Il Padrino Parte III: un film dai risvolti politici ancora attuali

“Gli italiani hanno questi politici da secoli. Sono loro la vera mafia.”

È nel segno di questa frase, pronunciata da Michael Corleone durante un meeting con suo nipote Vincent e Don Tommasino, che si potrebbe racchiudere tutta l’atmosfera che contraddistingue la terza parte della trilogia del Padrino; una storia fatta di intrighi tra politica e massoneria clericale, in cui la mafia fa da astuto tramite.

Questa volta infatti le vicende della famiglia Corleone, ambientate tra gli Stati Uniti e la Sicilia a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, si intrecciano con le storie dell’alta società italiana, che richiamano personaggi reali ed eventi realmente accaduti nel medesimo periodo storico.

È impossibile infatti non collegare il sinistro personaggio di Lucchesi a Giulio Andreotti; il volto creato da Francis Ford Coppola si rende addirittura protagonista della tipica citazione andreottiana “il potere logora chi non ce l’ha”. Allo stesso modo sono fedelmente richiamati anche Roberto Calvi e l’arcivescovo Marcinkus, entrambi protagonisti dello scandalo della Banca vaticana e legati indissolubilmente alla loggia massonica P2; l’ambizioso soggetto ideato da Coppola e da Mario Puzo, autore di tutta la letteratura che ha ideato la storia della famiglia Corleone, include anche un riferimento alla misteriosa morte di Giovanni Paolo I, in una ricostruzione non approvata da fondamenti storico-giuridici ma di sicuro avvincente.

Uno dei meriti principali del film, uscito nelle sale statunitensi nel 1990, è quello di accompagnare lo spettatore in un’introspezione della vecchiaia di Michael, molto cupa e nel finale ricca di esami di coscienza.

A tal proposito è emblematica e densa di pathos la scena in cui egli decide di raccontare i propri peccati al cardinale Lamberto e in particolar modo il pentimento per aver ucciso suo fratello Fredo, in una sequenza che sembra prendere spunto dalla confessione dell’Innominato con il cardinale Borromeo ne I promessi sposi.

A caratterizzare tutto il racconto è inoltre la contrapposizione tra le due principali storie d’amore, quella ormai decaduta tra Michael e Kay e quella appena sbocciata tra Vincent e Mary Corleone, interpretata da una Sophia Coppola rivedibile. La tragica morte della stessa figlia di Michael sulle scale del Teatro Massimo di Palermo, in una sparatoria che vedeva inizialmente coinvolti il padre e il suo compagno, è anticipatrice di uno dei più importanti messaggi che l’opera consegna al pubblico: la tristezza che accompagna in maniera ineluttabile tutte quelle vicende familiari in cui le malefatte dei padri ricadono inevitabilmente sul vissuto inconsapevole dei figli.

Inoltre, la consapevolezza del boss italo-statunitense che il mondo della politica e della finanza criminale si trascinino con sé affari ancora più sporchi di quanto non avvenga nella mafia è una chiave di lettura del film altrettanto importante, che evidenzia una volontà quasi investigativa della regia di Coppola.

La celebre colonna sonora di Mario Puzo e Carmine Coppola, insieme ad una fotografia che si addentra con coraggio nei piccoli centri abitati della Sicilia, danno un tocco di poeticità al racconto. Esso è arricchito ancora di più dalla citazione della Cavalleria rusticana di Mascagni, nello spettacolo lirico in cui Anthony, figlio di Michael, ha le parti del protagonista.

L’opera teatrale, che rappresenta ancora oggi uno dei più importanti documenti della letteratura italiana nell’analisi sociologica del tema mafioso, si sovrappone in maniera brillante nelle ultime scene al racconto delle vicende della famiglia Corleone, accompagnate nel finale dall’emozionante intermezzo dell’opera di Mascagni.

Per la complessità dei temi trattati, per il tocco di malinconia e per la lucidità della raffigurazione dell’alta società italiana è possibile ritenere che Il Padrino – parte III sia stato troppo sottovalutato dalla critica, che non sembra aver gradito il carattere forse eccessivamente cervellotico della trama.

D’altronde era difficile affrontare una questione così specificatamente italiana senza addentrarsi nei meandri del potere, della religione e dell’arte.

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