Perché il grunge non ha mai smesso di far presa sul mondo

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Quel che resta del grunge è un’eredità preziosa che noi stentiamo a ritrovare di tanto in tanto in qualche rivista o in qualche vecchio video su Youtube. Il grunge non tornerà più. È un dato di fatto. Il 5 aprile 1994, giorno della morte del leader dei Nirvana Kurt Cobain, la storia del grunge ha perso uno dei più grandi. Non bastano le interviste delle maggiori riviste di settore o i videoclip con milioni di visualizzazioni. La band di Seattle ha lasciato un segno così indelebile che non si può fare a meno di riascoltarli, rievocarli, per sopperire a tale mancanza. Sembra incredibile eppure da quel giorno sono trascorsi venticinque anni.

Tutta questa nostalgia però non toglie il fatto che i Nirvana, i primi di altre band iconiche appartenenti alla stessa – usando un ossimoro – grande nicchia, siano la prova di come si faccia uno sforzo enorme, esagerato, nel continuare a consumare un album come Nevermind con tutta la voglia di questo mondo.  Qual è il vero motivo? Perché lo facciamo?

La risposta del perché siamo ancora così coinvolti nel periodo grunge o meglio, perché ci aggrappiamo a quelle canzoni, alcune in particolare, non si appoggia solo sulla metafora dei jeans strappati, le camice a quadri e uno stile trasandato perché questi sono solo minuscoli dettagli di un genere musicale ormai passato. Dietro questa scena underground, commemorata da molti, c’è di più.

In ogni rivoluzione musicale c’è un qui ed un dove: a Seattle, tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ’90, iniziarono a venire a galla i primi nomi, Green Rivere Melvins, gruppi che cominciarono a riscuotere un discreto successo. Da quel momento il suono grunge delle iniziali garage band si apprestò ad affacciarsi all’America, prima, e al mondo, poi. Si fecero esponenti del grunge Pearl Jam, Soundgarden, Mudhoney, Alice in Chains e ovviamente i Nirvana. Questi artisti statunitensi, compagni di viaggio, non aspiravano alla fama, c’era solo la musica, la voglia di dire qualcosa, dare voce ad una generazione rabbiosa e depressa. Una generazione x che aveva bisogno di gridare al mondo il suo disagio esistenziale, ma non aveva un mezzo. Il grunge è stato il medium.

Per i fortunati che hanno potuto vivere quel pezzo di storia l’avvento del grunge ha coinciso con i sogni, le paure, le emozioni e i tracolli dell’adolescenza e, la data della sua fine è da collocarsi nel suicidio di Kurt Cobain nel 1994. Esiste però anche un secondo un pensiero più radicale per cui il grunge era già insito nella cultura internazionale quando per la prima volta Mtv mostrò il video di Smells Like Teen Spirit nel 1991, assicurandone così l’immortalità oppure quando i Pearl Jam hanno pubblicato per Epic, etichetta della major Sony, Ten, il loro album di debutto; mentre il termine, di questo periodo potrebbe coincidere con l’ultimo disco dei Soundgarden, e il loro successivo annuncio di scioglimento; ricordiamo però che, nonostante il frontman Chris Cornell faceva sperare ad un ritorno della band, il 18 maggio 2017 il cantante lasciò i suoi cari per sempre.

Tantissimi discorsi ma ancora non abbiamo capito perché il mondo è ancora così ossessionato dal grunge. Proviamo a dare una risposta più estesa. In quell’epoca era tutto vero e la scena di Seattle era reale. Qualcuno direbbe che catalogare non serve a nulla e che le etichette le inventiamo per convenzione o per moda. Magari è così. Eppure in quegli anni è nata una cultura scandita da inni di angoscia e da chitarre stridenti. Questa generazione di giovanissimi in jeans strappati, maglioni di lana e stivali pesanti passarono la loro adolescenza a guardare la televisione, a consumare caffè espresso, birra ed eroina, ad ascoltare vecchi album dei Black Sabbath e a sognare il giorno in cui avrebbero finalmente scambiato i loro sogni per una scommessa tangibile: diventare dei famosi eroi del rock‘n‘roll.

Oggi il grunge, un piccolo scrigno da manovrare con cura, è diventato una piccola grande nicchia per pochi; all’inzio era un contenitore, ma dentro c’era qualcosa di concreto, che ha significato tanto per tutti gli artisti che hanno cavalcato quell’onda, troppa fulminea purtroppo.

Dopo aver speso tante parole, oggi non resta che riascoltare quella musica, provare ad immaginare quella rabbia e tentare di comprendere perché il mondo cattivo di quegli anni trasmetteva agli artisti un senso di cupezza e di collera. Il grunge era la ribellione e oggi dobbiamo convivere con il fatto che indossare una camicia a quadri, per sentirsi grunge, è inutile perché non è abbastanza non lo era prima e non lo sarà mai adesso. 

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