Mama You’ve Been on My Mind: quando Jeff Buckley rivisitò Bob Dylan

Si racconta che Bob Dylan scrisse Mama you’ve been on my mind nel lontano 1964, in bozza su una carta da lettere mentre soggiornava al May Fair Hotel di Londra, durante il tour europeo. Un testo sulla rimembranza, ispirato dalla recente separazione con la sua compagna di vita Suze Rotolo.

Preso da una malinconica meteoropatia che descrive come un sole piatto a tagliargli l’orizzonte incerto e consapevole di essere ormai lontano da quella che una volta era la sua donna, Bobby D. ci canta il suo lamento folk nel ripensare all’amore perduto, che lui chiama affettuosamente “mama”. Versi di incisiva semplicità si sviluppano sulle note della chitarra acustica nel suo tipico stile da cantastorie. Non ci sono rimpianti nelle sue parole ma solo la voglia di comunicare quanto lei fosse ancora presente nei suoi pensieri, in un’immagine finemente cristallina, come riflessa in uno specchio e incorniciata dall’assolo di armonica, altro marchio inconfondibile firmato Dylan.

Even though my eyes are hazy
And my thoughts they might be narrow
Where you been don’t bother me
Or bring me down with sorrow
I don’t even mind who you’ll be waking with tomorrow
Mama you’re just on my mind

Negli anni successivi, molti altri musicisti illustri (tra i quali Johnny Cash) si sono cimentati nella cover di questo canzone ma solo uno è riuscito a ricoprirla d’oro purissimo e donarle rinnovata luminescenza: l’amato e compianto Jeff Buckley.

Frutto di registrazioni inedite e pubblicate postume nel 1994, la versione di Buckley catapulta immediatamente l’ascoltatore in un universo onirico e intimista da brividi sulla schiena, come solo lui era capace di fare. È una ballad appassionata che si apre con una gradevolissima e pacifica chitarra elettrica. Si ascolta praticamente un altro disco, del tutto nuovo. Il ritmo è rallentato, sospeso in un blues che ha il sapore di altri tempi, il sapore dell’America del Sud dove Jeff si rifugia per registrare gli ultimi pezzi.

La voce irrompe all’improvviso come un bagliore di luce, nitida e prepotentemente soave, diventando strumento protagonista. E’ un crescendo continuo, la dedica all’amata si trasforma in un gospel di religiosa bellezza ad acquistare sempre più intensità man mano che lo si ascolta. Il suo timbro sembra quasi “rimproverare” colei che una volta aveva amato. Bada bene:

Non sono qui a supplicare o a dirti che non riesco a dimenticarti
Non voglio problemi ti prego non t’innervosire
Non m’interessa neanche con chi ti sveglierai domani
Mi è capitato solo di pensare a te

E poi di nuovo l’amabile quiete, di parole sussurrate in serenità, da un uomo che ha fatto pace con il passato. Semplicemente celestiale. È un caso più unico che raro, pare che Jeff abbia colto l’essenza di questa canzone più dello stesso autore. Come chiamarlo questo se non un dono di Dio? Hallelujah.

Chi ha avuto il privilegio di vedere Jeff Buckley in concerto dal vivo, sa che a lui piaceva stravolgere le sue canzoni, non eseguirle mai allo stesso modo, donandogli nuova vita e freschezza, una dote riservata a pochi. La cover di Dylan ne è l’esempio ideale. Nell’epoca d’oro del cosiddetto grunge, del rock strillato con estrema rabbia sui palchi affollati, Jeff Buckely decide di prendere una strada opposta, la via della tradizione cantautorale americana intimista e contemplativa, che profuma di chiesa battista e campi di cotone.

I produttori del suo ultimo disco hanno voluto regalarci una chicca, lasciando su nastro ciò che normalmente si cancella in postproduzione, una frase, un pezzetto di sé, forse per renderlo ancora più vicino a noi e per riaffermare lo smisurato talento di questo ragazzo, che non provava nessuna fatica nel tirar fuori capolavori come fossero noccioline: appena finito di cantare Mama you’ve been on my mind, probabilmente la primissima prova, già perfetta così, Jeff sorride divertito e dice al microfono: “Fa freddo stasera, vero?”

Con questo elemento confidenziale inciso nella storia, si ascolta la voce di un amico.

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