Gigolò Per Caso: un film analogico in un mondo digitale

Questo articolo racconta il film Gigolò Per Caso di John Turturro in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

John Turturro, alla sua quinta regia, riesce in modo leggero ad analizzare le complessità delle solitudini umane con una insolita dignità d’altri tempi, incontrando il favore degli ultimi romantici rimasti a questo a mondo. Questo grazie anche ad una spalla d’eccellenza, quel Woody Allen che difficilmente si concede in film non suoi, ma che quando lo fa arriva a risultanti eccellenti, come accadde per quel Il prestanome del Settantasei di Martin Ritt, dove denunciava il Maccartismo selvaggio, che costrinse all’oblio, o ancora peggio alla morte, diversi americani non allineati al pensiero unico del Capitalismo.

Un’ode al genere femminile, così irrimediabilmente complesso e fascinoso, e dove spesso ci scontriamo brandendo uno sguardo o anche un semplice accenno di sorriso. Così sconosciuto alla controparte, generalmente meno pretenziosa e più prettamente carnale. L’amore pensato che tanto decantava Max Gazzè, si esprime appieno nel rapporto tra Fioravante – un Turturro talmente mite e dignitoso da strappare tenerezza – e Avigal – nome profondamente evocativo per una Vanessa Paradis, che con quel suo viso Burtoniano, nel suo intimo dolore per la perdita della persona amata, dona quell’ulteriore tocco di raffinatezza alla pellicola.

Come spesso accade, però, sono le necessità a farci fare cose impensabili, e così con l’aiuto di Murray, alias Dan Bongo, alias Woody Allen, Fioravante si improvvisa nel mestiere più antico del mondo. Eppure un carattere ed un animo così particolare non possono affrontare un rapporto umano con così tanta leggerezza, ed in modo meccanico: così il gigolò riesce a donarsi completamente alla persona con cui condivide anche solo per poche ore il letto, non banalizzando, anzi fornendo combustibile a quelli che dovrebbero essere i rapporti umani. Così emerge questo disperato bisogno di sincerità, condito da una immensa solitudine, fenomeno non di certo raro in questo nuovo secolo.

Il film ricalca il mood dell’amico Woody, in una Brooklyn luminosamente autunnale, romantica ed ammaliatrice che si erge come spesso accade nei film di Allen a coprotagonista del film. La nostalgia ovviamente è dietro l’angolo, si percepisce già alle prime avvisaglie della pellicola, con i due amici nella libreria di Murray che sta per chiudere, a detta di quest’ultimo: “Perché non gliene frega più niente a nessuno”. È questo che assaporano gli spettatori, coinvolgendoli in quella effimera brezza di confidenza, in un girato dai colori piacevolmente impastati, complice anche la stagione, che come la primavera offre il meglio di sé, anch’essa quasi epurata da un mondo che non accetta più le benevole vie di mezzo.

La funzione principale del regista/attore di New York serve ad alleggerire la pellicola, con quel tocco dolceamaro tipico della sua produzione, senza risparmiare le consuetudinarie stoccate alle mille contraddizioni della comunità ebraica, poco avvezza all’umorismo, ma che forse per questo riesce a produrre dei comici così perspicaci. La multietnicità di una città che ha fatto di questo aggettivo la sua forza si sente tutta, tra fiorai italiani, borbottanti anziani ebrei e anche quel tocco di charme di giovani donne francesi in cui perdersi senza remore, che vengono ovviamente rimarcate da Turturro, con l’invidiabile pregio di non essere figure messe lì per caso, ma con una complessa personalità che tesse le trame di un ex- nuovo mondo nelle sue contraddizioni, ma ancora pieno di sorprese.

Forse è anche questo uno dei maggiori pregi di questa città e dei suoi “quartieri”, se così si può chiamare Brooklyn: una divisione amministrativa che conta quasi tre milioni di abitanti. Il miscuglio di personalità, etnie, caratteri, dove le idee sono più facilmente sviluppabili, se si ha dalla propria parte lo spirito d’iniziativa. È stata proprio la sua passata apertura al nuovo, a fornire linfa indispensabile per le nuove idee, dando la possibilità a tutti di poter ricominciare. Sfidiamo chiunque a non farsi dei nuovi amici, in luoghi così immensamente popolosi.

Il prendere la vita così come viene è certamente la caratteristica principale del protagonista, rispecchiando a sua volta anche la città, senza troppi patemi d’animo, omaggiando anche un certo cinema d’essai tanto caro alla città di New York. La colonna sonora è pienamente in linea con il contesto, condita da Gene Ammons al sassofono, ma anche dai sapori di New Orleans con Trombone Shorty, per proseguire con la apprezzabile classicità di Dean Martin. Degna di nota anche l’interpretazione di Vanessa Paradis di Tu sì ‘na cosa grande del cantautore italiano Domenico Modugno, che curò le musiche, con il testo di Roberto Gigli: ennesimo omaggio di Turturro al suo Paese d’origine. La fotografia, affidata al sapiente Marco Pontecorvo (alla sua terza collaborazione con l’attore/regista italoamericano), rende al meglio, trasmettendo allo spettatore quel sapore tenero e rétro.

L’intento di Turturro è pienamente realizzato, l’omaggio, senza eccedere nella nostalgia ad un mondo quasi scomparso, che rivive a volte nelle persone più schive, e che in questo contesto vengono messe in luce senza prendersi troppo sul serio.

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