Aldo Nove, Woobinda: cos’è la letteratura “cannibale”

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“Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure e Vegetal. Mia madre diceva che quel bagnoschiuma idrata la pelle ma io uso Vidal e voglio che tutti in casa usino Vidal”.

Per esordire così, come scrittore di prosa rivolto al pubblico generalista, ci vuole un certo coraggio. La penna è quella di Aldo Nove e l’incipit che stiamo leggendo apre la sua raccolta di racconti Woobinda e altre storie senza lieto fine.

Siamo nel 1996 e parliamo di un anno un po’ particolare per la letteratura contemporanea italiana. A voler essere più precisi l’avvicinarsi alla fine del secolo ha acuito quel sentimento dominante della vita postmoderna che potremmo semplicemente chiamare il “venire dopo” qualcosa. E questo è senza dubbio tangibile non solo nella letteratura di casa nostra ma anche su scala mondiale. Un saggio di Armando Petrucci del 1995, contenuto nell’importante studio Storia della lettura, riporta che, diversamente dal passato, la lettura non è più il principale strumento di acculturazione. A sostituirla sono stati i mezzi audiovisivi. Chi scrive in questo periodo ha quindi più che mai la sensazione di farlo dopo l’avvenuta morte della letteratura. Come è possibile riuscire a venire a patti con tutto questo per chi si accinge a pubblicare un libro?

La questione potrebbe arricchirsi di innumerevoli risposte ma è interessante porre l’attenzione, come prima accennato, su alcune uscite italiane del 1996 che molto dicono su determinate tendenze del nostro Paese in quegli anni. Una di queste è appunto Woobinda di Aldo Nove, che deve il titolo ad una serie tv australiana andata in onda sulla Rai negli anni ’70. Le altre due sono, non a caso, anch’esse antologie di racconti: Fango di Niccolò Ammaniti e Gioventù cannibale di autori vari, fra cui gli scrittori delle prime due opere citate e, tra gli altri, Andrea G. Pinketts e Daniele Luttazzi. Le tre pubblicazioni presentano una evidente comunanza di temi e stili e per questo motivo critici letterari e addetti ai lavori, in un animato dibattito sui giornali di quei mesi, diedero a questo gruppo di autori il nome di cannibali. Non fu mai, per la verità, un movimento coeso dall’interno e si esaurì piuttosto rapidamente, rapportandolo ai tempi lunghi della letteratura. Però si trattò di qualcosa che percepì in anticipo il cambiamento in atto nelle arti e nel linguaggio, servendo da cartina di tornasole per la società dell’epoca.

Il fil rouge che si può seguire all’interno di queste storie è una rappresentazione sistematica ed esplicita della violenza e del sesso. I corpi dei personaggi sono esposti allo sguardo del lettore senza alcun tipo di tabù. Se Leonardo dissezionava per studiare meglio l’anatomia, qui non c’è alcun tipo di regola o morale: sventramenti e mutilazioni si susseguono grotteschi, sin quasi alla parodia. Interessante è anche l’operazione attuata sul linguaggio, su cui pesa la scelta di attingere a piene mani da modelli anti-letterari. Sfogliando queste antologie si possono ritrovare parole afferenti ai gerghi giovanili di strada, ai palinsesti televisivi, alla musica delle boy band degli anni ’90, al cinema di genere, ma anche parolacce e bestemmie.

In riferimento al mondo cinematografico, un brillante studio del critico letterario Marino Sinibaldi –Pulp. La letteratura nell’era della simulaneità (1997)– ha evidenziato un parallelismo tra questo tipo di letteratura e il cinema di Quentin Tarantino. Il termine pulp –letteralmente “mucchio di materia organica, vischiosa, umida, soffice”– lo ritroviamo già dall’inizio del Novecento e indicava quei magazine popolari e di largo consumo stampati su pasta lignea, dai contenuti dozzinali. Tarantino ha saputo convogliare tutto questo nella sua poetica filmica, lasciando che la materia rozza delle pagine si trasformasse in sangue e altri umori corporali. Dai pulp magazines a Pulp Fiction. I mondi immaginati dal regista americano si aprono alla totale contingenza degli eventi, scomponendosi e ricomponendosi di volta in volta. Così come nei racconti di Nove, Ammaniti, Massaron. Il risultato è la creazione di un mondo che potremmo definire “di grado zero”, tanto privo di valori quanto aperto alle contingenze, ai ribaltamenti, al contraddittorio. Una dimensione iper-reale, tanto da sembrare comica e manierista. È la letteratura che si tradisce senza snaturarsi, aprendosi alla velocità del consumo e alla simultaneità degli avvenimenti. La forma racconto è, a questo proposito, la più adeguata perché si presta a una facilità di fruizione che una narrazione di più ampio respiro non riuscirebbe a garantire.

Woobinda è una raccolta di 50 raccontini, poi ampliata dall’uscita di Superwoobinda nel 1998 con due storie in più. Sin dalla prima pagina ci troviamo di fronte a una società postuma e residuale: un’Apocalisse è effettivamente avvenuta. Si vive oramai in un presente eterno e reiterato, solcato da grandi piccole tragedie. Terribili, ma allo stesso tempo anestetizzate dal loro continuo e inutile ripetersi. Il sovrano incontrastato è il tubo catodico, messaggero dell’unica verità rimasta: la Merce.

La peculiarità di questi piccoli racconti è quella di chiudersi spesso a metà di una frase o di una parola, come se il lettore fosse nel bel mezzo di uno zapping televisivo e lasciasse in sospeso ciò che un attimo prima stava leggendo (guardando) con avidità. Il racconto Il bagnoschiuma, di cui ho riportato l’incipit, termina così:

“Misi i cervelli dentro il lavandino e pulii bene l’interno delle loro teste con lo Scottex. Ci versai dentro il Pure & Vegetal, dovevano capire che t

Aldo Nove

Il feticismo per i prodotti si è talmente assolutizzato che una piccola devianza di abitudini porta il ragazzo ad impazzire e a fare a pezzi i propri genitori.

Il limite è spinto ancora oltre quando la merce diventa parte del corpo stesso, creando un inquietante ibrido. In Vibravoll un apparecchio per la segnalazione delle chiamate in entrata diventa un oggetto con cui masturbarsi: la merce produce tutta la libido di cui l’essere umano ha bisogno. L’identità individuale ne risulta completamente cancellata, le uniche indicazioni dei personaggi che vengono date al lettore sono il nome, l’età e il segno zodiacale, come in un beffardo rimando ai casting di un concorso di bellezza o di un quiz a premi:

“Sono una ragazza di ventisette anni. Mi chiamo Stefania e sono Ariete Cuspide Toro.”

“Sono un ragazzo buono e semplice, dei Gemelli”.

Se i rapporti familiari, come abbiamo potuto notare, diventano grotteschi, anche il modo di intendere l’amore ricalca una vistosa alienazione. In Pensieri tutto il “romanticismo” del protagonista viene convogliato verso le ragazze del varietà Non è la rai perché:

“L’amore è una cosa seria. Alle due e mezza mi sintonizzo su Italia 1.”

Alcune storie individuali si intrecciano a volte con gli avvenimenti della Grande Storia, restituendone una versione ancora più inquietante. Ruanda cita il genocidio del 1994 avvenuto nel Paese africano, ma nelle pagine di Aldo Nove l’immane tragedia viene subito semplificata: grazie agli apparecchi portatili lo spettatore può accedere all’evento in diretta letteralmente quando vuole, anche in bagno. La realtà si serializza e diventa anch’essa un programma televisivo da consumare distrattamente. Una menzione speciale merita il racconto Vermicino, dove si accenna al famoso caso di cronaca nera riguardante Alfredino Rampi. Il 10 giugno 1981, all’età di 6 anni, Alfredino cadde in un pozzo artesiano di Vermicino, oggi frazione condivisa di Roma Capitale e del comune di Frascati. Ogni tentativo di salvarlo si rivelò vano e dopo tre giorni di agonia se ne decretò l’avvenuta morte. Il caso ebbe un notevole impatto sull’opinione pubblica italiana poiché la Rai portò avanti una diretta di 18 ore di fila per seguirne gli sviluppi in tempo reale. Fu il primo avvenimento in Italia ad essere trasmesso sotto forma di “maratona televisiva”. Nove, ancora una volta, offre al lettore la prospettiva distorta del telespettatore medio:

“Questo Vermicino, io lo ricordo. Perché forse è stato il momento più bello della mia vita, te lo racconto così come è successo, con la luce spenta tutti alzati insieme a guardarlo. C’era silenzio. Era notte. Diventava sempre più notte a guardare Vermicino alla tele. Eravamo milioni di persone e lui giù, lì da solo.”

Il cambiamento epocale non consiste nella televisione che entra nelle nostre case, d’altronde era già avvenuto da anni. Siamo noi ora ad essere caduti nel “fosso” della televisione, portandoci dietro Alfredino e non potendo aspettarci una fine diversa dalla sua:

“Mi ricordo l’espressione di Alfredino, sui giornali, sempre quella, che chiudeva un po’ gli occhi per il sole, con una canottiera a righe. Prima che cadesse nel fosso della televisione. Allora quando viveva così, un bambino normale, anche molto carino era senza la diretta notturna.”

Cosa rimane, oggi, di queste pagine?

Per tentare di dare una risposta è interessante citare nuovamente il saggio di Marino Sinibaldi, il quale si è soffermato sul tipo di fortuna di cui avrebbe goduto questo tipo di letteratura e su quale esempio di etica continuare a seguire dopo un immaginario di scrittura così brutalmente crudo. Per quanto riguarda la prima questione, lo studioso ipotizzava due strade: scimmiottare pedissequamente questi modelli come puro esercizio di stile e sanguinaria ferocia o pensare per la letteratura una nuova vitalità fagocitando tutti i linguaggi letterari e non, creando un interessante ibrido. Visto il rapido esaurimento del movimento cannibale si può arrivare alla conclusione che una vera rivoluzione dei linguaggi non sia passata essenzialmente da questo episodio letterario. La seconda questione, prettamente etica, al contrario gli attribuisce meriti: invece di adeguarsi a una mera logica spettacolare della violenza, che di letteratura non avrebbe più avuto bisogno, questa parentesi ha reso possibile una presa di coscienza, mediata dall’eccesso e dall’ironia, di realtà forti e atroci e di veri e propri tabù, fra cui possiamo sicuramente annoverare un tema di strettissima attualità come la violenza sulle donne.

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