Nuotando nell’aria: assenza e ricordo nei testi dei Marlene Kuntz

“Pelle: è la tua proprio quella che mi manca, in certi momenti e in questo…”

Assenza palpabile e intollerabile.
Nostalgia di una presenza passata e, ormai, evanescente.

La trasformazione della presenza di un tempo – senza possibilità di preventivarlo – in assenza rende sofferta la separazione.

Ogni separazione -per dirla in termini Lacaniani- implica una separtizione: il che significa che a rendere difficile la separazione è non soltanto l’allontanamento dall’altro ma anche (e innanzitutto) l’allontanamento da un frammento di noi, quel frammento che chi abbiamo ora perduto, un tempo, e forse per molto tempo, custodiva gelosamente.

Quel che resta è fare i conti con l’assenza.
Un’assenza ingombrante.

Nuotando nell’aria

Traccia n. 4 da Catartica (1994), primo e leggendario album in studio dei Marlene Kuntz.

Per i pochi che non lo sapessero, i Marlene Kuntz sono un gruppo rock italiano nato a Cuneo nel 1987. La band di culto che ha maggiormente influenzato il panorama rock italiano (e fare rock in Italia è un atto estremamente coraggioso) vanta ad oggi dieci album in studio e, il primo tra questi, Catartica per l’appunto, contiene 5 minuti e 20 secondi di pura e intensa magia: Nuotando nell’aria.

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Il Leitmotiv di questa traccia è l’assenza vissuta attraverso il ricordo di un amore finito e di una donna perduta, un tema centrale delle liriche di Cristiano Godano, frontman e autore dei testi dei Marlene Kuntz.

Nel brano, la figura femminile non è mai presente se non come assenza e allora, protagonista indiscusso della lirica non è la donna amata, idealizzata e idolatrata, a cui poeti da secoli e per secoli hanno rivolto fumi di parole, ma il ricordo che riaffiora in certi momenti e in questo nella sua dirompente potenza.

L’io narrante si trova in una condizione fluttuante che rievoca il senso della perdita di Lei e tutto ciò che di Lei manca: pelle, odori, la gioia del suo sorriso; e proprio il viaggio della mente nel passato e l’affastellarsi dei ricordi rende più consapevole e struggente l’assenza.

Il risultato: una mente “dolente, tremante, ardente” e un cuore che domanda “cos’è che manca?”.

Nuotare nell’aria non è quindi semplicemente un caleidoscopio di ricordi avvolti da un velo di dolce-amara nostalgia. Nuotare nell’aria è il mezzo per tentare di sentire vicino (almeno nello spazio di un ricordo) quella presenza e cercare così di colmare il vuoto dell’assenza.

Un’impresa tanto necessaria quanto sofferta: “e non mi basta nuotare nell’aria per immaginarti, se tu sapessi che pena”; l’aria diviene nebbia e nessun volo catartico sui ricordi risulta terapeutico.

La struttura stessa del brano è costruita su tre momenti che scandiscono, con un climax ascendente, un graduale aumento di intensità. La prima strofa esibisce la nuda e cruda consapevolezza della perdita e il conseguente dolore per il persistere dell’amore “amando, amando, amandoti ancora”. La seconda strofa svela la triste impossibilità di alleviare il peso dell’anima attraverso il ricordo. La terza strofa è il palesarsi della disperazione più reale, arrembante “perché tu non ci sei…”.

I moti dell’animo sono poi ben marcati da una serie di espedienti stilistici che rientrano tra le principali qualità dei Marlene Kuntz: espressioni icastiche, parole-chiave con una studiata collocazione e figure retoriche (di significato e di suono).

Il tema dell’assenza e del ricordo di un passato che non lascia tregua è un tema cardine della produzione del gruppo e dunque declinato con originalità in numerosi brani.

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In Ape Regina (da Il Vile, 1996), uno dei testi più enigmatici e avvolgenti della band, torna lo scontro tra passato e presente: conflitti interiori, il finire di un amore, dolore, solitudine, impotenza e impossibile liberazione dal ricordo di una Lei che un tempo c’era ed ora non più; “e in queste stanze si urla e un tonfo scuce la pelle, glaciale un brivido sale dal basso scompaio, non ci son più, non ci sei più, non ci son più…”.

E ancora, il tentativo di richiamare alla mente un’esperienza di amore sofferta in E Poi Il Buio (da Che Cosa Vedi, 2000), traccia numero 12 del quarto album in studio dei Marlene Kuntz in cui lo spegnersi dell’amore è accostato alla progressiva scomparsa del sole dietro ad un crinale.

Lo svuotamento che segue la separazione culmina poi nell’icastico finale del pezzo “devono aver diviso in due il mondo e penso di essere dalla parte sbagliata” che ben rende la condizione di chi si trova a fare i conti con il vuoto dell’assenza.

Chi di noi non ha provato almeno una volta una sensazione simile?

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Ma tornando a quei 5 minuti e 20 secondi: Nuotando nell’aria è molto di più del semplice miracolo musicale dei Marlene Kuntz: è magica sintesi di ricordo, assenza e disperazione in un tessuto musicale ad altissimo contenuto emozionale che rappresenta perfettamente l’impotente persistere dell’amore e la difficoltà di un “volo libero.” “Nell’aria.”

È certo un brivido, averti qui con me
in volo libero sugli anni andati ormai
e non è facile dovresti credermi,
sentirti qui con me, perché tu non ci sei…”

Assenza.
Assoggettante.
Annichilente.

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