La “bianca” Einaudi: breve storia della Collezione di Poesia

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Se si volesse tentare di dare una definizione del ruolo ricoperto dall’Einaudi nella storia della cultura in Italia, sarebbe doveroso partire dalla Treccani. Non a caso, la prima parola-chiave usata nell’enciclopedia per descrivere questa storica casa editrice è “identità”: qualcosa di fortemente riconoscibile e coerente nel tempo. Accanto ad essa, un ipotetico giochino delle coppie stimolerebbe ad aggiungere l’aggettivo “multiforme”, così da spiegare ancora meglio il lavoro di sintesi einaudiano tra giovanile atteggiamento critico verso il presente e rigore intellettuale, studio e sperimentazione, scientificità e militanza, classicità e modernità, durata e innovazione. Riassumendo in tre parole, tanto care a Giulio editore quanto dense di significato, un’ “editoria del sì”.

Questo concetto si articolava –almeno fino alla crisi finanziaria di metà anni ’80 e al suo definitivo passaggio al gruppo Mondadori datato 1994– nella costruzione di un’egemonia culturale attraverso un marchio inconfondibile, lo Struzzo Einaudi, e la plasmazione di un lettore fedele, colto ma non specialistico. Tutto inscindibilmente legato ad una visione politica, fattasi vera lotta e resistenza nel ventennio fascista, dichiaratamente di sinistra e ispirata dalle gesta dell’editore Piero Gobetti.

Quello che colpisce ancora oggi di questo ingranaggio non è la sua infallibilità –ci si ricorda ancora, per esempio, del rifiuto di pubblicazione che Elio Vittorini addusse al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa– quanto la sua organizzazione fortemente orizzontale: la specializzazione di ogni membro su un aspetto della filiera non veniva mai messa in discussione ma era complementare ed intercambiabile rispetto a quella di tutti gli altri, dando luogo a dei veri e propri incontri-fiume, le riunioni del mercoledì, in cui intellettuali del calibro di Pavese, Calvino, Bobbio, Ginzburg si confrontavano su quali libri fare e quali invece scartare. Per rivivere oggi l’atmosfera di quegli scambi è possibile leggerne i verbali, pubblicati fuori collana a partire dal 2011 e disponibili dal 1943 al 1963.

In questo contesto fertile nasce nel 1964 la Collezione di Poesia Einaudi, definita poi unanimemente la “bianca” per la pulizia grafica che caratterizza ancora oggi le sue copertine. Essa costituisce una delle più longeve e importanti collane di genere della storia della letteratura italiana e vanta più di 460 titoli. La proposta di creare una collana ad hoc per la poesia fu di Angelo Maria Ripellino, famoso slavista e poi traduttore di alcuni dei testi pubblicati; nel 1963 lo studioso scrisse a Calvino per sottoporgli la sua idea e l’anno dopo si poté cominciare con i primi titoli. L’esistenza di questa serie di opere non è altro che la conferma di un rigore applicato a tutte le componenti del prodotto libro. Nella meravigliosa intervista di Severino Cesari all’editore, confluita nel libro Colloquio con Giulio Einaudi (1991), emerge l’importanza di concepire una copertina che non creasse disturbo ottico al lettore.

C’è di più: anche su questo versante il confronto costituiva uno step fondamentale. Bruno Munari, l’uomo dietro alla veste grafica essenziale della Collezione di Poesia assieme a Max Huber, non “faceva le copertine”, era parte di un processo decisionale più ampio a cui partecipavano lo stesso Einaudi, Giulio Bollati, il direttore tecnico Oreste Molina. Per la verità Munari ideò negli anni ’60 altri esempi di copertine rimaste nell’immaginario comune, improntando i suoi lavori su un’eleganza ridotta all’osso e limitata ad alcuni, indimenticabili, particolari: le strisce rosse orizzontali della Nuova Universale Einaudi, il quadrato colorato su campo bianco per il Nuovo Politecnico (rosso) e per i Paperbacks (blu). L’elemento prezioso della “bianca”, raro esempio di coerenza immutabile nel tempo, è invece la presenza dell’estratto poetico direttamente in copertina, esposto immediatamente all’occhio attento del lettore. Egli viene dispensato dal giudizio limitante della sola quarta e invitato ad entrare sin dal principio nello stile di scrittura dell’autore. Pochi altri elementi sporcano la superficie immacolata: autore e titolo, il nome del traduttore e del curatore –quando presenti–, l’immancabile Struzzo e il nome dell’editore; una sottile linea nera orizzontale separa queste informazioni dal testo. Anche il formato, 11×18, rimarrà invariato negli anni ad eccezione di Didascalie per la lettura di un giornale di Valerio Magrelli (1999).

La collana è un contenitore di poesie di tutte le epoche e fa dei testi tradotti un punto di forza del proprio percorso: i primi tre scritti pubblicati in assoluto sono di un autore russo di fine Ottocento, Fëdor Ivanovič Tjutčev, e di due geni del teatro moderno quali Samuel Beckett e Bertold Brecht. Uno studio di Jacob Blakesley, A Sociological Approach to Poetry Translation: Modern European Poet-Translators, evidenzia come fino al 1989 il rapporto tra le poesie pubblicate in traduzione e quelle italiane sia 70%-30%. A questo proposito è lunga la lista di importanti scrittori e intellettuali che hanno contribuito come traduttori per la “bianca”: tra gli altri Beppe Fenoglio ha curato i testi di Coleridge, Mario Praz si è occupato di Thomas Elliot e Salvatore Quasimodo di Neruda. Nel corso degli anni si sono susseguite antologie poetiche da tutto il mondo e, in particolare, è stato dato spazio a voci tedesche, francesi, russe, israeliane, americane, persino cinesi, con tanto di curiosi ideogrammi a coprire lo spazio dell’inconfondibile copertina.

Dal 1990 in poi il rapporto percentuale tra testi tradotti e poesia autoctona cambia radicalmente e si riduce a 51%-49%, facendo emergere una decisa risalita degli scritti italiani, soprattutto contemporanei. Vi cominciano a pubblicare autori come Gabriella Leto, Alda Merini, Patrizia Cavalli, Gabriele Frasca e, più recentemente, Michele Mari e Aldo Nove. Nel segno di una sperimentazione continua la collana si apre addirittura al dialetto lombardo con l’uscita della raccolta Vûs (1997), ad opera di Giancarlo Consonni. Anche per la lingua italiana si è voluto seguire la linea di antologie che raccogliessero le nuove proposte poetiche più interessanti: le più recenti sono datate 1995, 2004, 2012.

Come si colloca nel 2019 la “bianca” Einaudi, considerando che sul genere poesia rimangono pregiudizi sul suo scarso valore commerciale, tradotto in un suo abbandono sempre più repentino? Innanzitutto le pubblicazioni della collana si sono stabilizzate su otto titoli l’anno. Un dato interessante è l’incessante ristampa dei titoli più datati del catalogo, così da renderne disponibili sul mercato 250, più della metà del totale. E da qui emerge una tendenza curiosa, confermata dal direttore editoriale Mauro Bersani: se i nuovi titoli vendono tra le 12mila e le 15mila copie l’anno, le ristampe vanno da 20 a 25mila copie. Per chiarire meglio l’entità di queste informazioni: le Poesie di Pablo Neruda, raccolta pubblicata nel lontano 1965, sono arrivate nel 2010 alla trentunesima ristampa, vendendo circa 115mila copie. Le Poesie in inglese di Samuel Beckett, uscite come accennato sopra nel 1964, alla soglia del 2000 sono arrivate alla dodicesima ristampa.

A prescindere dai dati delle vendite, è innegabile che la poesia sia diventata anche un fenomeno social. Sull’onda del progetto Movimento per l’Emancipazione della Poesia, generatosi per le strade con la stampa di poesie più o meno lunghe su semplici fogli bianchi attaccati ai muri e su Facebook per documentare il tutto, i più giovani si sono riscoperti lettori appassionati di versi. Questo ha giovato anche alla Collezione di Poesia, oggi presente sui post di veri e propri influencers della letteratura come il profilo Instagram laideanfossi, seguito da più di 57mila followers. Un vero e proprio caso editoriale sui media 2.0 è stato quello di Michele Mari, autore per la “bianca” di Cento poesie d’amore a Ladyhawke nel 2007. Egli ancora prima della pubblicazione di queste poesie era un affermato romanziere, traduttore e accademico, ma la consacrazione definitiva al pubblico generalista è avvenuto proprio con questo testo, con cui ha venduto 25mila copie. Se si compie una ricerca su Instagram cercando l’hashtag relativo al titolo esatto dell’opera, il risultato sarà una serie di più di 3500 post, un dato certamente forte vista la sua lunghezza e la conseguente possibilità di generare più refusi rispetto a un hashtag corto. La stessa Einaudi sembra oggi aver capito l’immediatezza di questa piattaforma, essendo molto attiva nell’interazione con gli utenti nelle stories: tutto questo ha avuto come risultato la creazione di circa centoventimila post con l’hashtag personalizzato della casa editrice e un nuovo abito ritagliato su misura per la poesia, come nessuno avrebbe immaginato appena dieci anni fa.

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