Interpol, Turn On The Bright Lights: un album di dolore e speranza

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Ascoltare Turn on the Bright Lights, il primo album degli Interpol, equivale a camminare ascoltando il sinistro rumore dei propri passi che scricchiolano sulle macerie, con il cielo offuscato da una nube di fumo, densa da non consente neanche un breve respiro. Perché l’album, uscito nel 2002, è stato registrato a nel Novembre del 2001, con lo shock recente di uno degli attachi terroristici più cruenti della storia moderna, quello alle torri gemelle dell’11 Settembre 2001. Lungo le tracce di quel disco di percepisce l’anima tormentata della band newyorkese, con suoni secchi e taglienti come metallo urlante, sinistri e obliqui da lacerare la pelle, d’un tratto interrotti da improvvisi bagliori sonori che squarciano il nero tutt’intorno.

Turn on the Bright Ligths è una gemma costituita da abbagliante oscurità che rappresenta piuttosto bene la New York di quei giorni. Un album immaginifico eppure cupo e opprimente, rarefatto e oscuro, che riesce ad interpretare benissimo il sentimento di tristezza dilagante di allora, contaminando la cupezza che avvampava la città di quei giorni con improvvisi strappi colmi di speranza. Perché è quresto che gli artisti americani di ogni tipo volevano trasmettere in quei giorni: una via di salvezza e di speranza contro la tentazione della resa.

Turn on the Bright Lights è una divinità ctonia che attende solo che le macerie di quella che resta una grande tragedia della modernità vengano rimosse, per rivelare al mondo le vie di una liberazione intravista dal sottosuolo solo attraverso lampi di sfolgoranti composizioni.

In quel periodo, nella oramai “periferica” New York alcuni gruppi si apprestavano a venir fuori dalle cantine tornando a mescolare, come una volta, elementi sonori ad istanze glamour: LCD Soundsystem, Yeah Yeah Yeahs e, in misura maggiore (seppur diversa nelle scelte stilistiche) The Strokes e Interpol, stavano riportando in auge quella new wave sporca ma stilosa al punto giusto. Inizialmente sembrano essere proprio gli Strokes il gruppo portabandiera del nuovo filone wave, ma molta critica non aveva fatto i conti con gli Interpol, la cui eleganza sonora e visiva sembra abbinata ad una maggior coscienza nello sviluppo dei testi, ermetici e criptici.

È lo Spirito del Tempo che permette agli Interpol di emergere in misura maggiore rispetto alle band a loro coeve, che pure recuperavano gli stessi modelli e stilemi a loro anteriori. È attraverso una maggiore consapevolezza che la band di New York riparte dopo l’implosione del rock e la sua deriva elettronica: lo fa attraverso un recupero di canoni senza fronzoli, meno artefatti, più vicini alla new wave britannica —palesi ma non pedissequi i richiami all’ondata post punk di Manchester, in primis a Joy Division nella timbrica di Paul Banks e ai Chamaleons soprattutto, per quanto riguarda la tessitura di alcuni brani — ma con uno stile meno dimesso e più rigoroso, più intellettuale e glamour, probabilmente meglio calzante con la loro provenienza newyorkese.

Ma quello della band non risulta una semplice operazione di recupero e riciclo glamour proprio in virtù di quella drammaticità di intreccio musicale e nichilismo testuale che filtra echi e riverberi della wave britannica attraverso la lezione intellettualizzata della Grande Mela, come già negli anni ’60 con i Velvet Underground e negli ’80 con le decomposizioni sonore dei Sonic Youth (PDA è un esempio di questo stile ma con una coda che termina il brano in chiave squisitamente pop).

Ma è sin dalla prima traccia che lo Zeitgeist drammatico scaturito direttamente da Ground Zero ci fagocita nelle macerie scomposte del rock: Untitled è una passeggiata tra detriti di una cattedrale fantasma, con la chitarra di Daniel Kessler che immediatamente rivela la propria pervasività compositiva grazie ad un intro delicatamente ossessivo, acuto, che si attacca ad orecchie e cervello. Il basso profondo di Carlos Dengler, la voce baritonale di Paul Banks, i testi scarni ci immergono in quell’atmosfera adombra, malinconica e spaesante che pervade l’intero album. Sembra di camminare al rallentatore tra i resti delle torri, mentre la fine del brano ci lascia così…rallentati e sospesi nell’ombra.

In Obstacle 1 la chitarra di Kessler sembra disegnare il corrispettivo sonoro delle lamiere contorte e dell’acciaio piegato di Ground Zero. Protagonista di riff taglienti e sostenuta da quella di Banks, qui più che in altri episodi del disco, si può rintracciare quella che è forse l’influenza più grande che gli Interpol rielaborano con grande sapienza, gusto e stile: l’intreccio chitarristico che ci giunge dai Television, band tra i padri fondatori della new wave newyorkese che dominava la scena cittadina sul finire degli anni settanta.

Echi e riverberi ombrosi e drammaticamente svogliati introducono una ballata subterranea che, nonostante testi dal nichilismo clamoroso (Subway is a porno, the pavement they are a mess/I know you’ve supported me for a long time, somehow i’m not impressed) rendono NYC il vero apice emozionale dell’intero album. La dilatazione sonora esplode improvvisamente, offrendoci squarci affilati di una luce che sembra filtrare esattamente dalle crepe di Ground Zero per porgerci barlumi di speranza

It’s up to me now
Turn on the bright lights

Zeppo di referenze altissime e nobili, ma ricolmo in ogni nota di quella cifra stilistica propria delle grandi band, l’album ha un incedere sicuro e senza cali: Say Hello to the Angels regala qualche tratto degli Smiths, seppur più indurito, mentre l’eterea Hands Away, con gli strumenti che entrano uno alla volta, è un altro ossequio alla wave britannica che improvvisamente diviene vortice musicale per poi implodere e spegnersi con grazia e bellezza rare.

Il turbinio sonoro sembra far risplendere anche momenti di una allucinante malinconia grazie ad un ricorso alla psichedelia cara agli anni sessanta: Stella Was a Diver and She’s Always Down ne è un esempio lampante, ancor più magniloquente nella schizofrenica The New: intro dolce e melodico, ancora smithsiano in alcune parti, con i testi che si aprono in confessioni che sembrano riecheggiare una richiesta di aiuto (I can’t pretend i need to defend, some part of me from you) proveniente direttamente dalle macerie di Ground Zero. Laddove Kessler fa esplodere la sua chitarra arrovellando in una eco di riverberi il malinconico canto di Banks, precedentemente introdotto dal basso cupo di Carlos D. il brano diviene un continuo perdersi tra luci e ombre, alla ricerca di una via di uscita verso una quotidianità probabilmente perduta.

La normalità invocata, ambita dal popolo statunitense si riverbera nella chiusura di Turn on the Bright Lights, ponendosi come “l’altra metà della grande mela”, ovvero l’esistenza e la consuetudine notturne e oscure ma, come natura umana richiede, volte verso nuove prospettive. La traccia che chiude l’album, Leif Erikson, prende il nome dall’esploratore islandese (pronipote del norvegese Erik il Rosso) che per primo giunse in America, nell’isola di Terranova, intorno all’anno mille: è un brano evocativo, impavido trasporto verso qualcosa di sconosciuto e nuovo, buio ma ricolmo di una fiducia che è imbevuta di ricordi.

All the people that you loved
They’re all bound to leave some keepsakes

Leif Erikson rappresenta la chiosa perfetta di un viaggio dall’inferno, da quelle macerie della società capitalistica del fulcro della grande metropoli segnata e vinta, ma che accenna a rialzarsi dopo tragici eventi. Turn on the Bright Lights nella sua interezza è dunque pervaso da una malinconia sottesa, da una dannazione metropolitana che non possono non derivare da quella che, purtroppo, rappresenta forse la più grande tragedia della società contemporanea.

Eppure l’arte riesce ad elevarsi anche al di sopra delle esperienze più drammatiche e, anzi, rappresenta probabilmente l’unica via d’uscita dall’angoscia quotidiana.

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