La Meglio Gioventù: la storia recente d’Italia e il suo significato

Molti sono stati i registi che hanno provato a raccontare la storia di un Paese così turbolento come il nostro. Alcuni con fortune alterne, altri con più successo, ma mai come ora opere di questa taratura acquisiscono significato. Perché se da un lato la lotta per fare prevalere alcune ragioni ha coinvolto milioni di italiani, dall’altra un’aria conservatoristica ha sempre fatto pressione perché le cose rimanessero allo stesso modo. Questo traspare anche in opere con altri approcci, come ad esempio Romanzo Criminale di Michele Placido, dove alcuni organi dello Stato deviati hanno contribuito in maniera determinante a mantenere quell’ordine costituito, dove a vincere sono sempre gli stessi. Ma il tema sarebbe decisamente più ampio, ed arriva agli albori della costituzione di uno Stato unitario, e che Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha racchiuso in una brevissima esclamazione: “Tutto cambi, affinché nulla cambi”. Questo perché, a quasi venti anni dall’inizio del Terzo millennio, lo stato di salute intellettuale italiano non è dei più floridi, tra i tormenti di una crisi economica che stenta a passare ed il ritorno ad istinti che credevamo fossero sopiti.

Fortunatamente, come spesso capita, è l’arte a farci comprendere alcuni passaggi della nostra storia. Così Marco Tullio Giordana riesce nel 2003 a ricreare in una lunghissima pellicola la storia d’Italia, dai primi anni Sessanta (dove tutto era possibile) agli anni Duemila. La sceneggiatura de La Meglio Gioventù è del duo composto da Sandro Petraglia e Stefano Rulli e fa eco a gran voce nell’opera, con dialoghi e situazioni in cui si saranno rispecchiati in tanti, riportandoli ad esempio all’alluvione di Firenze nel 66’, dove da tutta Italia partirono giovani volontari per salvare e preservare l’enorme patrimonio artistico.

Le vicende italiane ovviamente vengono scandite da una famiglia, tema pressoché imprescindibile nella nostra storia, con le vicende dei Carati, ma soprattutto dei due fratelli Nicola e Matteo, interpretati da Luigi Lo Cascio ed Alessio Boni, che essendo principalmente attori di teatro donano ancora più enfasi e credibilità ad i due personaggi. Il regista milanese non si fa mancare nulla, dalle contestazioni del 68’ alle falangi eversive, da Tangentopoli all’avvento della Lega Padana che voleva sconfiggere i corrotti per poi farne parte, senza dimenticare le stragi di mafia dei primi anni Novanta. Una storia che colpisce non solo per la forza prorompente dei turbamenti italici, ma anche per una famiglia di quelle che oramai si stenta sempre più a ritrovare, con dei valori ed una voglia di fare unici. Il papà in particolare, interpretato da Andrea Tidona, personaggio che non può che fare tenerezza con i suoi consigli.

Il film si permette delle citazioni del massimo spessore intellettuale italiano, come non pensare a quello che forse ne è stato il massimo esponente, Pier Paolo Pasolini e la sua raccolta di poesie dal titolo omonimo, per non parlare del già citato Il Gattopardo, che viene addirittura pronunciato sommessamente da uno dei primi inquisiti per lo scandalo che rappresenterà una vera e propria condanna a morte per la Prima Repubblica italiana. L’ennesimo merito che va riconosciuto alla pellicola è di essere assolutamente sopra le parti: nulla può indurre lo spettatore a pensare a qualsiasi schieramento di qualsivoglia natura, il film mantiene una distanza netta senza esprimere una propria opinione (quella dovrà farsela lo spettatore), assumendo un tono documentaristico.

La storia che certamente colpisce maggiormente è quella di Alessio Boni (Matteo), con tutte le sue contraddizioni ed il suo fare solitario, che nasconde una interiorità estremamente fragile con il suo umore che potrebbe interamente racchiudere da D’Annunzio a Fogazzaro, ricordando l’Alain Delon de La prima notte di quiete e condividendone lo stesso beffardo destino. Vengono affrontati durante le ben sei ore di pellicola anche argomenti spinosi della società del Bel Paese, come l’apertura dei manicomi. Lo stesso Nicola (Lo Cascio) è allievo di Franco Basaglia, che ispirato dallo psichiatra ungherese Thomas Szasz riformò radicalmente l’assistenza sulla sanità mentale nel nostro Paese.

Probabilmente dopo Novecento di Bertolucci, che si interrompe con la fine del Fascismo, il regista meneghino riallaccia la storia d’Italia proseguendo sino alla fine del secolo breve e condividendone la durata, che non pesa affatto, anzi immerge lo spettatore nelle vicende di Olmo ed Alfredo prima, quanto in quella della famiglia Carati dopo. A differenza della pellicola del compianto regista di Parma però, il cast è interamente italiano ed annovera tra le proprie fila veri e propri talenti, di cui molti cresciuti a pane e teatro: oltre i sopracitati ci sono una bravissima Jasmine Trinca, sorprendente dopo il Morettiano La stanza del figlio, e Sonia Bergamasco, attrice poliedrica che ha lavorato con vere e proprie autorità in ambito teatrale come Carmelo Bene e Giorgio Strehler.

L’opera fece incetta di premi, dall’“Un Certain Regard” al festival di Cannes a ben sei David di Donatello, massimo premio per la cinematografia italiana. La riflessione a cui ci obbliga il film, di un Paese dai mille volti ed idiosincrasie, lo rende uno dei patrimoni di questa Nazione, da proiettare nelle scuole, forse troppo sopite da anni di tagli e da docenti calati dall’alto, che badano solo ad incensarsi il politico di turno. 

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