Shame: la spiegazione della trama e il significato del film

Nel mondo odierno, l’essere umano è sempre paradossalmente più solo con se stesso. E non per colpa della tecnologia imperante, ma per una sorta di post-modernismo simile alle sabbie mobili, in cui tutti hanno ragione e nessuno è disposto a rivedere le proprie convinzioni.

È proprio grazie a questi casi, che il comportamento umano sta subendo un cambiamento epocale e francamente negativo: tutto questo non può che creare praterie per comportamenti certamente singolari che sfociano nelle dipendenze. Come avrebbe detto un Mark Renton d’annata “di cos’altro hai bisogno se possiedi una dipendenza?” e in effetti è esattamente così, di qualsiasi tipo essa sia, riesce a lenire le pene del povero malcapitato. Ma a quale prezzo?

È proprio questo il tema trattato dal regista britannico Steve McQueen, che dopo il duro e sorprendentemente vivido Hunger si cimenta nei problemi affettivi di un voluttuoso Brandon Sullivan, alias Michael Fassbender. Il tema imperante nelle prime tre pellicole di McQueen è certamente la detenzione. Se nella prima opera affrontava la “carcerazione materiale” dell’attivista irlandese Bobby Sands, interpretato dallo stesso Fassbender, ed in 12 anni schiavo la privazione della libertà del malcapitato Solomon Northup, qui è qualcosa di più sottile, ma efficace allo stesso modo: l’asservimento mentale a delle pulsioni senza alcun controllo, che equivalgono comunque ad una prigionia.

Nel risalire dell’angoscia del protagonista, la pellicola acquisisce un phatos empatico non comune. Ciononostante Brandon, incapace di instaurare veri legami sentimentali, nel suo profondo li desidera ardentemente, ma riesce solo a costruirsi rapporti occasionali e dal solo atto meccanico, surrogato dell’amore. Ambientato in una New York insolitamente grigia, che dà l’impressione di non essere se stessa (forse al regista manca irrimediabilmente il cielo londinese), il contesto contribuisce ad una ulteriore inquietudine nella narrazione di azioni riprovevoli ed eccessive, ma che celano un grido d’aiuto ed una tenerezza di un uomo, che mette a nudo oltre che il suo corpo, il suo animo in pezzi.

Gli interrogativi però sorgono spontanei: un uomo benestante, che non ha di certo difficoltà a piacere, come può, almeno all’apparenza, avere questi problemi? Probabilmente in una società usa e getta, sempre più apatica e amorale, dove sono assenti i punti cardine che hanno distinto l’umanità sino alla fine del Novecento, non si sono sviluppate poi tutte quelle aspettative di benessere prospettate: al contrario, possiamo assistere a contaminazioni di intenti che probabilmente prima si provavano esclusivamente leggendo opere letterarie del calibro di Frankenstein, scritto dalla “concittadina” di McQueen, Mary Shelley.

La vergogna pura, di cui già il titolo rappresenta il prologo, fomenta più gli istinti animali, nascosti da un apparente perbenismo borghese, ed accenna soltanto ai buoni sentimenti, instaurati nel protagonista da una altrettanto incasinata sorella, anch’essa alla ricerca di calore umano autentico ed interpretata dalla magnifica Carey Mulligan. Il talento del regista londinese affiora prorompente con l’eccesso di zelo riservato ai movimenti di corpi, che ricordano le sculture ellenistiche, e che riserva momenti di pura riflessione come le corse cittadine in notturna di Brandon, con in sottofondo le note di Bach, o per la degna interpretazione della Mulligan di New York, New York.

Il primigenio ardore della pellicola richiama alla mente le due opere cinematografiche di Tom Ford, A Single Man e Animali Notturni, in un mondo comunque prettamente agiato che consente ai protagonisti determinate libertà, costringendo lo spettatore a pensieri ed emozioni particolarmente complesse, arrivando a disturbare addirittura un film che di certo non risparmiò scalpore come Ultimo tango a Parigi, del compianto Bernardo Bertolucci. La fotografia ed il montaggio sono sofisticati e plumbei, diretti dagli stessi che hanno contribuito al successo del precedente Hunger, Sean Bobbitt e Joe Walker, supportati da una colonna sonora piena zeppa di atmosfere fine anni Settanta e primi anni Ottanta, coinvolgendo anche il blues di Howlin’Wolf ed il Jazz di John Coltrane e Chet Baker.

La seconda pellicola di McQueen possiede molteplici animi, da quello repulsivo al compassionevole, con interrogativi importanti non soltanto sulle aberrazioni del carattere, ma su quello che la società che ci circonda ci fornisce ed impone senza poter scegliere. Difficile è non percepire le stesse emozioni che attraversano Fassbender, tra l’altro premiato con la Coppa Volpi a Venezia per la migliore interpretazione maschile: un film capace di illuderci che rimettere sui binari corretti una vita all’apparenza appagante sia possibile, non cercando mai retoriche o soluzioni semplici, riflettendo di corsa, proprio come il protagonista, tra i grattacieli e le strade che metaforicamente rappresentano i percorsi quotidiani del nostro vivere e comportarci.    

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