Steven Wilson, Hand. Cannot. Erase.: un concept album funebre

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L’artista è colui che si immerge nella complessità del mondo contemporaneo e ne osserva le criticità. Attraversa le strade delle metropoli, ne respira il clima ed è attento ai mutamenti repentini. Spesso è attratto dalla folla, un fiume elettrico incandescente, a volte affascinante, a volte inquietante. Il suo sguardo è sempre focalizzato su episodi inconsueti che si sviluppano all’interno dei muri degli imponenti palazzi o nei vicoli più impervi. L’artista cattura dunque gli elementi della contemporaneità e li riconsegna al pubblico con una prospettiva differente nella sua opera d’arte.

Questo è il lavoro compiuto da Steven Wilson nel suo terzo album da solista in studio Hand. Cannot. Erase., uscito nel 2015.

La mano del tempo non può cancellare la terribile storia di Joyce Carol Vincent, da cui l’artista britannico trae spunto per creare la sua opera. Il 25 gennaio del 2006 la ragazza in questione è stata ritrovata priva di vita, adagiata sul divano nel suo appartamento a Londra, a distanza di tre anni dal suo decesso. Nella cucina vi erano depositate alcune buste della spesa; accatastati sul pavimento della sala d’ingresso i regali di Natale. La televisione rimasta accesa sullo stesso canale da tre anni. Joyce Carol Vincent era stata inghiottita dalla città per tre anni e nessuno si era accorto della sua assenza.

Queste le parole di Steven Wilson a riguardo:

“La storia, il concept dietro al disco è basato su una donna che sta crescendo, che va a viere in città, isolata dal mondo, e un giorno sparisce senza che nessuno se ne accorga. C’è qualcosa in più. La cosa più interessante di questa storia è che la tua prima reazione quando la senti è ‘oh, piccola ragazza che nessuno nota, a cui nessuno importa’. Ma lei non era così. Lei era giovane, di successo, attraente, aveva molti amici, una famiglia. Ma per strane ragioni, non mancò a nessuno per tre anni.”

Qui sotto il trailer del documentario dedicato alla ragazza.

Hand. Cannot. Erase. è un concept album i cui temi conduttori riflettono sullo stato di isolamento dell’uomo contemporaneo – potenziato dall’introduzione dei Social Network e dall’avvento nuovi mezzi tecnologici – all’interno della città. Infatti durante le esibizioni live del tour dedicato alla presentazione del disco, l’immagine di un enorme palazzo occupava, come un muro, l’intero monitor posto sul fondo del palco.

Seppur il fondatore dei Porcupine Tree mantiene uno stile vicino alla tradizione del Progressive Rock, con alcuni richiami evidenti alle sonorità dei Pink Floyd, Genesis, Yes, Rush ma anche alla chitarra di Pet Townsend (soprattutto nel riff sincopato di 3 Years Older), Hand. Cannot. Erase. è tuttavia differente dal precedente The Raven That Refuse to Sing (2013), in pieno stile Progressive Rock dei primi anni Settanta sia nel sound che nel tessuto narrativo.

Invece in Hand. Cannot. Erase. troviamo una storia contemporanea narrata in prima persona e dunque anche le scelte stilistiche musicali sono coerenti al tema conduttore dell’opera, nonostante i principali musicisti presenti nelle sessioni di registrazione siano gli stessi: Guthrie Govan (chitarrista di The Aristocrats), Nick Beggs, Adam Holzamn e Marco Minnemann (anche lui batterista nei “The Aristocrats”). I suoni elettronici infatti compaiono nei brani presenti nel disco, fino a diventare centrali in Perfect Life in cui si percepisce un orientamento Trip Hop. La voce soffusa che percorre il brano, narra con nostalgia il ricordo meraviglioso di una vecchia amicizia vissuta dalla protagonista durante la sua adolescenza, fino a quando le due non furono costrette da eventi esterni a separarsi.

Una tastiera, accompagnata dal fruscio della pioggia e da un ritmo scandito da dei suoni elettronici, introduce all’ascolto del disco. Il primo brano vero e proprio è il già citato 3 Years Older in cui si alternano riff veementi a momenti più rilassati. Proseguendo lungo la scaletta dei brani, il rock elettrico ed alcuni elementi elettronici si fondono nella gradevole Title Track Hand. Cannot. Erase. Perfect Life è seguita da Routine, tra le composizioni più riuscite dell’album.

La dinamica aumenta gradualmente sino ad esplodere per poi acquietarsi di nuovo in un arpeggio di chitarra di matrice Hackettiana. Nel culmine della tensione armonica generata dalla progressione dell’arpeggio, entra la voce di Ninet Tayeb a rendere il finale impetuoso prima e distensivo poi. Da notare nel video realizzato per questo brano, il momento in cui la donna scaraventa a terra una rivista e un giornale dal titolo “FATHER AND TWO SONS KILLED IN SHOOL SHOOTING”. Seguendo lo svolgimento della narrazione visuale, si intuisce che il marito ed i bambini citati fossero proprio della protagonista, rimasta intrappolata nella scialba “routine” quotidiana a cui in un secondo momento si ribella.

Home invasion e Regret #9 sono due brani posti in successione, il primo tra lo stile Fusion ed Hard Rock; il secondo è interamente strumentale.

Nella fase conclusiva dell’album è collocata Transience. Le sue atmosfere ricordano Goodbye Blue Sky dei Pink Floyd. Segue il cupo e ombroso Ancestral per poi dirigerci verso un clima più sereno ma allo stesso tempo malinconico come in Happy Returns, introdotto dallo stesso motivo musicale presente nel primo brano dell’album.

Hey brother, I’d love to tell you
I’ve been busy
But that would be a lie
Cos the truth is the years just pass
like trains
I wave but the don’t slow down.

L’assolo conclusivo di Happy Returns lascia spazio ad un etereo coro di voci bianche arrangiate dallo stesso Steven Wilson, su cui si adagia con delicatezza il pianoforte di Adam Holzman. Nel sottofondo troviamo ancora una volta il fruscio della pioggia e gli schiamazzi infantili di alcuni bambini che giocano tra di loro. La dolcezza di Ascendant Here On… si riallaccia ai brani Ambient di Brian Eno, in particolare ricorda An Ending (Ascent) contenuta in Apollo. Atmospheres & Soundtrack.

In questo disco traspare l’abilità di songwriter di Steven Wilson. Non svolge solo il ruolo di musicista e di narratore di storie dell’immaginario bensì diventa anche songwriter, rimanendo comunque fedele alla linea progressive.

È doveroso notare come nella copertina frontale del disco, elaborata da Lasse Hoile, il colore denso e pastoso tenti di cancellare il volto femminile, senza riuscirvi del tutto. La figura umana resiste a quel colore, così come l’individuo, attraverso l’arte, la cultura ed i rapporti umani saldi, può resistere alla metropoli, ai social network ed agli sviluppi tecnologici.

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