Febbre a 90°: il film sul calcio dal romanzo di Nick Hornby

Se esiste un’opera letteraria che più di tutte ha contribuito a sdoganare il calcio anche in ambienti più ricercati, quella è certamente Febbre a 90° di Nick Hornby.

Il calcio, un gioco nato per le élite dei college inglesi, riesce a trasformasi già dalla fine dell’Ottocento in uno sport anche per le classi lavoratrici, che riescono ad organizzarsi fondando le rispettive compagini. Tanto da diventare fenomeno altamente di massa già nel secondo dopoguerra. Lo scrittore del Surrey ha donato moltissimo al cinema d’Oltremanica, con veri e propri spaccati di vita, ma quella passione per il calcio (che nel suo caso ha il dolce sapore dell’autobiografico), dona una lucentezza particolare al film dell’esordiente regista David Evans.

Per ovvi motivi di tempo, la pellicola si restringe all’annata 88’/89’, trattando in piccolissima parte la genesi del romanzo, che ha inizio nel 68’, e coinvolgendoci nella stagione in cui l’Arsenal, dopo un testa a testa con il Liverpool, riesce ad avere la meglio. Un’annata che, come infinite volte in questo sport, ha riservato più di una sorpresa. La First Division (all’epoca non si chiamava ancora Premier League) vide un finale a dir poco rocambolesco, con il Liverpool che in un mese riuscì a rimontare uno svantaggio di ben quindici punti alla compagine londinese, piazzando il sorpasso ad una sola gara dalla fine e con una differenza reti migliore. Ma lo scontro diretto, dopo alcuni rinvii dovuti alla strage di Hillsborough che segnò parecchio l’opinione pubblica inglese, si rivelò fatale per i Reds, che persero il titolo a venticinque secondi dal fischio finale, con un contropiede fulmineo di Michael Thomas che beffò quel Bruce Grobbelaar che qualche anno prima fece piangere la Roma alla lotteria dei rigori.

Così sulla vittoria dei Gunners, dopo diciotto anni dall’ultimo titolo, vengono costruite le sorti del professore di Lettere Paul Ashworth, tifosissimo dell’Arsenal sin da quando da ragazzino venne portato allo stadio Highbury dal padre (bella l’epoca in cui ogni stadio possedeva un nome con una storia, in questo caso dal quartiere in cui si trovava l’impianto, e non con le sigle degli sponsor investitori), contribuendo a far nascere un amore profondo per la squadra, sotto le note di Baba O’Riley degli Who. È così sorprendente vedere nascere la passione del ragazzo, che comprendendo che il padre non lo accompagnerà sempre allo stadio, si organizza. Addirittura sacrificandosi per poter essere la domenica allo stadio. Filosofia di vita che tutt’ora in un Paese così calciofilo come il nostro è ancora inspiegata, e che come concetto ha scomodato anche grandissimi della storia del Novecento come Winston Churchill, guarda caso un inglese:

“Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”.

Winston Churchill

Un concetto su cui non vige alcun dubbio, viste le sommosse popolari per un calciatore ceduto oppure un cambio societario.

Il cast ci riserva un Colin Firth inedito, nei panni del bellicoso e scapigliato professore, essendo oramai abituati a vederlo in ruoli decisamente più da gentleman, e un’altra conoscenza del cinema britannico ed internazionale come Mark Strong. Una passione quasi morbosa quella di Paul per il suo Arsenal, che pregiudica anche i suoi rapporti affettivi: questa la mela della discordia con la fidanzata Sarah, anche lei insegnante, che all’inizio è completamente avulsa a comprendere le ragioni di Paul (epico lo sfogo alla finestra dell’uomo, che in preda ad una crisi isterica ne dice di tutti i colori alla povera malcapitata).

Il calcio come metafora della vita: è questo il concetto che più di tutti ne esce vincitore, coinvolgendo le gioie e le delusioni dell’esistenza umana. Il romanzo esprime ancora meglio questo passaggio con delle parole che possiedono una saggezza popolare intrinseca:

“Una volta credevo, anche se adesso non lo credo più, che crescere e diventare adulti fossero due cose analoghe, due processi inevitabili e incontrollabili entrambi. Adesso penso che diventare adulti sia una cosa dominata dalla volontà, che si possa scegliere di diventare adulti, ma solo in determinati momenti. Questi momenti capitano piuttosto di rado, durante i periodi di crisi nelle relazioni, per esempio, o quando si ha la possibilità di ricominciare tutto da capo da qualche altra parte, e si può ignorarli o prenderli al volo”

“Con lo sport non puoi sognare come puoi fare se scrivi, se reciti, se dipingi o se fai carriera come dirigente: l’ho capito a undici anni che non avrei mai giocato per l’Arsenal. Undici anni sono davvero pochi per scoprire una così amara verità”.

La colonna sonora, rappresenta il binomio perfetto tra calcio e musica rock, di cui l’Inghilterra è la prima esponente. Tutt’ora molti club della Premier League sono legati indissolubilmente a gruppi di primissimo livello, come fu per il Manchester City con gli Oasis, ed ora con i fratelli Gallagher da solisti, o col Leicester dei miracoli con i Kasabian. Nella pellicola si spazia dai sopracitati Who a Van Morrison, per sfociare negli Irlandesi The Pogues, senza dimenticare i The Pretenders ed i The La’s e la loro romantica There she goes.

“Il solo rimpianto che ho è che i dialoghi oscurano la bellezza di queste musiche”: queste le parole dell’autore del romanzo, che grazie alla sua opera è riuscito a coniugare le sensazioni di intere generazioni di tifosi, e che per i nuovi appassionati di questo benedetto gioco possono rappresentare sicuramente un testamento spirituale.

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