Le foto alle Torri Gemelle scattate da Steve McCurry

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Può un evento tragico caratterizzare artisticamente gli animi e le testimonianze di una certa epoca storica?

Tutte le manifestazioni della cultura che seguono un evento tragico, possono essere tragicamente imbevute di quello Spirito del Tempo, quel drammatico Zeitgeist che, filosoficamente, impregna ogni aspetto della cultura, della letteratura e delle arti. E in tutte queste opere resterà traccia palese della drammaticità di quegli attimi.

11 settembre 2001: Steve McCurry è nel suo studio di Washington Square Park, città di New York, di ritorno dalla Cina, dove stava lavorando ad una monografia cui tiene molto, The Path of Buddha, la strada verso Buddha; la sua intenzione è sottolineare la dedizione, il distacco, la preghiera, l’approccio alla spiritualità di quelle popolazioni lontane.

È mattina presto, il famoso reporter giramondo è indolente ed assonnato, ostaggio del jet lag e di tutte quelle faccende che tocca sbrigare al ritorno da un viaggio di lavoro lungo e faticoso: affitti, bollette, inviti, mail, il tutto ancora con negli occhi la bellezza e la profondità spirituale di un mondo piuttosto distante da quello studio ai margini del Greenwich Village, a Manatthan.

D’improvviso, le torri sono in fiamme. Quella Nord colpita alle 8.46 dal volo American Airlines 11 mentre, alle 9.03 il volo United Arilines 175 investe la torre Sud. Steve sale sul tetto dell’edificio da cui, tante volte, aveva avuto una visuale chiara e definita dello skyline di Manatthan, con le Torri Gemelle a dominarlo ma, in quella rilucente mattina baciata da un sole limpido, ciò che immortalerà con la sua fotocamera sarà ben diverso, assai più terribile e straziante, colmo di orrore, terrore, morte.

Nonostante lo sgomento, l’istinto fotografico porta il reporter a scattare, attonito e rapito dal dubbio se fiondarsi sotto le torri o meno; un dubbio che gli salverà la vita quando, alle 9.56, egli assisterà al crollo della prima delle tue torri, quella Nord, che porta via con sé migliaia di vite innocenti alle quali, se l’istinto giornalistico di fiondarsi a scattare immediatamente sotto le Torri avrebbe prevalso, si sarebbe di certo aggiunta quella dello stesso Steve.

Molti di quegli scatti passano alla storia come alcune delle più vivide documentazioni artistiche di quella terribile catastrofe, vero e proprio spartiacque nella visione e nella percezione del mondo: istantanee immortalate dall’occhio di un grande artista con la coscienza della testimonianza storica e civile.

Una foto in particolare rende molto bene la drammaticità di quegli istanti ed è quella che raffigura lo scheletro della struttura di una delle due torri che si staglia sulle macerie di Ground Zero.

Lo Zeitgeist post 11 settembre tragicamente investe le arti visive, la fotografia si fa drammaticamente portatrice di senso, facendosi carico di raccontare tutta l’oscurità che attanaglia New York: tutto è crollato, detriti e rovine dominano tanto l’immagine quanto gli animi di coloro che hanno vissuto l’orrore degli attentati. Ma il fotografo è pur sempre un artista e, attraverso un sapiente uso del controluce, lo scheletro che fu del World Trade Center è circondato da fumo e polvere ma, alle spalle, si intravede la luce abbagliante e calda del sole, come a suggerire un futuro di rinascita e speranza, l’uscita dall’inferno.

È quello il messaggio che gli artisti statunitense volevano trasmettere in quel preciso momento storico: il caldo baluginio del sole alle spalle di ciò che resta del World Trade Center deve indicare una via di salvezza e di speranza. Lo Zeitgeist presente in una delle più alte testimonianze artistiche di quel tragico periodo newyorkese appare di colpo, da un attimo all’altro, rappresentando attraverso le foto di Steve McCurry una città che si credeva intoccabile tragicamente colpita al cuore; la nazione più potente e invulnerabile al mondo che si vede portare l’orrore fin sotto il naso, fin sull’uscio di casa, cessando così di colpo di essere il centro dell’economia, del glamour, dell’intellighenzia artistica e culturale. O, quantomeno, abdicando al proprio ruolo di esclusività.

Il fotografo originario della Pennsylvania rinuncia qui sia alla forza penetrante dei suoi ritratti, che tanto lo hanno reso noto, sia al colorismo acceso che molti gli hanno riconosciuto come cifra stilistica quanto in egual misura criticato (troppo pop per un reportagista?). Ma McCurry è prima di tutto un reporter di guerra (Afghanistan, Pakistan, Iraq, solo per citarne alcuni) ed il suo istinto sarà di immortalare scenari apocalittici di un orrore che, per buona sorte, di quotidiano non hanno nulla ma vengono straordinariamente resi attraverso nuvole di cenere, scalinate impolverate e ricoperte di detriti, sapienti controluce che lasciano in risalto le macerie di una società capitalistica oramai implosa e collassata su se stessa e sul punto di cedere il passo.

Dopo l’11 Settembre, la produzzione artistica occidentale vivrà un breve momento di drammaticità commovente e dolorosa, nel tentativo di aiutare ad elaborare lo shock della civiltà moderna. Era quello lo Zeitgeist che ispirava il mondo e le sue epsressioni. McCurry è riuscito a fermare il tempo prima che gli effetti prendessero il sopravvento, e la sua opera resta un esempio lampante del valore emotivo di cui è capace la fotografia.

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