Cento Fiori: il rock sporco di The Young Nope omaggia Sergio Leone

Ascoltando Cento Fiori, l’ultimo singolo della band aprutina The Young Nope, ci possiamo accorgere di aver perso di vista qualcosa negli ultimi tempi. Il rock muscolare e la sua consolazione. Completamente. Il rock vero, quello sporco, dritto, senza fronzoli. Il potere grezzo degli Stooges, certe chitarre sature che spesso abbiamo sentito da un Richards in vena di far saltare il banco della modernità. Cose che, per fortuna, di tanto in tanto ritornano, ed è un piacere rivederle in questo brano.

Certo quei tempi sono lontani, soprattutto dalla nostra penisola. Ma non è sempre stato così.

Se ascoltiamo bene l’interno delle conchiglie rimane l’eco dei primi Negrita, quelli di Cambio (1994), oppure le rasoiate di un certo Renzulli Federico, in arte Ghigo, quando deliziava l’underground italiano.

Abbiamo rischiato di perdere di vista la scena, confessiamolo. Probabilmente dispersa nella costellazione di etichette indie; tutte col sacrosanto affanno di catturare la tendenza del momento e l’agognata compilation Spotify. Nulla di male, sia chiaro.

Di sicuro quell’accordo deciso, quei rullanti spiani, non si perdono in cerimonie. Cade la pistola di un cowboy (l’omaggio chiaro è al Sergio Leone de Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo: piccole soddisfazioni che non dovremmo lasciarci scappare) e arrivano dritti i The Young Nope. Impertinenti. E in modo impertinente osano pure buttarsi in un ritornello quasi classico, con solo di chitarra a seguire. Neanche fossero i Black Crowes che aprono Neil Young a Brescia nel 2001. No, loro non vogliono essere da meno. Pazzi.

Ma è proprio un pizzico di follia quello che serve oggi, proprio in faccia alla trap regina di cuori, per giocare la carta rock così: partendo da Teramo e puntando al mare magno delle ribalte nazionali, spietato e moderno, adriatico selvaggio.

E la carta è carica, puntata decisa. Cerca uno stile classico fatto nuovo, reso all’osso, senza perdita di impatto, senza perdita di cantabilità: nel rispetto di antichi codici rock’n’roll, quello sguaiato, da FM.

Questo anticipo di Cento Fiori sembra voler raccogliere la melodia e l’ironia del precedente Sciamano, puntando ad una compattezza da band matura, cinematografica, di origine certificata.

La scelta sonora va parallelamente a quella delle immagini e ci regala il Parco del Gran Sasso nel suo bellissimo altopiano, il fiorito “Campo Imperatore”. Teatro naturale di nota cinematografia che ospita una ricostruzione spaghetti western ironica e artigianalmente molto ben costruita, ricca di riferimenti da cogliere.

The Young Nope

Potremmo parlare a lungo della capacità di sintesi, della stesura “popular” nei diversi contesti musicali. C’è tutta una letteratura, una storia, una tradizione: e l’artista prima o poi deve affrontare questo tema. Con rispetto e dedizione, senza scorciatoie. Ma il passo è quello e i The Young Nope lo hanno intrapreso, con un pizzico di acuta leggerezza e la preparazione che traspare dalla pellicola proposta.

Potremmo parlare a lungo delle capacità necessarie per affrontare l’ambiente discografico moderno: un mix di idee, personalità, fascino e fortuna, che lascia per strada tanto talento nascosto e tanto lavoro inespresso. Fatto di cui la band sembra perfettamente consapevole.

“Sei l’ultima cosa che volevo avere. Con te sono appeso a un filo d’argento in mezzo al vuoto”

Cento Fiori sta lì per essere ascoltato e visto. Necessità auricolare e visiva. “Sono un uragano” dicevano nel 2017 e oggi sembrano ben consapevoli dei dolori presenti nell’occhio di un ciclone:

“La luce mi acceca. L’ombra mi annega. Tienimi giù, finché puoi. Ma leccami il cuore. Per le mie ultime ore.”

The Young Nope
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Testo: Massimo Scaccaglia

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