Time: trama e interpretazione del film di Kim Ki Duk

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Questo articolo rivela la trama e la spiegazione dettagliata di Time, il film di Kim Ki Duk del 2006, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

I titoli di testa sono accompagnati dal pesante ticchettio metallico di un orologio, lo stesso che sentiremo quando lo schermo tornerà nero, alla fine del film. All’interno di questa cornice vi è il ritratto di una Corea incapace di provare un amore duraturo che cerca disperatamente di scappare dal tempo in cui è imprigionato.

La prima immagine che vediamo è l’occhio di una donna che si risveglia. Aperta la palpebra è nitido il riflesso di una particolare lampada. È la luce di una sala operatoria dove una donna si sta sottoponendo ad una chirurgia plastica. I medici stanno cambiando ogni suo aspetto, vogliono renderla irriconoscibile, lei vuole rendersi irriconoscibile, in modo che il mondo intero dimentichi il suo viso. Ed effettivamente anche noi non la riconosceremo fino a quando, proprio in una delle ultime immagini del film, la sua identità ci sarà svelata. E non sarà solamente la chiusura di un film intricato, ma la risposta al dilemma se mai l’amore potrà vincere il tempo.

In questo film infatti si parla unicamente dell’amore e di nient’altro, per cui anche quando la camera inquadrerà lo sfondo e ci saranno solamente comparse, anche lì, in ogni angolino sperduto del film, vedremo delle coppie, che si amano o che litigano. Ed è qui che il film di Kim Ki Duk prende forma, in mezzo alla estenuante lotta tra amore e tempo, non unica dei due protagonisti, ma di tutta la Corea. Il modo in cui questa avverrà sarà intricato e poco decifrabile, ma dotato di una poetica simmetria ed estremamente essenziale, poiché non divagherà mai dal tema principale dell’amore. Si tratta di un’opera che, rispetto alle precedenti del regista, passa spesso inosservata, forse perché non trova la sua arte nei silenzi, che sono sostituiti da dialoghi che hanno spesso la sola funzione di fornire un contesto, ma nel significato dei temi associati alla struttura in cui vengono narrati, che ha un assoluto ruolo centrale, non solo nel film, ma probabilmente anche nel motivo per cui questo è stato concepito e per cui rimarrà sempre essenziale.

La donna esce dalla clinica chirurgica con il volto coperto da occhiali scuri ed una mascherina, portando in mano una sua vecchia foto, precedente all’operazione. Sul marciapiede sta passando un’altra donna, Seh-Hee, che, nella fretta, inciampa, facendo cadere la vecchia foto. Ora il film si concentrerà su Seh-Hee, dimenticandosi dell’altra, come del resto era la sua volontà.

Lei sta andando a trovare il suo ragazzo, Ji-Woo, con cui sta insieme da due anni e che sarà inaspettatamente sopraffatto da domande sul futuro della loro relazione. Seh-Hee si chiede se lui non si stuferà di lei, se la radice del problema non sia la monotonia di avere davanti sempre il solito viso e il solito corpo. Il tempo passa, l’amore appassisce, si perde d’interesse l’uno all’altro e in una Corea come quella descritta, dove non è abitudine lottare per qualcuno, è facile che lei abbia già provato diverse relazioni finite soltanto per noia. Ma ora non ce la fa più e quando, per l’ennesima volta, sente che questo sta per riaccadere, che la sensazione sia reale o meno, si lascia andare in una scenata isterica in pubblico, all’interno di un bar, che sarà uno dei due luoghi attorno a cui graviterà l’intera storia.

Questa rabbia quindi non è frutto di un momento, non proviene da un episodio momentaneo, ma è solo un piccolo sfogo irrazionale di un malessere che persiste ormai da anni, quello dovuto all’essersi sempre dovuta adattare a delle relazioni che non fanno per lei. Per questo, quando il suo sfogo si fa razionale, decide di ricorrere alla chirurgia plastica, per poi far innamorare nuovamente Ji-Woo, in modo da far provare a lui un nuovo amore, prolungando invece quello che lei prova per lui.

Ora Ji-Woo è disperato, la sua ragazza è scomparsa senza lasciare traccia e lui è rimasto solo. Spesso si reca al Parco delle sculture, qui nascono sempre nuovi amori. Si tratta di un luogo che è dotato di una particolare sacralità. Innanzi tutto si trova lontano dalla città, distante dal posto in cui gli amori finiscono, tanto che è necessario un traghetto per raggiungerlo. Inoltre le sculture raccontano di amplessi amorosi, in immagini eterne, bloccati nel tempo che hanno sconfitto, proprio come l’amore che cerca Seh-Hee.

È proprio in uno di questi pellegrinaggi che Ji-Woo ritroverà See-Hee, che intanto aveva anche iniziato a lavorare nel bar che i due frequentavano, proprio con l’obiettivo di incontrarlo, tuttavia non sarà in grado di riconoscerla. La loro relazione procede con tranquillità, ma lui non riesce a dimenticare la sua vecchia ragazza. Allora lei gli scrive un biglietto, firmandosi come la vecchia Seh-Hee, intenzionata a tornare da lui. Forte è la contraddizione di Seh-Hee, che quando, interpretando la versione nuova di sé scopre che lui desidera tornare con la sua precedente ragazza, diventa gelosa di sé stessa. Questa situazione è in realtà l’indicatore di un cambiamento che è avvenuto in lei, non solamente fisico, ma anche personale.

All’incontro tra Ji-Woo e Seh-Hee, lei si presenta con una maschera rappresentate il suo volto originale, sotto cui si cela quello nuovo, in realtà a lui già ben noto. Lui però, spaventato, si rifiuta di vedere il suo viso e i due si separano. Seh-Hee, mentre piange nascosta da una maschera sorridente, si dirige alla clinica dove il chirurgo, per riconoscerla, le toglierà la maschera. Ora Ji-Woo, che intanto l’aveva seguita, scopre la verità, la Seh-Hee che l’aveva abbandonato e quella che stava frequentando sono in realtà la stessa persona.

La parte, forse la più tragica del film, arriva nel momento in cui Ji-Woo decide di sottoporre anche se stesso ad una plastica facciale. La situazione non è drammatica in sé, quanto per il significato che cela. Poiché se Seh-Hee aveva voluto cambiare il suo viso per uno stato di malessere dovuto all’impossibilità di far durare a lungo un amore, con questa scelta lui dimostra di essere esattamente come lei, che nell’aver dato per scontato che la loro storia sarebbe presto finita, ha rinunciato alla sua unica possibilità di trovare ciò che cercava.

La trama quindi si inverte, ora è Seh-Hee che ha perduto Ji-Woo e lo cerca dappertutto, in ogni uomo che incontra, in ogni espressione ed in ogni coincidenza. Troppe storie hanno troppe affinità con la vita di Ji-Woo e ogni volta lei non può far altro che convincersi di averlo ritrovato, ma questo viene sempre smentito con qualche semplice dettaglio. D’altronde è normale incontrare storie tanto simili, poiché tutta la Corea sta vivendo una situazione simile, di amori futili e nati per durare poco. Il percorso di Seh-Hee è quindi speculare a quello che aveva praticato Ji-Woo, ovvero costituito di tanti appuntamenti inutili. Questa volta però lei sa che lo deve cercare, per questo trova frammenti della sua personalità in ogni uomo che incontra. Fino a quando un giorno, presa dal panico, crede di averlo riconosciuto nel volto di un ragazzo tra la folla, che vedremo solamente dopo che lei lo ha rincorso, quando lui morirà davanti ai suoi occhi, investito da un’automobile. Che fosse veramente lui o meno non è importante, poiché il solo dubbio lo rende ormai completamente disperso tra la folla, nell’eterna indecisione che chiunque lei incontri possa essere effettivamente Ji-Woo.

Si aprono quindi le sequenze che chiuderanno il film, fornendo e riassumendo l’intero significato. Seh-Hee, con il volto ancora sporco del sangue del ragazzo che è appena morto tra le sue braccia, entra per l’ultima volta nella clinica e, sopraffatta dalla disperazione, va dal chirurgo. Non riesce ad emettere parola, ma comunque si fa capire. Allora, dopo aver scattato le foto in ricordo al suo viso, inizia l’operazione. Seh-Hee è sdraiata sul lettino, tutto è pronto, vediamo il suo occhio che viene chiuso, poi i dottori accendono la lampada. Questa luce, che imbianca tutto lo schermo, è quella che avevamo visto anche all’inizio, nel riflesso di quell’occhio con cui si era aperto il film. L’operazione è infatti la stessa con cui tutto era iniziato. A questo punto, come abbiamo già visto, la donna, che ormai sappiamo essere Seh-Hee, esce dalla clinica, ancora la mascherina bianca e gli occhiali nascondono il suo viso. Avviene l’incontro, la Seh-Hee dell’inizio si scontra con lei, come a passare il testimone della narrazione, e in questa scena del tutto surreale possiamo vedere tutte e tre le sue versioni, quella iniziale, che correva verso il bar, quella del mezzo, ritratta nella fotografia, che però viene frantumata dallo scontro, e quella invece il cui volto non vedremo mai poiché rimane nascosto dagli occhiali e dalla mascherina che copre una bocca probabilmente immobilizzata dallo stupore di una situazione incomprensibile. Questo intreccio però, indica che la storia sta ripartendo e non potrà far altro che ripetersi all’infinito. Perciò proprio come sognava Seh-Hee, la loro storia è ormai eterna, bloccata nel tempo che hanno sconfitto, esattamente come quelle statue che venerava. Poi vediamo una folla di persone che cammina su un marciapiede, chi triste, chi felice, ognuno di loro potrebbe essere Seh-Hee o Ji-Woo, che si muovono nascosti come fossero spiriti, condannati a ricercarsi in eterno.

Infine il film si chiude con l’immagine di una statua, forse la più bella di tutto il film, rappresentante due mani che sorreggono una scala che arriva oltre il cielo, sommersa in parte dalla marea, così come tutto il variare delle stagioni ha accompagnato il film, nel bene e nel male.

Lo schermo torna nero, scorrono i titoli di coda, e la melodia, che raramente ci aveva lasciati soli, termina, per cedere il posto al ticchettio metallico che fa da cornice al film. Ormai tutto si direbbe finito, ma la nostra vita va avanti ed è ora che il film ci lascia il suo ultimo significato. Il ticchettio dell’orologio viene lentamente sostituito dal battito del cuore. Quello è il cuore di tutti che batte seguendo esattamente il ritmo del tempo e dello scorrere dei secondi. Come a dire che se l’amore riesce a vincere il tempo è solamente nei film o nelle statue.

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