Appetite For Destruction: la storia del primo album dei Guns N’ Roses

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“Non uscirai vivo dalla giungla”, urlò l’uomo di colore al giovane e spaesato straniero bianco appena giunto in città. Queste parole dovrebbero essere scolpite sulle sacre tavole di pietra del rock, poiché da qui la scintilla che accenderà dapprima un timido fuocherello, per poi far dilagare un incendio all’interno panorama rock n’ roll della fine degli anni ’80. È questa infatti la genesi di Appetite for Destruction, il primo album dei Guns N’ Roses.

Il ragazzo si chiama William Bailey, proviene da Lafayette, nell’Indiana. Si accinge a dormire per strada in una terra sconosciuta ed ostile, con un bagaglio di vita sregolata e difficile, una voce grandiosa, potenzialità creative e disordini maniaco depressivi dovuti ad una infanzia irrimediabilmente scissa e rovinata. Questa è l’accoglienza nella grande metropoli dell’Ovest. Welcome to the Jungle!

Affinché una storia divenga grande c’è bisogno innanzitutto di un background che lasci che qualcosa di straordinario possa nascere, qualcosa che abbia in sé i semi di ciò che poi fiorirà. Una terra potenzialmente fertile, bisognosa di piccoli e insignificanti affluenti capaci però, una volta uniti, di dar vita ad un grande fiume che travolga ogni cosa esso incontri nel suo cammino e in grado di svelare al mondo qualcosa di straordinario, trasformando solchi e crepe di un arido deserto in rigogliosa vegetazione.

Il giovane William (nel frattempo già divenuto W. Axl Rose) è solo uno degli “affluenti” che travolgeranno dapprima la scena losangelina e poi il mondo intero.

Sintomatico che nessuno dei membri originari dei Guns N’ Roses sia di Los Angeles; ma è qui che andranno a confluire tutti, nel fertile territorio poc’anzi descritto. Axl dall’Indiana, terra da cui proviene anche la vera mente musicale dei Guns N’ Roses, Izzy Stradlin (l’unico della band a frequentare il college, seppur i suoi studi coabitino con una spasmodica devozione per Keith Richards), il batterista Steven Adler dall’Ohio, Slash ed i suoi accenti blues dall’Inghilterra e Duff McKagan, un ex ladro di auto che, col suo basso suonato col plettro, porterà da Seattle stilemi punk nella band.

I Guns N’ Roses nacquero dal profondo disagio dei loro componenti ma ebbero bisogno di ben un anno prima di deflagrare completamente, in un vortice di droghe, abusi, alcool, overdosi sfumate per un soffio, violenza, trasgressione, risse, espressionismo, sesso, musica grandiosa. Serviva un luogo insano dove le menti creative dei cinque ragazzi potessero sfogarsi, sfociando in quel teppismo lirico e maledetto che andrà a comporre il materiale del loro primo vero album: questo luogo venne battezzato, in modo sintomatico, “Hellhouse”, una casa sulla Sunset Strip di Los Angeles in cui, dal 1985 in poi (a fronte di 400 dollari di affitto) la band prese a provare tutto il giorno interrompendo il formidabile processo creativo solo per dar sfogo a qualunque tipo di depravazione possibile.

Guns N’ Roses, 1987, foto di Neil Zlozower

Ma qual era la situazione in cui la band cercava di venire a galla?

Dopo i fasti degli anni ’70, il panorama hard-rock, attraversava un periodo di stasi e di involuzione, arrovellandosi su se stesso da molti, troppi anni oramai. Spettacoli sempre più sfarzosi ma forse meno innovativi e più poveri sul piano dei contenuti; tutto sembrava essere più effimero, manieristico, mentre le band si concentravano più sull’estetica che sulla musica — quantunque non mancassero sporadicamente episodi di valore o virtuosistici — vedi le miriadi di gruppi hair-metal (Poison, Motley Crue) o mainstream (Bon Jovi).

Le superstar celavano la propria crisi creativa attraverso l’impegno in grandi cause umanitarie in stile Live Aid, ma ciò che mancava era la genuinità del messaggio viscerale del rock. A venir meno fu quella spontaneità che, indietro nel tempo, era stata la cifra stilistica tipica di gruppi seminali come gli Stooges di Iggy Pop oppure, restando a Detroit (città sintomaticamente pericolosa e forse per questo prodroma di band punk-rock), i sovversivi MC 5. Significativo che l’unico a tener vive le sacre vestigia del genere (invero più classico che hard) fosse Springsteen, il “working class hero” del rock, con la sua sincerità e la sua grammatica tanto senza fronzoli quanto familiare, potente e aggressiva al punto giusto.

Quello che mancava, in definitiva, era quello stile di ribellione pioneristica, spesso legato ad atteggiamenti socialmente pericolosi e irresponsabili, irriguardosi ed esecrabili almeno quanto espressionisti e creativi, potenti e spesso senza compromessi.

E senza compromessi sarà la band che andrà a rinverdire i fasti oramai un pizzico sopiti del hard-rock, pubblicando uno degli album di debutto più venduti di tutti i tempi, con circa 30 milioni di copie.

Il rock non chiede mai il permesso, non bussa mai alla porta educatamente. Il rock accade e basta: Appetite for Destruction viene pubblicato dalla Geffen Records il 21 luglio del 1987, seguendo dopo due anni Live?! Like a Suicide, primo Ep autoprodotto dalla band.

La qualità della musica all’inizio non bastò per il successo e, c’è da dire, neanche la provocatoria copertina dell’album — un’opera del 1978 di Robert Williams raffigurante, in stile pop-surrealista, uno stupro futuristico ad opera di un robot — non contribuì in tal senso. Quando si decise di sostituirla con quella di uno dei tatuaggi di Axl, raffigurante una croce celtica con i cinque teschi raffiguranti la band, le cose andarono meglio. Ma il primo, crudissimo singolo della band venne censurato; intervenne direttamente la Geffen per aumentare le programmazioni e, finalmente, l’album poté dispiegare le ali e spiccare il volo per la cima delle classifiche.

La copertina censurata e quella ufficiale

Appetite for Destruction è figlio del complesso disagio di tutta la band, che sfocia in un disco duro, tagliente, diretto ed espressivo come forse mai prima. Tutto ciò spazzò via in un amen ogni residua forma di hard-rock vanesio e patinato, lasciando solo piccolissimi spazi per quell’hair-metal nel quale, ad un suono iperprodotto e vacuo, si accompagnavano testi svilenti, banali, con il sesso femminile al centro di poche, grottesche e ripetitive frasi. Appetite no! Nemmeno per nulla.

L’album ha dei testi che più espressionisti non si potrebbe, pieni di vita on the road, esperienze vissute duramente, violenza (sub)urbana, cui si alternano slanci di puro romanticismo che però non sfocia mai in semplice e vuoto sentimentalismo. Il tutto viene spiattellato con uno stile musicale così vero come non si sentiva da anni. Appetite for Destruction è una perfetta dea alata nella quale ogni bordo rischia di tagliarti, di squarciarti la pelle tanto gronda verità.

Pronti, via, immediatamente Welcome to the Jungle ci trascina vorticosamente nella lascivia delle notti nere e al contempo variopinte di Los Angeles, con la chitarra di Slash che sembra arrovellarsi su se stessa scaraventandoci in una spirale musicale nella quale è impossibile trovare redenzione (“You’re in a jungle baby… you gonna die!!!”, ci mette subito in guardia Axl).

It’s so Easy parte con un intro punk del basso di McKagan cui seguono immediatamente il tribalismo della batteria di Steven Adler (che abbandonerà poi la band alla vigilia delle registrazioni di Use Your Illusion ma la cui espressività del suono resta perfetta per i Guns) e la chitarra di Slash, quasi con un sotteso accento blues. Il testo narra di macchine distrutte, fuochi e fiamme, vite randagie e povere vissute pericolosamente al limite. Il passo “I see you standin’ there / you think you’re so cool… why don’t you just / fuck off” diverrà, con il dito medio rigorosamente alzato, uno dei tratti distintivi della dimensione più esplicativa della band, quella live (basta dare un’occhiata al famigerato Live at the Ritz del 1988 per capire cos’erano i Guns agli esordi: energia pura che non ha alcuna possibilità di venir domata).

La subitaneità e la facilità della vita slegata e scanzonata prosegue con Nightrain nella descrizione di cervelli spaziali, sveglie a giornata inoltrata, tipacci che bevono benzina e negozi di liquori che non aspettano altro che essere visitati a bordo di un fantomatico treno notturno che è pronto a sfasciarsi e a prendere fuoco.

I’m on a Nightrain
Ready to crash and burn

La novità forse più importante che i Guns portano nell’immaginario dell’hard-rock può essere riscontrata nella lunghezza e nell’espressività dei testi. Non più banali riferimenti a notti brave piuttosto fini a se stesse con gli immancabili inni all’organo femminile sacrificato sull’altare di un machismo imperante e patinato: piuttosto sesso, amore, droga, violenze e quant’altro sono lo sfondo di un randagismo metropolitano spaesato quindi aggressivo, narrato attraverso una musica secca, dura e diretta, con scelte musicali perfette nella loro alternanza di melodie e disturbanze. A ciò si può aggiungere l’aspetto non trascurabile di come il canto magniloquente e variopinto di Axl accompagni quasi per intero lo sviluppo strumentale dei brani.

Ecco che anche un episodio secondario musicalmente come Out ta get Me — nonostante Slash si diverta alla grande con la sua Gibson — aggredisce le orecchie e il cuore con storie di fughe e nascondigli, di strade perdute nelle quali si muove un personaggio che si sente braccato nonostante la sua innocenza.

E colui (colei?) che bracca i Guns N’ Roses è il “Signor Pietra Bruna”, trasposizione maschile dell’eroi(ni)ca compagna malsana della band, la droga. Mr. Brownstone è lo spettro che accompagna le giornate e le notti del gruppo, cui non frega nulla di sprecare il proprio tempo rincorrendo la puntualità, preferendo piuttosto lasciarsi andare alle danze con questo tetro Signore dell’eroina (We been dancin with Mr. Brownstone / he’s been knockin’… he won’t leave me alone). Il brano è musicalmente caratterizzato da un tribalismo urbano di batteria elegantemente accompagnato da sottili chitarre soft-hard cui la voce di Rose si innesta quasi in stile rap, sfociando nel falsetto finale.

Alla metà del disco esplode la cadenzata e marziale batteria di Adler introducendo l’inno pomposo e guascone di Paradise City, con il suo fischio a separare l’intro da stadio dal corpo centrale della canzone, un hard-rock regolare che deflagra in un finale inneggiante alla verde erba e alle ragazze carine… inneggiante ad L.A., la casa dei Guns.

My Michelle è il brano che, probabilmente rappresenta meglio l’essenza dei Guns N’ Roses: basico, essenziale, veloce e senza fronzoli, con uno stile a metà tra il surf impazzito e il punk (specie nel ritornello). La storia della giovane lasciata orfana di madre dall’eroina, col padre coinvolto nel porno e lei a zonzerellare per le cupe notti americane in cerca di gratificazioni indotte da sesso e droga, assieme all’invito di Axl a non mollare e a lasciarsi coinvolgere e redimere dall’amore è, in termini di testo, quanto di più espressionistico l’America avesse prodotto fino a quel momento.7

Think About You e You’re Crazy sono forse gli episodi più trascurabili di Appetite tra i quali, però, compare il brano che con il suo riff è divenuto immortale, incarnando appieno l’essenza di una power-ballad in pieno stile…Gunners. In Sweet Child o’ Mine Slash consegna alla storia un fraseggio epocale, che se la gioca con i grandi riff chitarristici della storia. E l’assolo rappresenta forse il suo momento di virtuosismo maggiore, portando la canzone al quesito fatidico: “Where do we go Now?”

Anything Goes sta lì con piccoli esperimenti funky-blues, ma senza aggiungere molto al valore dell’album che si chiude però con un altro brano grandioso, la sensuale quanto psichedelica Rocket Queen. L’accoppiata Adler/McKagan introduce il brano in maniera magistrale, con batteria e basso che sembrano accompagnare il pezzo verso l’altare del rock per consegnarlo poi nelle mani armoniche di Izzy e Slash, due sposini che fanno sì che la canzone si arrovelli in un turbinio chitarristico lisergico ma sensualissimo. Leggenda vuole che i gemiti femminili che si ascoltano nel brano siano quelli provocati dall’allora donna del batterista Steven Adler che si intratteneva in sala di registrazione con lo “scrupoloso” Axl, solito registrare le voci senza alcuna compagnia, tranne quella volta evidentemente. Il brano si conclude magistralmente con una coda romantica nel testo quanto potente musicalmente, inesorabile nel suo incedere hard-rock.

Dunque Appetite for Destruction rappresenta un viaggio senza ritorno né redenzione alcuna nei meandri delle menti scoppiate e problematiche dei suoi autori; menti divorate dalla difficile coabitazione di innegabile talento musicale, indubbia pacchianaggine e venerazione di ogni sorta di eccessi. Ma, in fondo, può il teppismo lirico dei Guns N’ Roses, a più di trent’anni dal loro folgorante album di debutto, essere annoverato tra gli episodi di rilevanza storica del rock? Probabilmente si, considerata la dose sconsiderata di verità che contiene, raccontata senza mezzi termini, spiattellata in faccia come una secchiata d’acqua gelida di primo mattino. Ai testi crudi e puri si accompagna un rock che riprende, è vero, da costrutti passati, ma rielabora l’intera faccenda facendola propria in uno stile che comprende rock, garage, hard-rock, blues e punk, tutto con una visceralità senza precedenti.

Dal vortice di Welcome to the Jungle sino alla chiosa dolcemente hard-rock di Rocket Queen, Appetite for Destruction rinverdisce i fasti di un genere che forse era destinato più alle copertine di Playboy che a quelle di Rolling Stone. I Guns riescono a far emergere nuovamente quella verità, quella spontaneità, quei suoni affilati e taglienti, duri ma tremendamente viscerali e, così come la band che li ha prodotti, senza compromessi.

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