In cosa consiste il restauro di un’opera d’arte

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Mentre lo scorso 15 Aprile Notre Dame bruciava sotto gli occhi commossi del mondo libero, oltre al dolore e al senso di impotenza di fronte alla rovina di una delle cattedrali più importanti della storia dell’uomo c’era un pensiero fisso nella mia mente, il ricordo di una persona che oggi non c’è più e che mi ha insegnato tutto quel poco, pochissimo, che so su una delle arti più incredibili di sempre: l’arte del restauro. In quei momenti carichi d’angoscia per un patrimonio secolare che rischiava di essere danneggiato irrimediabilmente, non riuscivo a smettere di pensare al fatto che, una volta domato l’incendio e verificati i danni, un grande numero di restauratori, magari provenienti dai migliori laboratori di tutto il mondo, si sarebbe messo al lavoro per rimettere in sesto tutte le opere danneggiate dal fumo e dal fuoco prima e dall’acqua poi. Un lavoro lungo e delicatissimo, fatto di pazienza e determinazione, che presenta non poche difficoltà.

Ogni opera creata da mano umana non è eterna ma destinata ad invecchiare, anche quando è ben conservata: non esiste dipinto, scultura o monumento che sia immune a questo destino. Il tempo rende gli oggetti più fragili: i dipinti vengono ricoperti lentamente di una patina giallastra o grigia (in realtà banale sporcizia, che col tempo si accumula inevitabilmente e arriva ad offuscare i colori), le sculture possono perdere frammenti, le tele possono perdere parte del colore originale e bucarsi, strapparsi e così via. Come si agisce in questi casi? Fino a dove può spingersi un restauratore per ridare dignità ad un’opera danneggiata e sottrarla ai danni del tempo o, nel nostro caso, di un incendio? Esistono naturalmente tantissime scuole di pensiero in merito: c’è chi sostiene che gli interventi debbano essere minimi e chi invece vorrebbe ritocchi anche massicci e, nel mezzo, infinite sfumature di pensiero.

La restauratrice che ho avuto l’onore di conoscere e vedere all’opera in alcune occasioni era una persona davvero in gamba e prima che il tempo mi togliesse per sempre questa possibilità (mai aspettare troppo!) avevo in mente di chiederle consigli su come scrivere qualcosa di dettagliato sul tema del restauro. Purtroppo non è stato possibile, per cui scriverò basandomi unicamente sul ricordo delle visite al suo laboratorio, dentro il quale era in grado di compiere dei piccoli miracoli.

A chi sosteneva che la “patina” facesse parte della storia di un dipinto, lei rispondeva che essa era soltanto sudiciume da rimuovere e, una volta rimosso, l’effetto era veramente straordinario: i colori del dipinto recuperavano l’aspetto originale e il risultato lasciava a bocca aperta. L’azzurro, il rosso, il rosa e tutti gli altri pigmenti risplendevano come non avevano fatto per decenni (in alcuni casi anche molto più di un secolo) e quelle tele di fine settecento sembravano appena completate. Rimuovere la patina è però l’aspetto meno complicato dell’operazione di restauro: i colori, dopo secoli che sono stati applicati alla tela, sono ormai mineralizzati e per pulire basta utilizzare un semplice solvente che rimuove lo sporco insieme alla vernice finale che ricopre il colore ma non danneggia in alcun modo il dipinto. Spesso però le tele, se conservate in modo non adeguato, tendono a perdere piccole (quando va bene) porzioni di colore ed è a quel punto che il restauratore diventa un vero e proprio chirurgo dell’arte che, armato di stucchi ed infinita pazienza, deve prima riparare il danno sulla tela e poi cercare di ridipingere la parte mancante, provando infinite combinazioni fino a quando non riesce a ricostruire le esatte sfumature di colore nel frammento perduto.

Questo è per alcuni uno degli aspetti più controversi delle operazioni di restauro dei dipinti e non è difficile capire il motivo: si tratta infatti di mettere mano all’opera, di rifarne una parte e dunque di apportare una modifica, cosa che per alcune correnti di pensiero è assolutamente intollerabile. Su questo tema ognuno ha giustamente la propria opinione, ma c’è da considerare un aspetto che molti ignorano: spesso i dipinti che crediamo “originali” in realtà non lo sono. Questo succede perché l’arte del restauro esiste da secoli ma, naturalmente, soltanto a partire dal XX secolo (o poco prima) si è affinata: un tempo, quando dovevano essere restaurati, i quadri venivano in alcuni casi ridipinti per intero sopra la pittura originale e questo ha fatto sì che, durante operazioni di restauro più recenti, il dipinto originale riemergesse dall’oscurità in cui era imprigionato sotto uno strato di nuova pittura (in certi casi addirittura molto più grossolana rispetto all’originale) che, rimossa con un bisturi, rivelava per la prima volta dopo tanto tempo ciò che era stato sepolto e dimenticato: scoperte notevoli che non sarebbero mai state possibili senza interventi più incisivi rispetto a una “semplice” pulizia. Discorso analogo vale, naturalmente con tecniche diverse, per ogni tipo di statua e scultura: eventuali buchi e crepe dovranno essere riparati con lo stucco e, nei casi più gravi, alcune parti mancanti dovranno essere sostituite. Tutto sta nel trovare la giusta misura: se il danno da riparare è troppo grande (come nel caso di un dipinto talmente rovinato da non riuscire più a distinguerne nemmeno il soggetto) non si tratta più di un restauro e forse è il caso di non procedere ma, in caso contrario, un restauro accurato è l’unica cosa che può allungare la vita dell’opera.

La cattedrale di Notre Dame ha richiesto quasi due secoli per essere costruita, insieme al lavoro di intere generazioni che hanno contribuito alla sua realizzazione senza mai vederla completata. Nel corso della storia ha inoltre subito devastazioni e restauri, beneficiando del lavoro di un numero enorme di artisti, che hanno aggiunto il loro tocco alla sua bellezza. Da anni questa grande opera era fragile e bisognosa di interventi ed il terribile incendio che ne ha devastato la maestosa struttura in legno l’ha colpita forse nel momento di massima debolezza. Le operazioni di ristrutturazione, ricostruzione e restauro delle opere danneggiate saranno lunghe e molto probabilmente destinate a sollevare non poche polemiche legate alla strada migliore da intraprendere, tra chi chiederà un restauro vistoso, chi chiederà che rimanga addirittura qualche segno dell’incendio e chi invece chiederà che tutto torni esattamente come prima, se non meglio.

Nessuno può sapere in questo momento che aspetto avrà la cattedrale quando sarà riaperta al pubblico, ma una cosa è certa: questa meravigliosa opera d’arte ferita è frutto di un lavoro collettivo (e multiculturale) durato secoli, cui verrà sommato ora il lavoro di una nuova generazione di maestranze fatta di ingegneri, architetti, muratori e restauratori che, prendendosene cura come il singolo restauratore fa con una tela danneggiata, aggiungerà un nuovo e importante tassello alla sua grande storia. In alcuni casi i restauratori dovranno limitarsi a rimuovere lo sporco e in altri dovranno fare operazioni molto più incisive: sarà un lavoro delicatissimo che richiederà una cura incredibile e che, se vogliamo che questo monumento di tutta l’umanità sopravviva a noi e a chi verrà dopo di noi, sarà seguito un giorno da altri lavori, che ritoccheranno qualcosa e aggiungeranno nuova storia. Perché l’arte è molto longeva ma non è eterna: per esserlo ha bisogno di un aiuto che le permetta di durare e crescere nel tempo.

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