Johnny & Mary: una canzone che trasuda nostalgia degli anni ’80

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Premetto che l‘articolo che si va a leggere è basato su una certa dose di nostalgia, nostalgia buona.

A parere di chi scrive è indispensabile che la prima persona emerga forte, così da evitare di scadere in anonimi e raffazzonati tentativi di razionalizzare ciò che per natura non può esserlo.

Ricordo che ai tempi delle scuole, elementari e medie nello specifico, quando mio padre veniva a prendermi all’uscita era solito inserire nel lettore cd della sua auto una compilation anni 80’, che ci accompagnava fino all’arrivo a casa, revival della sua gioventù, probabilmente per gustarsi la sua dose di nostalgia.

Tra le varie hit impolverate che potevi avere il piacere di ascoltare se salivi a bordo della Lancia Dedra Station Wagon bianca di mio padre, c’era un pezzo in particolare che mi piaceva più degli altri.

Il pezzo si chiamava Johnny & Mary, una ballad new age che avresti potuto sentire in qualsiasi disco pub degli anni 80’ appunto. Epoca che di certo non mi apparteneva, ma che in qualche modo, con un abile sistema di appropriazione culturale decisi di fare mia.

Ignoravo l’autore, ma questo brano divenne in poco tempo la canzone che selezionavo durante i nostri viaggi insieme, e quando finiva, se ci fosse stato il dubbio, io la mettevo di nuovo.

Penso che mio padre quando decise di farsi quella compilation non avesse di certo immaginato che, tra i vari Abba, Ah-ha e Survivor, alla fine l’economia dell’ascolto si sarebbe concentrata sulla ballad Johnny & Mary.

Con gli anni mi dimenticai di questo brano, e solo di recente grazie all’improbabile collaborazione tra Todd Terje, Dj norvegese di pregevole bravura, e Bryan Ferry, la voce dei Roxy Music, Johnny & Mary tornò come un fantasma per ricordarmi di quanto avessi amato questa canzone.

A dire il vero, ma lo scoprii più tardi, Todd Terje e Bryan Ferry non furono gli unici a reinterpretare il brano, si annoverano infatti diverse cover tra cui quella dei Placebo, dei Notwist e persino di Tina Turner. Anthony Monn ebbe l’ardore di farne una versione tedesca e uscì Johnny und Mary.

Tutto sommato non ero stato l’unico ad aver avuto una fissazione per quel pezzo, pensai.

Il brano però l’aveva scritto Robert Palmer, altra cosa che scoprii più tardi.

Palmer, come tanti cantanti della sua epoca era per lo più specializzato in singoli dal successo stagionale, nonostante racchiudesse nel suo bagaglio artistico molto di più.

Ad ogni modo, l’evento che mi ha spinto a raccontare questa storia è risalente a qualche giorno fa, quando imbattendomi in un mercatino di vinili di fortuna, ho scovato tra le “occasioni” un vecchio vinile di Robert Palmer dal titolo Clues.

Clues, pagato la bellezza di €1.50, uscì nel 1980 per la Island Records, non si fece certo notare per la sua caratura artistica, e, anche se molti critici ne misero in risalto il pregio, fu soprattutto un successo commerciale, probabilmente il più consistente dell’intera carriera di Palmer.

Nella sua lunghezza di poco più 31 minuti, Clues ha il merito di essere lo scrigno nella cui tracklist è contenuta Johnny & Mary.

Ancora una volta quel fantasma infantile che tornava a ricordarmi i viaggi in auto con mio padre.

La fenomenologia di come la nostalgia riesca ad attaccarsi alle nostre meningi e a farci rilasciare endorfine buone non me la sono mai spiegata, ma di certo mi sono sentito molto fortunato ad aver avuto la possibilità di rivivere certi ricordi e certe sensazioni soltanto poggiando la puntina del mio lettore vinile su un disco appena comprato ad un mercatino ad €1.50.

Robert Palmer ha avuto una carriera a dir poco schizofrenica, ha inciso 14 dischi da solista tra il 1974 e il 2003, ha fatto parte dei “Vinegar Joe”, suo primissimo gruppo e dei “The Power Station”, super gruppo formato con i fratelli Taylor dei Duran Duran e il batterista degli Chic Tony Thompson, riscuotendo anche un ottimo successo e facendo registrare diverse comparsate sulla neonata MTV.

Era inglese Palmer, ma aveva vissuto buona parte della sua vita a Nassau, nelle Bahamas, per poi fare ritorno in Europa a Lugano.

Era cresciuto con il jazz, si era appassionato alla reggae music, ma poi aveva sfondato con il pop rock.

Morì a Parigi nel 2003, all’incirca il periodo in cui mi consumavo la sua ballad nella Station Wagon di mio padre.

Nella mia mente di bambino la storia di Johnny e Mary me la sono sempre immaginata come un lieto fine annunciato, come se i protagonisti, innamorati da una vita, non avessero nulla di cui temere.

Si sarebbero sposati se già non lo fossero stati, avrebbero avuto figli e tutto si sarebbe chiuso con un castello della Disney sullo sfondo.

Con mia grande sorpresa ho scoperto, soltanto in seguito, che in realtà Johnny & Mary non se la passano troppo bene, Johnny pare correre dietro qualcosa che non può avere, è irrequieto, Mary lo sta aspettando, non si sa ancora per quanto, pare che la pazienza non sia la sua migliore virtù, non ci è dato sapere se si siano mai incontrati.

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