Ecologia sentimentale: il messaggio nascosto di Wall-E

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Oltre le “carestie artificiali” alle quali veniamo sottoposti da chi governa i mercati globali, oltre i deserti sentimentali che spesso siamo costretti ad attraversare, Wall-E, il lungometraggio Pixar del 2008, è una visione che riguarda l’ecologia, intesa come attenzione all’impatto ambientale ma anche come ecologia “sentimentale”. Si tratta di ripulire noi stessi da noi stessi, come un fiocco di neve. Per ritrovare terra in cui crescere. Per ritrovare la semplicità e l’umanità. Il tempo e l’amore. Diventa quindi un discorso che riguarda la memoria. Cosa ricordiamo. Cosa tratteniamo.

In Wall-E (2008), l’umanità rifugiata sull’Axiom -la grande nave spaziale dove gli individui, seduti sulla loro poltrona reclinabile, di fronte al proprio schermo olografico, senza girare la testa o alzare un braccio, possono interagire, mangiare e intrattenere se stessi, completamente dipendenti dai robot e dai computer che hanno costruito per servirli. Questa umanità ha perso la memoria. Prima dell’”avvento” di Wall-E e della sua piantina – testimonianza che sulla Terra, dopo 700 anni di break dall’umanità, si può tornare a vivere e respirare – sull’Axiom non ricordavano i colori, per esempio. Non avevano memoria di contatti reali di nessun tipo. Del loro passato. Per questo non desideravano nessun cambiamento.

Sono gli stessi bambini a cui si rivolge la Dautremer del Libro delle ore felici di Jacominus Gainsborough, che rischiano di non avere più memoria di alcuni sentimenti. Di certi valori. Del dolce e crudo contatto con la realtà. Anche al coniglietto Jacominus, “come a tutti era destinato un posto nel mondo. Gli ci volle del tempo per capirlo. E ancora di più per trovarlo”.

La sua storia, fino alla fine, attraverso tristezza, esaltazione, gioia, paura, amore, passione, è quella di un sognatore capace di vivere una vita “normale, sana e piena. Una bella vita normale, niente da ridire”. Tutto, anche qui, affonda il suo pensiero su tre tappe o momenti fondamentali, scanditi da tre gallerie di ritratti incorniciati: imparare, incontrare e attendere. Jacominus sa essere triste, per esempio. Come il bambino in The Road di Cormac McCarthy, nonostante tutto, sa che “il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio”. Sa che, più che con Dio, “la cosa migliore era parlare con il padre, e infatti ci parlava e non lo dimenticava mai”. La memoria, la preziosa capacità di avere ricordi, appartiene a tutto. È un fondamento della vita. Gran parte della memoria del mondo continua a essere totalmente inconscia. La memoria delle piante ad esempio, o del sistema immunitario che ricorda virus e batteri già incontrati, per favorire una risposta immunitaria più veloce.

È un discorso che tocca l’estetica della narrazione contemporanea. Negli ultimi 10-15 anni si sono moltiplicati i film d’animazione “impegnati”, con messaggi importanti. Happy Feet (2006) e I Simpson (2007), per esempio, affrontano il tema ambientalista, ma le loro storie, anche se post-moderne, sono raccontate attraverso un’estetica moderna e più tradizionale. Pixar, invece, prova a oltrepassare il moderno sia nella forma che nella narrazione, cambiando completamente le tecnologie e l’estetica su cui è basato il film.

Arriva a essere, quello su Wall-E, un discorso sulla nostalgia e sulla sociologia, sulla possibilità di un drastico riordino della struttura sociale in cui viviamo. È l’estensione del nostro stile di vita orientato al consumo, per cui la comodità e la compiacenza hanno sostituito la libertà personale. I residenti dell’Axiom sono felicemente inconsapevoli di questo adattamento, risvegliandosi solo quando i loro servi robotici tentano di impedirne il ritorno sulla Terra. Questa non è la tipica attitudine Disney-Pixar. Disney, la stessa grande compagnia che ha prodotto il politicamente e storicamente incorretto Pocahontas (1995), sembra qui aver sospeso, se non eliminato, l’indifferenza nei confronti del suo ruolo e del suo impatto sulla cultura consumistica. Sembra parlare anche a sé stessa. Questo film contiene, infatti, importanti messaggi che i genitori dovrebbero preoccuparsi di far arrivare ai propri figli, una giovane generazione definita da certi vincoli –l’aumento dei prezzi delle materie prime, l’incertezza economica, gli ecosistemi in via di estinzione. Si parla da decenni di riscaldamento globale, ma solo recentemente il fenomeno “green” si è evoluto da movimento attivista a crisi internazionale ampiamente accettata.

Wall-E dimostra che anche se il consumo e il capitalismo rendono le nostre vite più facili, certamente non le rendono migliori, e implora di domandarci che cosa siamo disposti a sacrificare per una vita definita dalla comodità.

Senza umani ad assegnare un valore monetario ai beni materiali, né chiunque a bramare risorse finite, Wall-E, ultimo robot sopravvissuto della sua specie, decide in definitiva che cosa merita di essere conservato e che cosa è semplice spazzatura. In questo ruolo, questo semplice robot, un po’ come il prototipo della Nova Robotics Numero 5 in Corto Circuito (1986), pur totalmente inconsapevole della sua posizione, mantiene un potere sconfinato sull’intero pianeta. La sua è la stessa volontà che anima Irma, “vecchietta avvizzita nata nello spazio e che prima di morire vorrebbe vedere la Terra, il pianeta leggendario da cui avrebbe tratto origine la specie umana e che nessuno sa più individuare nelle mappe stellari” (Il Pianeta Impossibile, Philip Dick).

È soprattutto, allora, un discorso sulla bellezza, sul tenero approdo in un mondo che sarebbe lì per noi, a nostra disposizione, atomizzato in ogni più piccolo gesto, nascosto nel silenzio e nella polvere, nella gentilezza e nella dolcezza. Si può scavare in uno sguardo, e cercando bene trovarci una storia antichissima, la vicinanza e il calore di una carezza e le distanze siderali di cui non ci è data una misura reale. È tutto rimesso a fuoco negli occhi, nello sguardo nostalgico di Wall-e, che è quello di un “angelo della storia” post moderno, un robot che raccoglie immondizia, incapace di verbalizzare ma che gradualmente imparerà a comunicare alla perfezione con Eve, dando vita a una dolcissima storia d’amore.

Lo sguardo di Wall-E, ovvero del “bambino” che solo e orfano ha visitato la Terra alla ricerca del senso della vita, svolgendo il suo compito in solitudine, generazione dopo generazione, per un numero incalcolabile di vite, richiama la nostra attenzione sull’innocenza e la fragilità della vita, dei sentimenti, così come dell’amore e dei più piccoli, gentili e assoluti modi di porsi.

Wall-E diventa così un “buco bianco”, raro nel mondo dell’arte, capace di risucchiare la bellezza del mondo e di riconsegnarla più evidente, tanto evidente da creare quasi uno shock, circondata da deserti prima di tutto mentali, spazi aperti ripuliti di ogni cosa, anche delle parole, attraversati soltanto da scie cosmiche e fiumi di stelle. Sono gli spazi con cui dovremo lentamente riprendere confidenza. Sono i deserti e le stelle del Piccolo Principe, che in un dialogo tagliato dall’autore chiede all’”inventore di servitori elettrici” perché dovrebbe voler andare al polo spingendo il
bottone verde della sua enorme plancia.

“Perché è lontano”.
“Non è lontano per me, se mi basta quel bottone. Perché il polo conti, bisogna prima addomesticarlo”.
“Che vuol dire addomesticare?”
“Vuol dire essere estremamente pazienti. Mettere molto tempo nel polo. E molto silenzio.”

Attenti, ci dice Wall-E, come ci dicono Il Piccolo Principe o il coniglietto Jeronimus – altri personaggi capaci di riconoscere in sé un’intima e giusta sovranità – che la semplice e pura capacità di immaginare ed esprimere se stessi, di amarsi e riconnettersi, quasi rimettersi alla dolcezza infinita dell’universo, è minacciata e verrà sepolta dalla violenza e dall’indifferenza. Almeno fino a una seconda, ipotetica evoluzione dell’uomo.

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