qualche ora prima, su YouTube, Nick Cave ha lanciato la prima mondiale del suo ultimo album: GHOSTEEN.

Così, mentre con la mia ragazza vaghiamo per il lungomare ormai deserto e desolato, mentre le immagini che scorrono dai finestrini vengono deformate dalle gocce di pioggia, attacca Spinning Song, la prima traccia del disco che diventa colonna sonora dell’atmosfera triste che scorre.

In quel momento mi sono sentito protagonista e spettatore di un film. Ciò che guardavo era assolutamente in armonia con ciò che stavo ascoltando, proprio come quando nei film immagini e musiche si incastrano perfettamente.

Spinning song si apre con i sintetizzatori che simulano suoni quasi alieni e subito dopo la voce di Cave che inizia a raccontare l’epopea del re del Rock (Elvis?), che prima di diventare re fu un principe con i capelli “ingellati” che finì per cantare a Las Vegas.

Il re si innamorò di una regina e vissero insieme nella loro casa e nel bel giardino, quando lui morì il cuore di lei si spezzò, ma le lasciò una canzone che ripeteva:

Io ti amo
La pace arriverà, a suo tempo arriverà
Arriverà un tempo per noi
Ci sarà un tempo anche per noi

La seconda traccia è Bright horses, il brano inizia con un piano, un sintetizzatore e un coro in falsetto, durante tutta la canzone non ci sarà un’ombra di sezione ritmica.

Nick Cave con la sua voce riesce a trasmettere tutto il dolore del mondo, ovvero il dolore di un genitore che ha perso il proprio figlio. Mentre ascolto, inizio a sentirmi così triste da aver voglia di piangere. Le strofe finali dicono:

Ad ogni modo il mio bambino sta tornando a casa,
Sento il fischio del treno
Sento i cavalli galoppare nei pascoli del signore

Prima di mettersi all’ascolto di Ghosteen (in inglese “Fantasma adolescenziale”) bisogna considerare la perdita che i coniugi Cave hanno subito: nell’estate del 2015 sono stati costretti ad affrontare la morte del figlio quindicenne Arthur.

Cave ha raccontato il dolore di quel lutto in Skeleton Tree. Seppur i lavori del suddetto album fossero iniziati prima, la morte di Arhtur non ha potuto che incidere sulla nascita di alcune canzoni. Invece, Ghosteen racconta l’elaborazione del lutto e, anche se ogni canzone è pregna di dolore, si presenta meno cupo di Skeleton Tree. Come se da lontano si intravedesse un alone di luce, già la copertina ritrae una sorta di Eden.

La terza traccia è Waiting for You, che senza dubbio entrerà di diritto tra i classici del cantautore australiano. In questo brano si percepisce tanta attesa, più di quanto se ne percepisca nella canzone precedente. È come se ciò che sta aspettando sia sempre lì lì per arrivare, però in Waiting for you l’autore intravede la sua salvezza, e la intravede nella persona amata. Come se lei fosse l’ancora a cui appigliarsi per non lasciarsi sopraffare dalle acque burrascose. Intanto, tornano i riferimenti biblici, consuetudine per Nick. Torna la morte, c’è una madre che ha perso suo figlio e lo tiene fra le braccia, sono la Madonna e Gesù, e tra le righe del teso si capta un parallelismo con la pietà di Michelangelo. Tutto questo è Night Raid che a tratti ricorda le canzoni contenute in Boatman’s call.

L’album prosegue con Sun forest, ancora riferimenti biblici e bambini che ascendono verso il sole. Poi Galleon Ship, un canto gospel in cui si parla di resurrezione, il brano che fino ad ora ha trasmesso più serenità. Gli ultimi due brani della prima parte sono Ghosteen speaks e Leviathan.

Le canzoni della prima parte del disco, a detta del cantautore, sono le figlie. Invece la seconda parte è formata da tre canzoni, che sono i genitori.

Ghosteen, che sarebbe anche la Title-Track, dà vita alla seconda parte, un brano di ben 12 minuti con un arrangiamento maestoso ed elegante su cui Cave inizia a cantare solo dopo 4 minuti.

Tre orsi guardano la TV
Mamma orsa tiene il telecomando
Papà orso galleggia e basta
E l’orsetto ha preso una barca
E se n’è andato sulla luna

Arriviamo al penultimo pezzo, Fireflies, un monologo contornato da un tappeto musicale ora cupo ed ora romantico.

Una stella è solo la memoria di una stella
Siamo lucciole che pulsano debolmente nel buio
Noi siamo qui, tu dove sei?

L’ultimo tassello è Hollywood, ed è in questa ultima canzone che troviamo accenni di parti ritmiche. Il testo ricorda Higgs boson blues, però qui non ci sono Miley Cyrus, Robert Johnson e il diavolo. In Hollywood c’è un altro bambino che lascia paletta e secchiello per volare verso il sole come se volesse evidenziare il fatto che un infante lasci i suoi giocattoli per morire, ci sono animali in fuga e Kisa Gotami, protagonista di una delle più famose parabole buddhiste.

Kisa era la moglie di un ricco commerciante e quando la sua unica figlia morì era così disperata che chiese a chiunque se qualcuno potesse aiutarla. Allora un anziano le disse che aveva visto il Buddha e gli aveva suggerito che se lei avesse voluto salvare la propria bambina avrebbe dovuto trovare semi di senape bianca in una casa in cui non fosse morto mai nessuno. Così la donna, iniziò a girare di casa in casa non riusciva a trovare una famiglia che non avesse perso almeno un familiare. Alla fine realizzò che nessuno è immune alla morte.

La Madonna, Kisa Gotami, papà orso, tutti esseri che come Nick Cave hanno perso un figlio, e lui, si serve di storie analoghe alle sue per raccontare il suo dolore.

L’album si conclude con questa strofa:

È un lungo cammino, la ricerca della pace mentale
Ed io so aspettando il giorno in cui arriverà la mia pace

Senza nulla togliere ai testi della prima parte, ma quelli della seconda hanno una bellezza straordinaria.

Durante l’ascolto dell’intero album si avvertono momenti di angoscia, mentre a disco finito ci si sente più leggeri. Chissà se lo scopo dell’arte non sia davvero questo: alleggerire.

Una cosa è certa, Nick Cave per l’ennesima volta ha trasformato il dolore in bellezza.

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