Blue Valentine: una favola d’amore malinconica

Se metti sullo schermo due fulgide promesse hollywoodiane, nelle fattezze divine di Ryan Gosling e Michelle Williams, in giacca di pelle e stivali da motociclista, mentre ballano per strada su canzoni improvvisate all’ukulele in modalità chissenefrega degli altri e gli fai girare scene di sesso esplicito, nudo e crudo che raramente si vedono al cinema, le scintille sono assicurate. Quanto è meraviglioso innamorarsi ed essere ricambiati in un mondo ostile che ti tira solo pietre? Peccato poi accorgersi, dopo averci fatto pure una figlia, che alla fine non hai sposato il principe azzurro.

Il regista Derek Cianfrance ci butta in faccia la normalità di una storia in cui tutti possono riconoscersi ma nel caso di Blue Valentine lo fa con grazia disarmante e raffinati tocchi di poesia. Il verismo cinematografico di questo cineasta indipendente è raccontato attraverso una telecamera digitale 16 mm a strettissimo contatto con gli attori, e l’effetto è quello di trasportare lo spettatore quasi dentro la pellicola, a fianco dei protagonisti nella loro intimità, resa ancor più nitida da una fotografia capace di visualizzare il silenzio o il disincanto, nella migliore lezione hopperiana. Sembra di star proprio seduti al sedile posteriore della loro auto, o in cucina mentre sorseggiano il caffè. Niente ambientazioni inverosimili, ma il coinvolgimento è garantito, grazie anche ad una colonna sonora dolcemente rock, affidata agli Ugly Bears, abilissimi nel creare ballate struggenti.

Dean è uno che si fa i fatti suoi, schivo, si arrangia con lavori saltuari: l’operaio, il muratore, quello che capita. Cindy è una studentessa, talmente bella da sembrare una fata bionda scesa sulla terra per allietare gli umani, e appunto trascorre il suo tempo libero in compagnia della nonna in ospizio. L’incontro è fortuito, l’amore è fulminante. Attraverso una serie di flashbacks scardinati che suscitano un’incalzante curiosità, si snodano le vicende di una coppia di giovani americani con alle spalle una famiglia disfunzionale, che deve fare letteralmente i conti con un evento inaspettato sullo sfondo di una placida città di provincia, a volte spietata con chi commette errori nelle sue ferree regole di convivenza sterilmente civile.

Le scelte sbagliate si pagano a caro prezzo, e negli Stati Uniti pare di più. Cindy voleva diventare un medico ma dovrà accontentarsi di fare l’infermiera dopo aver interrotto gli studi a seguito di una gravidanza. Gli anni passano senza troppe scosse e la bimba cresce serena ma rimane in bocca quell’amaro che sa di occasione persa e futuro buttato nel cesso. Lui tracanna birre già da prima mattina, lei si dispera sconsolata. Non manca l’occasione di ravvivare il rapporto con una fuga lontano in cui ci si chiede a quattr’occhi dove sia finito quel tempo pieno di talento e opportunità. A prevalere sono però i litigi e i vetri rotti, di conseguenza, come nelle migliori tradizioni oltreoceano si reagisce al grido di: “chiamate la polizia!”

Una relazione deve superare grandi ostacoli, come gli scherzi che ti gioca l’esistenza, la noia della routine e soprattutto l’elemento disillusione; nelle difficoltà questi due sembrano amarsi ancora di più, e poi c’è stato quell’attimo di gioia pura e spensierata, in quella notte, che vale una vita intera.

Molte scene del film sono il risultato dell’improvvisazione dei due attori ripresi per settimane e sprovvisti di sceneggiatura scritta in battuta. Gli è stato comunicato soltanto: giocate a fare la coppia sposata, tant’è che alla fine, hanno avuto una liason vera a pellicola terminata. Ciò che si vede è parecchio vicino all’autentico, loro non riescono proprio a fingere per continuare a campare, il messaggio è questo. Resisteranno alle sfide dell’ipocrita società americana? Il regista ci congeda con questo dubbio, intanto ci ha regalato i fuochi d’artificio pure nei titoli di coda.

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