Vice: un film sul lato nascosto della politica americana

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Dopo il successo e l’Oscar per la miglior sceneggiatura ottenuti con La grande scommessa, film che si addentrava nei meandri del tracollo finanziario del 2008, Adam McKay ha deciso di concentrarsi nuovamente su un argomento delicato  e un po’ spinoso, analizzando, attraverso una lente del tutto particolare, i trascorsi 50 anni della politica statunitense.

Vice, per l’intera durata del quale la vicenda non seguirà un andamento regolare a causa dei frequenti salti temporali e flashback, si apre su una situazione di estrema tensione i cui i funzionari della Casa Bianca si trovano a dover rispondere all’attacco alle Twin Towers. A essere portato al centro dell’attenzione questa volta non è il Presidente degli Stati Uniti, come forse sarebbe naturale aspettarsi, bensì un personaggio fondamentale che viene descritto come “l’uomo nell’ombra”: protagonista indiscusso è Dick Cheney, magistralmente interpretato da Christian Bale, di cui la pellicola ripercorre, per mezzo di un narratore atipico – Kurt, veterano fittizio delle guerre in Afganistan e Iraq – l’ascesa fino alla vicepresidenza degli Stati Uniti d’America.

La strada che porta Cheney all’apice delle sua carriera è scandita dai salti temporali presentati al pubblico sullo schermo: dal 1963, anno in cui trova un lavoro ma si trova a fronteggiare seri problemi d’alcolismo, la narrazione prosegue nel 1969, anno decisivo in cui entra come stagista alla Casa Bianca durante l’amministrazione Nixon, ed è proprio lavorando sotto il consulente economico di Nixon, Donald Rumsfeld (Steve Carell), che Cheney diventa un esperto politico. A seguito delle dimissioni di Nixon, Cheney assume diversi incarichi, prima come Capo di gabinetto della Casa Bianca per il presidente Ford, poi come Segretario alla Difesa sotto il presidente George H. W. Bush durante la Guerra del Golfo. Durante la presidenza di Clinton, Cheney diventa l’amministratore delegato di Halliburton e un “falso epilogo” afferma che Cheney ha vissuto il resto della sua vita dedicandosi al settore privato. A questo punto, mentre scorrono i titoli di coda e la vicenda sembrerebbe essersi conclusa, il film, invece, continua: Cheney è stato invitato a diventare un alleato di George W. Bush (Sam Rockwell) durante le presidenziali del 2000. Infine, il film ritorna all’indomani degli attacchi dell’11 settembre, quando Cheney e Rumsfeld determinano le invasioni statunitensi di Afghanistan e Iraq.

L’epilogo vero e proprio della pellicola è drammatico e sorprendente allo stesso tempo: il narratore Kurt, intento a raccontare l’addio di Cheney alla sua famiglia dopo un altro ricovero in ospedale, viene ucciso in un incidente automobilistico mentre fa jogging. A marzo 2012, il suo cuore sano viene trapiantato in Cheney. Come ultimo gesto, un irato Cheney rompe la quarta parete e consegna un monologo direttamente al pubblico, affermando di non avere rimpianti per le azioni intraprese nel corso della sua carriera.

Altri personaggi chiave, che affiancano costantemente Cheney, sono la moglie Lynne, interpretata da Amy Adams, e le due figlie Liz e Mary.

Insomma, dalla produzione di Dede Gardner e Jeremy Kleiner (che ora include anche Brad Pitt), alle musiche ad opera di Nicholas Britell  fino ad arrivare al montaggio di Hank Corwin, Vice ripropone sul grande schermo la descrizione raffinata, vivace e senza filtri del delicato equilibrio degli assetti politici. Le relazioni di potere sono presentate sottilmente, mentre il ripercorrere gli anni della carriera di Cheney aiuta il pubblico a comprendere chi siano i veri attori della politica mondiale. Il risultato è un che trova la sua collocazione a metà strada tra il documentario e il cinema di fiction, che lo rende certamente uno dei migliori film del 2018.

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