Redenzione e salvezza: una analisi in chiave teologica

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Quando si parla di redenzione e salvezza, siamo abituati al concetto particolare della religione cristiana che si riferisce alla “grazia di Dio”, in grado di liberare il suo popolo dal peccato e dalle sue conseguenze che possono dispiegarsi per l’eternità.

La salvezza nelle Sacre Scritture

Nell’ambito del Vecchio Testamento, il concetto di salvezza aveva più il significato di “liberazione dai mali materiali e spirituali” con Dio sempre protagonista. È sempre Lui che libera il suo popolo dalla sconfitta in battaglia (Cfr. Esodo, 15,2); dalla morte (Cfr. Salmi 6.4); dal peccato (Cfr. Ezechiele 36,29). Se all’inizio il concetto della “salvezza” non aveva una connotazione strettamente teologica, con lo sviluppo dell’ideale messianico diffuso dai profeti, il termine acquista la valenza di “liberazione dal peccato”, attraverso una sincera osservanza della Legge di Dio, non più solo cerimoniale, ma soprattutto morale. Nel Nuovo Testamento, attraverso gli insegnamenti di Gesù, la “salvezza” assume il significato più preciso di “liberazione dal peccato e dalle sue conseguenze, mediante un processo d conversione che inizia nel presente, ma può avere compimento soltanto in una visione escatologica. Nel vangelo di Giovanni (Gv 3,16) si sottolinea come la salvezza si ottenga solo tramite lo stesso Gesù Cristo, che è il Figlio di Dio incarnato.

Tuttavia, chi sviluppa una vera e propria “teologia della salvezza” è Paolo di Tarso che, nelle sue lettere, delinea la soluzione che Dio rivolge a tutta l’umanità afflitta dal peccato, mediante tutte le benedizioni redentrici come la conversione, la rigenerazione, la giustificazione, la santificazione e la glorificazione.

La redenzione per l’intero universo

In più San Paolo giunge perfino a dire che vi sarà un momento in cui gli effetti della salvezza “abbracceranno l’intero universo”, perchè la maledizione da cui è afflitta la natura sarà rimossa e tutta la storia troverà compimento in Cristo (Cfr. Romani 8,21-22; Efesini 1,10).

Ma a quale “maledizione” si riferisce Paolo? Gli esegeti hanno voluto intuire un riferimento a Satana, il serpente antico, il grande mentitore ed alla Morte, entrambi destinati a gravare inesorabilmente sul destino dell’umanità: il primo per esser stato la prima creatura a ribellarsi a Dio; la seconda come diretta conseguenza del peccato originale e quindi del rifiuto della consapevolezza della propria condizione di caducità da parte dell’uomo. Pur non parlandone direttamente, Paolo di Tarso, intriso di cultura ellenistica, nei suoi scritti darebbe qualche spunto teologico per ammettere “il ristabilimento finale dell’ordine delle cose”, con la sconvolgente possibilità della redenzione del diavolo.

Anche Satana può essere redento?

Parlare di “redenzione di Satana” potrebbe sembrare una voluta contraddizione rivolta ad impressionare gli eventuali lettori, oppure un romanzo dal contenuto squisitamente “horror/noir”. In realtà, la possibilità della redenzione del diavolo è una lettura in chiave teologica cristiana della dottrina sull’apocatastasi, che trae origine dalla filosofia stoica, a sua volta basata sulla visione del mondo fisico di Eraclito.

“Apocatastasi” vuol dire “ristabilimento” dell’universo nel suo stato originario, collegandosi alla teoria dell’eterno ritorno. In ambiente neoplatonico, invece, con il termine “apocatastasi” si intende il ritorno dei singoli enti all’Unità originaria, all’Uno da cui l’intera realtà deriva e che in ambito cristiano si identifica con Dio. La parola di chiara derivazione greca “apocatastasi” è presente nelle Sacre Scritture solo in un versetto degli Atti degli Apostoli (3,21):

“Egli deve essere accolto in cielo ai tempi della restaurazione (apokatastaseos) di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall’antichità, per bocca dei suoi santi profeti”.

Nonostante il contenuto complessivo della sua dottrina sia alquanto controverso, Origene di Alessandria d’Egitto è considerato il principale promotore della dottrina sull’apocatastasi, secondo il quale, alla fine dei tempi, ci sarà la redenzione di tutte le creature, comprese Satana e perfino la Morte. Secondo Origene, il disegno di salvezza di Dio non potrebbe essere considerato completo, se mancasse una sola creatura: “Noi pensiamo che la bontà di Dio, attraverso la mediazione di Cristo, porterà tutte le creature ad una stessa fine” (De Principiis, I, IV,1-3).

Origene, consapevole del percorso accidentato intrapreso, sulla questione cruciale della salvezza del diavolo, rivela qualche tentennamento, ma in genere il suo pensiero si mostra favorevole. A ciò bisogna aggiungere, che per il filosofo alessandrino l’inferno esiste, ma non è destinato a durare in eterno: alla fine dei tempi non possono coesistere due regni, quello del bene e quello del male, ma tutto deve tornare alla sua sorgente originaria.

Il pensiero filosofico e teologico del ristabilimento finale fu sostenuto anche da alcuni Padri orientali, tra cui Gregorio di Nissa, ma fu dichiarato “eretico” nel V Concilio Ecumenico, tenutosi a Costantinopoli del 553, perchè tale credenza avrebbe pregiudicato il libero arbitrio concesso da Dio a ciascuna creatura. Successivamente, la dottrina sull’apocatastasi ha trovato sostenitori in diversi ambiti culturali, di cui il più illustre, in un’epoca relativamente recente, è stato il teologo Hans Urs von Balthasar, al quale si è ispirato anche il papa emerito Benedetto XVI in alcuni suoi scritti.

È importante sottolineare come i sostenitori dell’apocatastasi, pur propugnando una dottrina dichiarata eretica dalla Chiesa, non siano stati mai condannati o scomunicati. Ciò dimostra che si tratta di una dottrina che ha ha fatto molto discutere e che, nel tempo a venire, potrebbe essere destinata ad un’ulteriore analisi e rivisitazione da parte del Magistero ecclesiastico.

Parte di questo articolo è estratto dal libro “La Redenzione di Satana – Apocastasi” di Luigi Angelino (ed. Cavinato International) e concesso ad Auralcrave per la pubblicazione web

Cover image: Rembrandt – Il ritorno del figliol prodigo

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