Kedi – La città dei gatti: da Istanbul un film di pacifismo felino

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Kedi. La città dei gatti, uscito nel 2018, è già un piccolo classico -al quale non servono quasi parole- poetico e di denuncia. Non sempre le due sono sempre inconciliabili, ed è probabilmente la stessa opinione della regista Ceyda Torun. C’è poesia e c’è denuncia ovunque, spesso negli stessi posti, o negli stessi occhi.

Si dice che i gatti siano consapevoli dell’esistenza di Dio, mentre i cani invece no. Loro credono che le persone siano Dio, al contrario dei gatti, che invece sanno che le persone agiscono come intermediari della volontà di Dio. Non sono ingrati, sono solo più consapevoli” spiega un abitante di Istanbul nel film. I gatti, un po’ come i bambini, a volte mettono soggezione, perché sembra che vedano tutto, e siano sempre pronti a riferirne a entità superiori, a ipotetiche cerchie di antichi dei o di angeli in incognito. “Quando noti un gatto, anche il gatto nota te. È come uno specchio”. È probabile che molti turchi, molti abitanti di Istanbul, e in generale moltissimi esseri umani nel mondo, vedano nei gatti una piccola possibilità di salvezza, un richiamo alla purezza e alla saggezza, e un invito a infilarsi fra le maglie della vita, per dormirci, amare, sognare e giocarci dentro. Per riflettere. Per decidere. Famosa la foto di Obama e Erdogan in cui l’ex presidente americano, durante la visita alla Basilica di Santa Sofia, accarezza divertito un bel gattone fermo sotto navate e gallerie millenarie.

C’è un’altra natura, a noi conosciuta ma non così tanto, che ci vuole in pace.

Anche nella recente serie animata Netflix Love, Death + Robots, nella gran parte degli episodi, a un mondo in disfacimento sopravvivono (quasi) solo i gatti. Come rappresentassero il sogno all’origine della vita e della bellezza, destinato a galleggiare per sempre sopra il reale, alla giusta distanza. E a cambiare, se solo lo volessimo, le nostre vite.

C’è poesia e c’è denuncia a Istanbul, megalopoli di oltre quindici milioni di abitanti, a cavallo tra due continenti, reduce da uno dei periodi più duri e controversi della sua storia. Da simbolo di una Turchia che guardava a Occidente, e che sapeva attrarre chiunque proprio per questo suo carattere cosmopolita e internazionale, negli ultimissimi anni ha visto il suo destino capovolgersi. Numerosi attentanti, e un colpo di Stato in diretta mondiale, ne hanno colpito la vocazione modernista, trasformandola in una meta turistica per viaggiatori di ogni nazionalità in grave crisi di sicurezza e di accoglienza, oltre che corridoio per la Siria radicalizzata.

La città più grande del Paese, il suo fiore all’occhiello, si è così dovuta confrontare con un salto all’indietro soprattutto dal punto di vista economico e sociale. A partire dal 2018, però, qualcosa ha ricominciato a cambiare. A parte le informazioni che trapelano dall’autoritario governo di Erdogan e dagli organi di stampa (rigidamente controllati), dalla metropoli mediterranea emergono una serie di immagini fresche e originali. Anche a questo fa pensare il documentario firmato dalla regista nativa di Istanbul che, partendo dall’osservazione della vita di sette gatti, ci porta a spasso per la città per ottanta minuti in cui ci riconciliamo con un’idea, bellissima e non troppo lontana, che avevamo cristallizzata nella mente e nel cuore. Uno stato liquido delle cose, immateriale, concreto, poetico, infilato fra la terra e il cielo. Come quei gattini che durante l’inverno si riparano sotto le rocce in riva al mare, e riescono a rimanere in vita solo perché sentono il calore dell’acqua. O come Doman, elegante, educatissimo, che bussa alla finestra del suo ristorante quando ha fame (“predilige il tacchino, un tempo adorava il manzo” dicono i suoi chef), ma finisce a dormire dentro al bidone dell’immondizia, se l’appetito lo richiede.

“Spero che questo film faccia sentire lo spettatore come se gli si fosse posato un gatto sulle ginocchia inaspettatamente, facendo le fusa, costringendolo – perché impossibilitato a muoversi senza lasciar andare quella morbidezza – a pensare alle cose a cui non ha il tempo di pensare normalmente” si è augurata la Torun.

Al di là del soggetto, che comunque ha del magico, dal punto di vista tecnico questo documentario riesce (benissimo) nei suoi intenti. La colonna sonora richiama le atmosfere della città e accompagna ogni scena con passi morbidi, vivi e gentili. Anche la fotografia e il montaggio riflettono i tratti eleganti e misteriosi di Istanbul e delle sue sentinelle, confezionando un prodotto che prima di tutto sa raccontare le storie che contiene. Sa dargli un’eco.

I film maker, per riuscire a seguire i gatti nella loro routine, hanno messo in atto un vero e proprio pedinamento felino, con droni che seguivano gli spostamenti verticali dei gatti, e “macchine fotografiche per gatti” che permettevano, riprendendo da terra, di seguire gli spostamenti orizzontali su alberi e tetti. Gli abitanti stessi della città si sono dimostrati fondamentali, comunicando l’arrivo e gli spostamenti dei loro amici alla troupe.

Il rapporto tra Istanbul e i felini è anche un’indagine antropologica su che cosa significa vivere lì. Sulla diversità di modi di vivere, che rappresenta un po’ l’anima più peculiare di Istanbul. Parlare di gatti e di uomini, a questo punto, sembra essersi trasformato in un riflesso naturale, quasi incondizionato, per la regista turca (“chi non ama gli animali non ama nemmeno le altre persone, non c’è dubbio” dice un pescatore nel documentario). Per un’ora e venti le preoccupazioni del presente -una guerra vicina, una situazione di sospensione democratica- rimangono confinate sullo sfondo, arginate dalla bellezza dei luoghi, delle luci, dei palazzi, delle moschee e delle chiese. “La vita è bella, se sai come viverla” racconta un abitante mentre scorrono le immagini. “Puoi amare soltanto se il tuo cuore è aperto. Tutto è bellissimo quando riesci a guardarlo con amore. Se puoi godere della presenza di un gatto, di un uccello, di un fiore. Come dire… tutto il mondo sarà tuo”.

La Turchia che vediamo al cinema ha spesso un sapore agrodolce. Non solo l’opera di Nuri Bilge Ceylan, ma anche i titoli realizzati da giovani autori (Mustang di Deniz Gamze Erguven, per esempio) fanno pensare a un rapporto complesso e affascinante tra il mondo della Settima arte e la vita nel paese. E il documentario della Torun, così elementare nella sua messa in scena narrativa, non abbandona questa via. Anzi, vanta la tenerezza mista a severità tipica dello sguardo felino. La stessa dolcezza a volte messa in allarme sia dai traumi del passato, sia da un ignoto futuro che non è detto assicuri quella serenità e quel conforto solidale, quella coscienza collettiva cui a volte invece sembriamo tutti intimamente credere. Quello stato liquidosospeso sopra il reale, infilato tra la terra e il cielo, alla giusta distanza.

Breve appunto. La “cultura” del gatto per i musulmani non è recente. I libri di storia sull’Islam menzionano l’amore del profeta Maometto per i felini ed esistono storie in cui protagonisti sono i gatti stessi. Una di queste racconta di Muezza, il gatto domestico di Maometto, che salvò il profeta dall’attacco di un serpente. In un’altra occasione Maometto si tagliò la manica quando dovette alzarsi per pregare in modo da non disturbare un felino che ci dormiva sopra. Il legame con questi animali da parte dei musulmani è riassunto dal detto turco: “Se hai ucciso un gatto, devi costruire una moschea per essere perdonato da Dio“.

A Istanbul, gli abitanti arrivano anche ad acquistare piccole case feline per tenerli al caldo nelle notti più fredde, o le costruiscono. La società turca Pugedon, nel 2014, ha installato varie macchine che erogano cibo per animali in cambio dell’inserimento di materiali in plastica, come bottiglie e bottigliette, in un’apposita fessura. Il materiale riciclato copre il costo del cibo, senza spese aggiuntive per la cittadinanza. In uno dei quartieri della città, Nisantasi, esiste perfino il Nişantaşı Sanat Parkı, o “parco dei gatti”, gestito da volontari che si occupano di amministrare le donazioni e di far adottare i cuccioli. Anche l’università di Bosforo adotta gatti randagi. Gli animali passeggiano liberi per le classi e i corridoi, e ci sono docenti, come il professor Roney, che tengono sempre dei biscottini nelle tasche.

Ma questa, per ognuno di loro, diventa una storia diversa. Si tratta di affetto quotidiano, di rapporti costruiti nel tempo con rispetto e riconoscenza. Sono solo le loro silenziose confidenze. Niente che ci riguardi davvero.

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