L’animale sociale e l’ombra: la storia di Ted Bundy

“Charming killer seems one of us”. Così riportavano i quotidiani americani. Indignati e impauriti dalla tragica consapevolezza che in un comunità sociale apparentemente accogliente e armoniosa come quella statunitense, potesse stabilirsi un individuo dalla personalità così scavata e deforme. Eppure Ted, cristallizzatosi e adattatosi perfettamente alla nuova emergente piccolo-borghesia, pareva contravvenire a ogni principio morale che lo teneva al riparo nelle più quiete acque della società civile. Uno studente laureato in psicologia, un attivista per la rielezione del repubblicano Dan Evans e, nel ‘73, addirittura cooperatore di reparti di polizia dedicati a indagini circa stupri e violenze. Boy scout e frequentante della chiesa; un perfetto e fiero americano, che aveva accolto felicemente il nuovo modus vivendi che avrebbe in poco tempo travolto e americanizzato anche l’Europa. Scongiurando il pericolo comunista, infatti, gli USA si erano assicurati un futuro da “influencer”, imponendo la merce e il consumo come unica forma di appagamento.

Teddy, come fosse affetto dalla mitologica licantropia, che trasformava in feroci bestie, sembrava mostrare due personalità. Ciò apparve però solo dalle perizie psichiatriche a cui verrà sottoposto nel 1980, al momento della sua cattura e successiva detenzione nello Utah. Prima di allora egli si destreggiava perfettamente tra le fila dei buoni cittadini americani. Nessuno che fosse stato in contatto con lui in età adulta affermò di notare in Ted un lato più oscuro o preoccupante. L’unica testimonianza in tal senso è riconducibile a Sandi Holt, sua amica d’infanzia nel Tacoma, che ne racconta i dettagli caratteriali meno consueti in età adolescenziale. Ted, stando ai racconti di Sandi, cresce e si relaziona con i suoi coetanei mostrando una sorta di complesso di inferiorità. Al contrario di quanto egli stesso confessò in una famosa intervista con il giornalista Stephen Michaud nel 1980,  lo charming killer non avrebbe avuto un’infanzia del tutto rosea, se ci si basa sulle testimonianze di Sandi Holt.

La frattura psicologica è pero da ricercare nell’interruzione del suo rapporto con l’allora ragazza Diane. Stilosa, elegante e pretenziosa, si distacco da Ted nel ‘73, quando lui subì la delusione di non essere stato ammesso a una prestigiosa università per il conseguimento di una seconda laurea in legge. Ritrovatosi deluso ed economicamente in crisi, la ragazza interruppe la relazione con Ted, che confesserà “non ho idea di cosa feci in quell’estate del 73”. Si sentiva, però, deluso e tradito dai principi che gli avevano permesso di ritagliarsi uno spazio da bravo americano medio. Alla mancanza di denaro, Ted non si sentì più all’altezza di una donna come Diane. Alla mancanza di quel Ted affascinante, borghese, morale e civile subentra il licantropo, la figura mitologica. Dal gennaio del ‘74 al giugno dello stesso anno si registrano nella zona di Seattle 6 scomparse. Tutte ragazze tra i 19 e 26 anni, studentesse.

Tradito dalla società cui volle fortemente uniformarsi, Ted si affida a ciò che aveva tentato di nascondere: alla sua “ombra”. Legittimando le teorie jungiane, si può affermare che il giovane e affascinante Teddy, avesse da quel momento deciso di dare sfogo ai suoi istinti più celati, che si facevano strada tra i sorrisi da buon vicino di casa e le buone maniere. Istinti omicidi, per l’appunto, desideri e ossessioni di violenze, di dominio, di controllo e possesso del sesso femminile.

Parlerà nel 1980 in terza persona di se stesso, descrivendo accuratamente, non risparmiando delucidazioni psicoanalitiche, il suo impiego come serial killer. L’America, terra dei sogni e dei balocchi, non aveva preventivato che nella comunità civile edulcorata da McDonalds, blue jeans e televisori, potesse nascondersi un animale feroce.

Il punto è che Ted riusci perfettamente a mimetizzarsi, ad essere più che accettato nella comunità. Si trasferì nello Utah, frequentò la confraternita dei mormoni, fu battezzato. Nessuno lo avrebbe mai creduto un omicida. Ma tra la fine del ‘74 e il ‘75, si registrarono tra lo Utah e il Colorado nuove scomparse. Ted non riusciva a placare il bisogno di uccidere. Come fosse un obbligo ontologico, come lui stesso racconta, la sete di appagamento si sarebbe placata magari nel prossimo omicidio, o nel successivo ancora. Ma la sua ombra jungiana, il licantropo, l’animale, avevano bisogno di quelle sensazioni di pienezza, che scaturivano solo dal sangue di nuove vittime. Per qualche ragione psicologica egli pretendeva che la sua pienezza fosse raggiunta solo nell’atto di uccidere. La sua pienezza cosmica, il suo panismo, si esprimevano in tal senso. Potere. Dominio.

Per meglio comprendere la connessione antropologica tra potere e sesso, è interessante analizzare un masterpiece della produzione pasoliniana: Petrolio. Il protagonista, Carlo, dissociatosi in una dualità fisica e morale, compie degli atti scandalosi, rivoltanti, agli occhi del buon civile borghese. Rende il sesso la sua unica base esistenziale, senza la quale si riconoscerebbe nient’altro che come un automa.

Secondo lo psicanalista ungherese Ferenczi, l’atto sessuale sarebbe “liberazione dell’individuo da una tensione penosa” e “soddisfazione dell’istinto di ritorno alla madre e all’oceano”. Oceano? Quale oceano? “Un oceano abbandonato in tempi antichi” lo definisce lo stesso psicanalista, “una sorta di ripetizione dell’epoca marina” che si scontra con i profondi intrecci dell’inconscio, laddove ogni individuo sviluppa delle tensioni; “regressione thallasiale”, ossia un ritorno subconscio allo stato primordiale. Veicolato da vari incomprensibili atti, l’individuo vi tende.

Pur considerando la fragilità scientifica del testo di Ferenczi, la cui pubblicazione suscitò le critiche di Freud, è interessante pensare Ted come un individuo che semplicisticamente, non faceva altro che accontentare i suoi fisiologici istinti. Un perfetto interprete dello “human animal” di Desmond Morris, del dualismo jungiano, del pendolo oscillante tra dionisiaco e apollineo. Teddy è stato il peggior prodotto di quella schizofrenia capitalistica che presenta Deleuze. “Noi diciamo esattamente il contrario: non esiste desiderio se non all’interno del costruire o dell’operare. Non si può afferrare o concepire un desiderio al di fuori di una determinata costruzione, su di un piano che non sia preesistente, ma che deve esso stesso essere costruito.” La società consumistica post anni ‘50, al contrario, ha imposto violentemente dei nuovi ed esclusivi modelli di desiderio. Desiderio materiale di consumo e di piacere nocivo, liberalizzato, non più pudico.

Ed ecco che improvvisamente gli istinti umani sono stati soppressi e rivoltati in istinti di massa, funzionali al consumo. Ted è il mostro, è l’altra faccia della medaglia, è quello che il nuovo mondo felice ad ogni costo non aveva previsto ma che ha, in qualche modo, causato. Al di là della psicologia medica, l’antropologia ha influenzato le azioni di questo mostro, tramutandolo in animale-sociale. Educato e schizofrenico, sorridente, affascinante e alienato, Ted Bundy venne giustiziato sulla sedia elettrica il 24 Gennaio del 1989.

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