This Is It: Michael Jackson e quel clamoroso live mai realizzato

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25 giugno 2009: una data spartiacque, di quelle che fanno riflettere sul pre– che abbiamo vissuto senza la consapevolezza che prima o poi sarebbe arrivata e sul post- che viviamo. Forse può anche sembrare strano, dato che non ci si riferisce ad un fatto legato ad una qualche aspetto della Storia “seria” – fatta di guerre, dichiarazioni di indipendenza, sovrani e presidenti vari. Volenti o nolenti, però, non sono questi ultimi gli unici avvenimenti e protagonisti degni di essere ricordati nel tempo e che a modo loro hanno lasciato un’impronta più visbile delle altre. Chi si occupa di musica, di spettacolo, di cultura (pop e non solo) in generale, ma anche chi semplicemente è spettatore, sa che il 25 giugno 2009 il mondo ha perso un grande artista. Come tacita regola impone, anche qui ricordiamo che si parla al netto delle polemiche, delle accuse, delle sentenze del tribunale: di tutto ciò, insomma, che impedisce di poter affrontare un qualsivoglia discorso riguardo Michael Jackson.

Rivoluzionario, consapevole delle proprie capacità, enfant prodige allo stato puro. La visionarietà di quel bambino nato a Gary (Indiana) e cresciuto sotto i riflettori del mondo intero ha un impatto così grande da travalicare il confine del mondo della musica e inondare anche quello della danza, delle arti visive e della popular culture in genere. Partendo da queste premesse, da una carriera che parla da sola e molto meglio di quanto potrebbe fare chiunque, nel marzo 2009 viene dato l’annuncio del ritorno in concerto di Michael Jackson. Siamo a Londra, nell’atrio della O2 Arena, e davanti alle televisioni di tutto il mondo, a millecinquecento fan e trecentocinquanta giornalisti, il cantante dà l’appuntamento a luglio per l’inizio di quella che sarebbe dovuta essere la sua “final courtain call”. “This is it and see you in July”: una frase semplice, diretta, ma che fa la storia – come tutto ciò che nasce dalla sua mente. Nei giorni successivi, nei primi minuti di prevendita richiesti e staccati così tanti biglietti (circa trecentocinquantmila) da portare la società organizzatrice AEG ad aumentare le date da dieci a cinquanta, ancora una volta tutte esaurite. Da quanto sappiamo, però, Michael non è al corrente e lo scopre dai notiziari: lo rivela ai suoi fan che lo aspettano all’ingresso dello Staples Center, dove la crew prova per mesi.

Lo spettacolo, nella mente del cantante, del regista (Kenny Ortega) e di tutti i collaboratori, deve segnare un momento di svolta: il più grande ritorno che la musica pop aspetta da anni e, allo stesso tempo, l’addio al palcoscenico dell’uomo che meglio di quasi tutti ha saputo calcarlo. La scaletta, ad esempio, nasce dal risultato di un sondaggio indetto sul sito ufficiale dell’artista, che chiede ai fan di tutto il mondo di votare le venticinque canzoni che avrebbero voluto ascoltare. La scenografia, invece, prevede uno schermo 3D di due metri e mezzo, proiezioni, illusionismo (già presente in precedenti tour), un gigantesco ragno meccanico studiato per Thriller, un carro armato da far entrare in scena alla fine di Earth song e perfino la giacca rossa di Beat it fatta di un materiale perticolare che avrebbe preso fuoco una volta gettata a terra. Insomma, se c’è una cosa da imparare dal Re del pop sicuramente è il saper fare le cose in grande stile.

Quando si diffonde la notizia della morte di Michael Jackson, il mondo si trova a dover guardare in faccia la realtà: le immagini dei fan in lacrime in giro per il globo uniti nelle piazze per ricordarlo, le trasmissioni radiofoniche e televise a lui dedicate; per settimane si commenta e si piange una sola persona, si ascoltano le sue canzoni, si guardano i suoi video. Il vuoto lasciato dalla consapevolezza di non poterlo più vedere esibirsi dal vivo, nemmeno in un’ultima final courtain call, è grande e soltanto parzialmente colmabile dalla notizia delle ottocento ore di backstage pronte per diventare quello che poi sarebbe diventato This is it.

Benché i filmati completi contengano anche diversi altri pezzi, Kenny Ortega decide di montare due ore di immagini che contengano brani provati nella loro interezza e dunque i più probabili ad entrare in scaletta. Che sia il 2009 o il 2019, ciò che sorprende è quanto riesca ad essere di intrattenimento, quanto fascino riesca a trasmettere pur non essendo completo e a volte nemmeno cantato (Michael lo dice diverse volte di voler risparmiare la voce, per questo nel montaggio finale alcune parti sono riempite con il playback provenienti da tracce preesistenti). È uno spettacolo incredibile che dà l’idea di come si costruisce un evento del genere, un ritorno di alto livello difficile da dimenticare. Purtroppo, però, il 25 giugno non fa sconti e ci riporta inevitabilmente con i piedi per terra: This is it è un documentario, mostra un residency show che sarebbe dovuto esserci e invece il destino (chiamiamolo così) ha interrotto prima ancora che fosse completata la sua preparazione.

Al netto, sempre, delle polemiche e delle speculazioni fatte sul suo conto, Michael Jackson ci avrebbe dato un’ennesima – e forse definitiva – lezione di intrattenimento, di musica, di spettacolo. In qualche modo, comunque, lo ha fatto e non possiamo che rendergliene merito.

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