Carlito’s Way: il capolavoro gangster di Brian De Palma

Sin dalla prima, mirabile inquadratura di Carlito’s Way si comprende il potenziale di una pellicola che possiede tutti i connotati del metafisico. Infatti l’abile mano dello sceneggiatore David Koepp, riesce a ridare nuovamente lustro ad un Pacino attempato, ma ancora di gran fascino. Le sequenze in bianco e nero, ricostruite dallo stesso Carlito Brigante tramite ricordi e sensazioni, danno il via ad una pellicola che si consacra come una delle migliori degli anni Novanta e della produzione “De Palmiana”.

Il film è tratto dai romanzi del giudice di origini portoricane Edwin Torres Carlito’s way e After Hours, principalmente dal secondo. In fase di produzione, per evitare omonimie con Fuori Orario di Martin Scorsese, si preferì utilizzare il titolo del primo romanzo sulla vita dello spacciatore portoricano. Il giudice non era di certo nuovo a prestare le sue opere al cinema: giusto qualche anno prima Sidney Lumet aveva girato Terzo Grado, con Nick Nolte e Timothy Hutton, basandosi su un’altra sua opera.

Nonostante i connotati del poliziesco, e grazie alle sue inquadrature ascendenti, Carlito’s Way riesce a ritagliarsi anche una buona dose di “languida malinconia” che non rappresenta un demerito, anzi, riesce a farci comprendere ancora di più la complessa struttura del protagonista. De Palma si concede però, forse esagerando, l’ennesima citazione nella citazione: infatti con la scena delle scale mobili, cita il suo Gli Intoccabili che citava Eisenstein, quasi a costruire un arco temporale tra il cinema che fu, e quello moderno. La tensione però, si percepisce per l’intero film, questo è certamente merito del regista, che ancora una volta tratteggia in maniera univoca buoni e cattivi, e con un doppiogiochismo che è rispecchiato solo da Luis Guzmán nel ruolo dell’uomo di fiducia di Pacino.

La figura che non lascia certamente spazio ad ambiguità è l’avvocato David Kleinfeld, interpretato da uno Sean Penn insolito e mefistofelico, che gli frutta anche una nomination ai Golden Globe come migliore attore non protagonista. Ma cosa sarebbe un eroe senza la sua bella? Penelope Miller è la figura perfetta, che proprio come la più famosa figlia di Icario e Peribea rappresenta un obiettivo di vita per Carlito, spingendolo a desiderarne una onesta ed appagante. Come quasi sempre capita però, la cosa più comune che governa l’esistenza è il disordine, questo connotato sfugge completamente al protagonista, che sottovaluta il peso che la casualità assume nella vita di un uomo (ricollegandosi senza alcuna difficoltà a Krzysztof Kieślowski e ad il suo Destino Cieco, trama di cui attingerà anche l’esordiente Peter Howitt con il suo Sliding Doors).

La prigione non rappresenta solo la certezza fisica di stare dietro le sbarre, ma è creata anche dai propri errori e dall’ambiente circostante. Nonostante ciò nulla scalfisce i principi dell’uomo, attaccato a barbogi ed onorevoli concetti, che non ammettono trasgressioni a costo di pagare in prima persona. La colonna sonora rispecchia perfettamente la metà degli anni Settanta in cui è ambientato il film, da brani del calibro di Oye como va del chitarrista e compositore messicano Carlos Santana agli The O’Jays, senza omettere la struggente You are so beautiful di un Joe Cocker immenso. Proprio sulle note di  quest’ultimo, la mente di Carlito viaggia alla velocità di un sogno, davanti ad un cartone pubblicitario dai colori vividi e sfuocati allo stesso tempo, di un futuro che non si realizzerà, lasciandoci comunque con una speranza che rappresenta un ponte per il futuro.

Un film che certamente per intensità e profondità del personaggio è nettamente superiore al “fratello d’armi” di dieci anni prima Scarface e che ideologicamente potrebbe anche rappresentare il destino alternativo di un Tony Montana redento e non profondamente pacchiano e folle nelle scelte. Un Al Pacino che passati i cinquant’anni si ritrova nuovamente in un’opera cucita su misura per lui, con una intensità viscerale del personaggio, che riaccarezzerà nuovamente alla fine del secolo con Donnie Brasco di Mike Newell.

Anche grazie ai doppiatori italiani il film raggiunge ottimi risultati nel nostro Paese, infatti Giancarlo Giannini – dismessi in questa occasione i panni dell’attore – nel dare voce a Carlito ottiene un sapore coltissimo ed inebriatorio nella narrazione. Il finale è spettacolare e centrato, probabilmente intuibile dai presagi iniziali, ma non ci impedisce di sperare per le aspirazioni di quest’uomo solo, in un mondo che non lo riconosce più e lo rigetta con forza.

“Qualcuno mi sta tirando verso il basso.. Lo sento anche se non lo vedo. Però non ho paura, ci sono già passato. È uguale a quando mi hanno sparato sulla centoquattresima strada.. Non mi portate in ospedale, in quelle cazzo di corsie d’emergenza non c’è protezione, qualche bastardo ti viene a far fuori a mezzanotte quando di guardia c’è solo un infermiere cinese rincoglionito. Oh, guarda come si preoccupano questi qua.. Perché? Per un portoricano come me è già tanto essere campato fino a questa età. La maggior parte dei miei compagni ci ha rimesso la pelle da anni.. State tranquilli, ho un cuore che non molla mai. Non sono ancora pronto a fare fagotto.”

Carlito Brigante

Il tramonto di un uomo, come quello di una giornata estiva sulle assolate spiagge dei Caraibi a danzare nell’onirismo della mente di un personaggio sfortunato e fuori dal comune.

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