Manchester By The Sea: il flusso del mare e il dolore che ritorna

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Questo articolo è un monologo immaginato del protagonista di Manchester By The Sea, il film del 2016 diretto da Kenneth Lonergan, e rappresenta un modo alternativo di raccontarne il messaggio, il significato e la spiegazione degli eventi nel film.

Una birra e poi un’altra. Un pugno e poi un altro ancora. Fumo, fuoco, sonno. Fumo, fuoco, sogno. Sogno di stare con mio fratello Joe sulla sua barca a dire stronzate e a bere fino a sbronzarci aspettando che un pesce abbocchi a uno dei nostri ami. Sogno la vita che è passata e che non potrà mai più tornare. Voglio sognare, ma non posso ricordare, non voglio ricordare.

Adesso ho un’altra vita: cambio lampadine, mi occupo di guarnizioni, riparo tubi, porto fuori la spazzatura, sturo gabinetti, insomma sono quello che viene comunemente definito un “Tuttofare”. Un uomo qualunque, uno dei tanti, solo, senza una storia da voler raccontare. Boston è una città abbastanza grande da potermi confondere, tale da poter fare il mio lavoro senza essere per forza sorridente con tutti e senza dover partecipare a tutti i costi a qualche stupido barbecue organizzato da un vicino invadente.

Una volta ero qualcuno, una volta avevo qualcuno, ora non sono niente, non ho niente e non voglio altro. Lavoro per non pensare, per alienarmi, per offuscarmi e lo faccio anche molto bene, poi la sera una birra e torno a casa seguendo la mia ombra. Perché continui a guardarmi sperando che mi presenti e ti chieda dove hai comprato quel paio di scarpe o qual è il tuo cocktail preferito? Lasciami finire la mia birra per favore. Sono ubriaco, ancora, come ogni sera e non mi piace il modo in cui mi stai guardando. Scusami, ho esagerato, non volevo romperti il naso, è colpa dell’alcol, oggi poi è stata una giornata di merda, non volevo rovinarti la serata, mi dispiace, vado via. Stamattina fa più freddo del solito, un freddo che ti mangia le ossa e sto spalando la neve quando mi squilla improvvisamente il telefono.

Arresto cardiaco. Mio fratello è di nuovo in ospedale, questa volta sarà l’ultima però. Ricordo ancora quando per la prima volta gli fu diagnosticato lo scompenso cardiaco,una malattia che porta i muscoli del cuore a deteriorasi progressivamente e che nel giro di 5-10 anni avrebbe portato Joe verso altri lidi, dove certamente non si può bere birra. Così aveva sentenziato la dottoressa Beth seguita poi da una scenata isterica di quella pazza ubriacona di Elise, la moglie di Joe.

Mentre percorro quei chilometri che separano Boston da Manchester comincio a pensare al mare, piatto, calmo e grigio che quasi si confonde col cielo rendendo ancora più bello e più triste questo panorama, finto per quanto freddo, che William Turner avrebbe dipinto più e più volte se l’avesse mai conosciuto.

Arrivo tardi, Joe è morto e vi prego non dite nulla per consolarmi, odio questa forma convenevole di compassione. Sono contento che ci sei tu George, forse l’unico amico che abbia mai avuto mio fratello o l’unico che gli abbia mai concesso questo purgatorio grigio, un compagno con il quale solcare il mare è stato certamente meno spaventoso e più lieto. Mi chiedono se voglio vedere Joe, ma che senso ha vedere un corpo privo di vita? Posso ancora considerare quella carne fredda e vuota mio fratello? Però mi manca e voglio vedere per un’ultima volta chi non mi ha mai abbandonato sebbene ora sia una statua, bianca, marmorea ma è la statua più bella e più familiare che io possa mai vedere in vita mia. Mi avvicino a te fratello e poggio la testa sulla tua, fredda come la neve che stavo spalando stamattina e sento scorrere lungo il volto un’unica lacrima, isolata che va a poggiarsi lentamente sul tuo petto. Questa lacrima è solo per te, perché tutte le altre le ho già versate per chi la sorte ha strappato prematuramente dalle mie braccia.

Devo dirlo a Patrick, non sa che suo padre è morto e sta a me dargli quest’ultima notizia. Mentre raggiungo il campo ghiacciato su cui si sta allenando insieme alla squadra di hockey, guidando lungo le strade poco trafficate di Manchester, capisco di essere tornato a casa. Una dimora orribile dalla quale sono fuggito, gelida come il candore che l’avvolge. Una volta adoravo quel grigio plumbeo che circondava la mia città, invece ora che è priva di vita mi annienta e ho paura di vedere, di sentire, perfino di respirare quell’aria che riempie i polmoni e che raggela il cuore, ma soprattutto ho paura di ricordare.

Una volta eravate voi la mia casa, la mia famiglia. Dio come eri bella Randi e come erano belle le nostre bambine, le mie bambine. Stanco morto e fetido tornavo a casa dopo un intero giorno passato a pescare e a consumare quantità indefinite di birra con Joe e voi eravate lì ad accogliermi non pretendendo più di quanto vi dessi già. Dio come amavo le mie bambine e come amavo te, Randi. Era una vita fa, ero un altro uomo e questo posto era davvero casa mia.

Patrick, so che è strano vedermi qui , ma stavolta non sono qui perché papà è in ospedale o meglio, è lì ma ancora per poco, tra poco lo porteranno via, per sempre. Patrick, tuo padre è morto.

Anche tu non piangi, sei forte o forse hai già il cuore a pezzi e un cuore a pezzi non può continuare a sanguinare. Non so consolarti, perché non so consolarmi e in questi casi serve a ben poco, le persone muoiono gli altri che rimangono invece soffrono, non so chi sta peggio.

Devo pensare al funerale e a tutte quelle noiose pratiche burocratiche di cui farei volentieri a meno, tu invece fai quello che vuoi, chiama i tuoi amici, divertiti con loro, dormi con la tua ragazza, ma non darmi problemi, sono stanco ma non ho voglia di dormire perché l’aria di Manchester non mi fa prendere sonno e la birra in questo caso è un veleno inutile.

Penso tanto, ma non ho nulla da dire, penso , penso , ricordo e penso ancora.

Penso anche che tu sia stato un gran bastardo Joe. Perché non mi hai mai detto che sarei stato io il tutore di Patrick alla tua morte, invece di lasciarlo scritto su un inutile pezzo di carta consegnatomi da un avvocato? Non so che dire, non posso essere il suo tutore, non posso trasferirmi a Manchester, non posso vivere un’altra vita dopo quella che ho bruciato qui. Sto zitto di fronte al legale, non so bene per quanto tempo, guardo fuori, c’è la neve e ci sono i miei ricordi. La voce dell’ avvocato mi riecheggia nella testa mentre ripenso a quella sera, forse l’ultima sera in cui sono stato felice, l’ultima sera che sono stato padre, marito e uomo.

Una serata tra amici a casa mia, abbiamo bevuto, tanto come al solito e le urla di noi sbronzi avrebbero svegliato le bambine se Randi non avesse cacciato tutti i banchettanti a pedate. Io sono ancora un po’ alterato e non ho sonno, la birra è finita e fa un freddo insopportabile. Decido quindi di uscire per comprarne dell’altra e per non far gelare la casa metto un po’ di legna nel camino. Vado a piedi fino al supermarket più vicino perché non sono in grado di guidare, a metà strada mi ricordo di non aver messo il parafuoco al camino ma poi mi convinco del contrario. Ci sono fiamme dappertutto e quella è casa mia, vedo Randi che urla, fuori di senno, perché un pezzo di cuore è rimasto dentro casa, le nostre bambine sono lì dentro, in mezzo alle fiamme.

Quello che ho di più prezioso al mondo sta bruciando e non posso fare nulla di fronte quelle fiamme incontrastabili, sono inerme, con il mio sacchetto pieno di lattine tra le braccia. È quello che racconterò alla polizia, sperando di ricevere la punizione più cruda che un uomo possa ottenere, ma mi lasciano libero perché secondo loro “non si può arrestare un uomo solo per non aver messo il parafuoco davanti al camino”.

Quelle fiamme hanno corroso anche me, hanno bruciato le mie carni fino alle viscere, strappandomi l’anima. Sono vivo solo perché sono costretto a respirare.

Vedo un agente passare, basta un attimo e ho la sua pistola tra le mani, devo solo premere il grilletto, un semplice gesto per porre fine a tutta questa sofferenza, semplice come dimenticare di porre il parafuoco davanti il camino. Quando spero di vedere il buio serrante vengo placcato da una dozzina di guardie che non vogliono vedere il mio cervello sul pavimento.

In un istante ho perso tutto, il fuoco mi ha portato via la vita, che si ripresenta oggi, si infrange sul mio volto come le onde di questo mare grigio si infrangono sugli scogli dove io e Joe ci sedevamo per pescare. Non voglio più vedere, più sentire, più ricordare, ma il flusso perpetuo del mare, il suo ondeggiare avanti e indietro mi sbatte in faccia quel mondo che sto cercando di tenere sommerso. Va bene Patrick, sarò io il tuo tutore, ma andremo via da qui, torneremo a Boston, dove ho lasciato quel modo di vivere nascosto da tutti e da tutto. Non mi interessa che hai due ragazze, gli amici, la band e la barca da gestire, io non posso restare, non riesco a nascondermi qui. Vedo lo sguardo delle persone, sento le loro voci e non riesco a sopportarle. Non riesco a sostenere il peso delle colpa che mi stringe la gola e non riesco a tollerare il fatto di trovarmi nella stessa città in cui Randi si è risposata e dove darà alla luce un nuovo bambino, dopo che mi ha odiato e sputato addosso tutto il veleno possibile. L’ho sentita al telefono sembra stia bene, mi ha chiesto se può venire al funerale insieme a suo marito.

Ho questa strana musica triste che risuona nella testa mentre tutti salutano il corpo di Joe, cercando di esprimere la loro vicinanza con un abbraccio o una pacca sulla spalla. Vedo Randi che si avvicina a me con suo marito, ha una pancia enorme che simboleggia la loro unione e cancella definitivamente la nostra, più di quanto avessero fatto le fiamme in quella notte invernale di un tempo che non è più il nostro.

Rimarrò a Manchester fino alla primavera prossima perché Joe non può essere seppellito prima a causa del gelo che rende il terreno troppo duro e seppellirlo da un’altra parte costa troppo. Troppo complicato morire d’inverno a Manchester, anche per chi rimane. Rimarrà in un congelatore fino a quel momento, come un pezzo di carne di una bestia qualunque pronta per essere consumata. So che non è il massimo, ma che importa, cosa cambia dove starà quel corpo freddo ed esangue, è morto, non può sentire nulla. Patrick perché piangi? Che cos’hai? Ti porto in ospedale? Vuoi che chiami i tuoi amici? Non sono bravo con queste cose, ma non puoi impazzire ogni volta che vedi un cazzo di pollo congelato nel freezer. Il tuo sdegno è chiaro, ma non posso fare altrimenti.

Non riesco a gestire le tue problematiche adolescenziali e lo hai visto anche tu, sei troppo cresciuto per non capire più certe cose e ancora troppo piccolo per capirne delle altre. Pensi che non mi importi nulla di te e che non sono tuo amico, sei convinto che voglio portarti via da qui e che non riesco a nasconderlo neanche troppo bene. Non riesco a parlare del più e del meno, nemmeno per distrarre la madre di quella minorenne senza peli che vuoi portarti a letto. Sono un fantasma che vive sotto un lenzuolo e che ha dimenticato cosa vuol dire comunicare.

Ho attaccato il telefono in faccia a tua madre Pat perché non sapevo cosa dirle e non ti ho detto che aveva chiamato perché non sapevo cosa dirti. Non puoi vivere con lei, non posso fare questo a Joe, gliel’ho promesso, anche se dice di essersi completamente ripulita dall’alcol, ma posso accompagnarti a pranzo da lei. Nevrotica, schizzata, instabile e preparare un pranzo a tuo figlio insieme a quel fantoccio del tuo compagno non mi farà cambiare idea su di te, cara Elise. Un’immagine di Cristo tra le nuvole dell’Empireo appesa in soggiorno e una tovaglia bianca non cancellano lo sporco che ti contraddistingue e che non ti permette di stabilire un minimo contatto con Patrick, mi dispiace.

Avanti e indietro, seguo il flusso del mare e non mi abituo mai a questa sensazione. La barca oscilla e taglia tutte le onde che la sfidano e io respiro, respiro e sorrido perché non riesco a vedere altro oltre il mare e a sentire altro oltre il vento gelido. Vedo Patrick timonare con la stessa tranquillità e scaltrezza di Joe, la vita per lui è appena cominciata, qui , nel mare, come è stato per me, come è stato per Joe.

Manchester non nasconde nulla, nemmeno chi cerchi di evitare a tutti i costi, nemmeno Randi. Cristo santo, sei l’ultima persona che vorrei incontrare da solo! Nel passeggino c’è Dylan, il tuo mezzo cuore, l’altra metà appartiene a tuo marito Josh. Sono contento che tu possa essere di nuovo felice, con un uomo che ti ama, un figlio. Allo stesso tempo sono a pezzi perché quell’uomo non sono io e quello non è il nostro bambino. Non c’è bisogno che ti scusi per le cose orribili che mi hai detto in passato, non puoi non odiare chi hai amato così tanto quando ti si lacera il cuore. Non piangere ti prego, non c’è bisogno di tutto questo dolore, non piangere. Randi non posso accettare il tuo invito a pranzo e non posso accettare che tu mi ami ancora, devo andare scusa, mi dispiace. Devo bere, devo sfogarmi ma soprattutto devo bere. Sto male, malissimo. Sta volta le onde del mare sulle quali mi sono sfracellato sono più grandi di me e non riesco a contrastarle. Una birra grazie, lo so che è la settima ma ho il cervello e l’anima a brandelli ,cosa dovrei fare? In poco tempo mi ritrovo ricoperto di sangue e lividi per l’ennesima rissa e sta volta fa male, non mento. Non riesco a trattenermi, non più e piango. Ora in questa pioggia di lacrime ci siete tutti voi, in questo mare grigio c’è tutta la mia umanità, la mia sconfitta, la mia depressione, c’è tutta Manchester.

Fumo, fuoco , sonno. Fumo, fuoco, sogno. Eppure non vorrei sognare, perché sonno e morte sono gemelli ,l’uno penetra nell’altro. Bambine non state bruciando, lasciatemi dormire. C’è puzza di fumo nella stanza, ho bruciato la salsa e quello era solo un sogno, dove la morte e la colpa mi hanno per un istante invaso il cervello, ancora. Almeno stavolta sono riuscito a spegnere il forno prima di bruciare casa; questo cazzo di fuoco mi tormenterà per sempre, anche nei sogni.

Ho trovato un lavoro a Boston ma non devi venire con me Patrick, andrai da George e io verrò a trovarti. È il meglio per te, per entrambi, per continuare a vivere tu, per non morire io.

Finalmente possiamo seppellire tuo padre, il terreno non è più troppo duro, finalmente Joe potrà riposare e forse anche noi. Sto cercando un appartamento che abbia una stanza in più per te Pat, così se vorrai, quando vorrai, potrai venire a trovarmi. Il sangue non si dimentica e non si abbandona mai, non riesci mai a staccartene del tutto, nemmeno se quel sangue brucia tra le fiamme fino a diventare cenere.

Patrick lo senti il mare, senti il vento, promettimi di non abituarti mai a questa sensazione. Le onde ci sommergono e allo stesso tempo ci tengono a galla, avanti e indietro, avanti e indietro e ancora avanti. Non passa tutto, non deve passare, ma ritorna e puoi scegliere se restarne sommerso, se timonare più forte o se fermarti un attimo, sederti sulla barca, oscillare insieme a essa e gettare un amo sperando che un pesce sventurato abbocchi, bevendo birra con chi non ti abbandonerà mai anche in mezzo alla tormenta.

Onde, mare, sonno. Onde, mare, sogno. Sogno il grigio di questa terra, che rimarrà per sempre il mio colore preferito, ma era il colore di una vita fa ,quando c’erano tutti mentre adesso posso ritrovarli soltanto in queste lacrime, nel sorriso di Patrick e in queste onde.

Avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti.

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