Mark Hollis: l’ascesa dei Talk Talk e la vita privata

Qualcuno, tra il serio ed il faceto, tempo fa ipotizzò che il New Romantic fosse stato una sorta di movimento punk per la musica elettronica. Una fase, un approccio, una posa e mentalità. Un elemento catalizzatore per portare synth e orpelli alla massa non per forza sofisticata, senza troppa perizia, dietro frizzanti maschere dipinte dei colori accesi del glam rock. Qualche riferimento a Bowie e Roxy Music, due passi a far shopping tra phard e vestiti eccentrici, qualche incipit tastieristico con poche note della mano destra, tre o quattro visini androgini ed ammiccanti. Perché in fondo la presenza scenica, il carisma, sono discreti manichini su cui vendere bene la tua stoffa. Da qui le ossessioni per Simon Le Bon, lo sguardo piacione e più retro di Tony Hadley o l’atteggiamento bohémien di David Sylvian. Presenze di notevole impatto per l’audience, di giovanissime e non, interessata a diverse declinazioni di quello spirito ambiguo anni 70 lussureggiante e sinuoso.

Mark David Hollis non era così. Non lo diciamo per suo particolare vanto o difetto, semplicemente quella non era una carta che avrebbe mai giocato. Lui, a cui madre natura aveva donato un aspetto assai più “normale”: un fisico mingherlino, un volto da tipico britannico della working class e quell’aria e orecchie a sventola da bimbo monello di un racconto di Mark Twain.

Inizia molto giovane, guarda caso, proprio con il punk, qualche demo con una band chiamata “The Reaction”, che però dura pochissimi anni. Arrivano quasi subito i Talk Talk, che si propongono di suonare agli esordi questa forma di New Romantic che appare subito “diverso”, ad esempio dagli artwork. Grazie al sodalizio con James Marsh, straordinario artista che incrocia il cammino della formazione, quando il loro manager, Keith Aspden, decide di farli incontrare fin da subito. Da quel legame nascerà la copertina del loro esordio, che era l’interpretazione visuale che James aveva del loro moniker.

Il primo istante di un matrimonio artistico simbiotico e senza tempo, album e artwork dei Talk Talk si muoveranno di pari passo, crescendo sempre più profondi, quasi tenendosi per mano. Non meramente “Bei prodotti”, ma una successione evolutiva del tutto calzante e coerente, da una parte la natura suggestiva dei paesaggi allegorici di Marsh, dall’altra la malinconia new wave di Hollis, pennellata di art rock nel senso più puro del termine. L’audience arrivava a metter le dita sui vinili di It’s My Life o The Colour of Spring per i loro singoli, rimanendo poi rapiti dall’intero, grande quadro artistico. Di una band che si stava evolvendo, come i colleghi Depeche Mode ad esempio ma, rispetto ai musicisti di Basildon, la loro proposta non andava per nulla d’accordo con quella “musica per le masse” con cui anche Martin L. Gore scherzava. I Depeche continuarono a sfornare singoli, per quanto adottassero elementi e soluzioni sperimentali, i Talk Talk no. La vena esplorativa di Hollis li portò verso dischi che erano un unico flusso di coscienza ricercata, da cui non potevi semplicemente estrarre un frammento più semplice e portartelo a casa come un souvenir.

Mentre la loro musica migliorava passo dopo passo, invecchiando sempre meglio come il vino, la band salutava le classifiche senza troppi drammi ne particolari annunci emancipatori. Se The Colour of Spring già era un inno a pentagrammi sofisticati tra ambient, rock alternativo e wave labirintica, the Spirit of Eden divenne la piena consapevolezza di un territorio inesplorato fatto di momenti ispirati al jazz d’autore, sussulti psichedelici, musica classica e un pop che potremmo definire progressive senza sentirci troppo funambolici nelle definizioni. Che, come dichiarato dallo stesso Mark, erano da sempre il sogno della sua formazione. Finalmente avevano abbastanza danaro per concedersi anima e corpo a strumenti più acustici e metter più da parte i tappeti di sintetizzatori. Assoldando una serie imponente di collaboratori alla coorte di quella voce così funambolica, che le sillabe quasi le accartoccia con il suo timbro unico nel suo genere.

I Talk Talk passano ore ed ore con il proprio produttore Tim Friese-Greene, non escono letteralmente dallo studio finché non ottengono il sound che vogliono con le improvvisazioni che cercano. Verso la fine delle session però, la Emi è un po’ perplessa del risultato e chiede ad Hollis di ri-registrare buona parte del materiale al fine di renderlo maggiormente appetibile, in un periodo (la fine degli anni ottanta) in cui già in generale le stelle del new romantic stavano sciogliendo le loro ali di icaro verso il sole e precipitavano nell’oblio. Ma i Talk Talk non ne fanno realmente un dramma, non hanno mai voluto realmente aver quei riflettori, la loro cera non si deperiva, è materiale semmai per le loro sculture sonore, che non saranno intenzionati ad intaccare. Spirit of Eden esce esattamente così com’è, divenendo uno dei più grandi capolavori del decennio. Influenzando un ventaglio di band che va dai Bark Psychosis ai Sigur Ros, Mogwai, Low fino a Steven Wilson e i suoi Porcupine Tree, che non di rado bagnerà il suo progressive rock nelle loro tinte malinconiche.

Il rapporto con la Emi, già compromesso, va definitivamente in rovina per ragioni legali e per l’uscita della raccolta Natural History e il successivo disco di remix, che escono con una tracklist nemmeno non approvata dalla band. Mark Hollis furioso per l’ingerenza della label li porta in tribunale. Della seconda raccolta dichiarerà addirittura “Non ho mai ascoltato questo materiale ne ho intenzione di farlo, ma in generale non voglio avere a che fare con gente che mette in commercio della roba che non ha a che fare con me. Ho sempre avuto a cuore l’importanza di lavorare con persone con cui mi fido. La loro attitudine è sempre vitale per me. Prima di musicisti, devo apprezzar loro come persone”. Parole che peseranno nel proseguo dell’avventura sonora.

Hollis e la band vincono poco più tardi la causa, che riguardava anche royalities mai pagate, e la label fu costretta a distruggere le copie rimanenti delle suddette raccolte. Durante la disputa legale va in scena l’ultimo atto di un decennio artisticamente favoloso: Laughting Stock, che vedeva oramai una lineup ridotta a Mark e Lee Harris, sotto la Verve Records, che praticamente distribuiva quasi solo roba jazz. Il che fa ben comprendere quanto i “reduci” avessero a cuore le sorti commerciali del loro prodotto, che si stava plasmando in lunghe e poetici intermezzi strumentali, snodati in atmosfere pianistiche di atmosfera tra violini, contrabassi, hammond, viole e perfino quale loop registrato alla rovescia.

Un lavoro certosino da un anno di preparazione che impiegò (e sfruttò) un produzione cristallina che era basata dalle fascinazioni che Hollis aveva per Tago Mago dei Can e In A Sentimental Mood di John Coltrane. Qualcuno, con una migliore sintesi rispetto alla mia, lo definirebbe post rock. Uno dei primi esempi. A tutti gli effetti un disco jazz suonato da artisti con una background rock, in cui spremere fino all’ultima goccia della loro alchimia al fine di terminarlo. Al punto da saper già in cuor proprio, prima di mandarlo in stampa, che sarebbe stato l’ultimo.

Prima di offrirlo alla critica però, Hollis avrebbe dovuto fare un ultimo sforzo, andare a commissionare a James Marsh per l’ultima reale volta una copertina per un disco inedito dei Talk Talk. Inizialmente Marsh disegnò un agglomerato di uccelli che ne creavano uno più imponente, intorno ad un panorama desolato. Ma Mark insistette affinché gli donasse un albero. Un qualcosa che avrebbe simbolicamente piantato lui, in connessione con il precedente disco. Nella versione finale l’album ebbe proprio quei volatili, ma compositi in un ordine a formare i continenti terrestri. Il cerchio si era chiuso così bene, che era diventata una sfera perfetta.

La critica impazzì, il pubblico fu meno grato, senza rendersi successivamente conto che quel Laughting Stock l’avrebbe sentito comunque in altre centinaia di dischi, defluito per influenze stilistiche, approccio e ideologia visionaria. Mark Hollis, oramai disilluso verso lo showbiz, ricomparve solo nel 1998, per un disco solista che odorava del velluto crimisi di un sipario elegante, intimo e sentito: di un prezioso teatro jazz di periferia misto all’indole cantautorale. “Questo materiale non è stato composto per essere suonato dal vivo”, disse il cantante ad un magazine olandese, mentre il suo album debuttava nelle classifiche in patria appena al 53esimo posto per poi scivolare via, per sempre. Perché la sua anima artistica si stava scollando definitivamente dalle sue ingombranti scarpe, come un’ombra che oramai appassisce al congedarsi del sole.

Per Hollis, che già non calcava più un palco da una decina di anni, giunse il momento di vivere la sua vita. Life is what you make it non era in fondo solo un titolo. Escludendo comparsate varie su alcuni dischi e un jingle commissionato per un documentario, la sua strada mediatica finisce davvero su queste righe, con umiltà e pragmatismo. “Ho scelto la mia famiglia” dichiarò alla medesima intervista al Music Minded, “magari c’è gente capace di fare ambedue le cose, ma io non riesco ad andare in tour ed essere un buon papà allo stesso tempo”. E lo abbiamo visto, ad Hollis i compromessi proprio non piacciono.

Non cederà mai alle sirene dello spettacolo: né per dei revival tour, né per battere in altro modo cassa. La sua strada da performer riguarderà solo la sua dimora, i suoi due figli e la sua moglie. Per i successivi 21 anni della sua esistenza.

Un arco temporale che forse nemmeno è bastato al mercato discografico per “digerire” quanto di buono avesse fatto in un frangente di tempo, che invece sembrava così esile e timido, come lui, allontanatosi infine nel silenzio che aveva già precedentemente accolto con serenità.

Muore infatti il 25 febbraio 2019, ma si può definire realmente scomparso qualcuno che era già andato via?

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