Dark City: trama, significati ed estetica del film di Alex Proyas

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“Prima c’era l’oscurità, poi vennero gli stranieri. Erano una razza antica quanto il tempo, erano padroni della più potente delle tecnologie: la capacità di alterare la realtà fisica con la sola forza di volontà. Loro chiamavano questa capacità accordarsi, ma stavano morendo: la loro civilità era vicina alla fine, perciò lasciarono il loro mondo in cerca di una cura per la loro mortalità. Un viaggio infinito li condusse fino a un piccolo mondo azzurro, nel più remoto angolo di questa galassia: il nostro mondo. Qui pensavano di aver trovato ciò che cercavano”

Un misterioso dottore cammina tra le strade di una grande città che allo scoccare della mezzanotte si ferma completamente, come congelata; un uomo si risveglia senza memoria in una stanza non sua, accanto a lui il cadavere dilaniato di una prostituta; una misteriosa dark lady canta una bellissima versione di Sway in un locale notturno. Dark City, uscito nel 1998 e passato quasi inosservato, è il terzo lungometraggio di Alex Proyas, il regista greco-australiano che quattro anni prima aveva raggiunto il successo mondiale con Il Corvo, ancora oggi cult per intere generazioni. Con questa pellicola Proyas non riesce a ripetere il successo del suo precedente lavoro, ma consegna alla storia del cinema il suo film migliore: un riuscitissimo mix di generi in cui la fantascienza, il noir e il fantasy si mescolano alla perfezione dando vita a una favola per adulti dall’atmosfera davvero unica, un film completamente al di fuori dalla propria epoca e di difficile collocazione all’interno di un unico genere.


La trama del film

La storia si svolge in una grande metropoli sulla quale non sorge mai il sole. Una misteriosa civiltà aliena ha preso il controllo della città e dei suoi abitanti ed ora sta conducendo strani esperimenti: grazie ad un potere telepatico che permette loro di controllare la materia, gli alieni riescono ogni notte a bloccare la città e i suoi abitanti, scambiando le loro vite e alterando i loro ricordi. Non si sa di preciso da quanto tempo questi esseri siano arrivati tra noi, si suppone che sia accaduto anni prima, ma essi hanno trovato un complice nello psichiatra terrestre Daniel P. Schreber (Kiefer Sutherland), che li aiuta nei loro esperimenti. Da qualche parte nella città, un uomo (Rufus Sewell) si sveglia nella vasca da bagno di una stanza d’albergo, senza ricordare minimamente nè il proprio nome nè che cosa stia facendo lì: nella stanza con lui c’è il cadavere di una donna, una prostituta, e ovunque ci sono segni di collutazione. Per quanto nè sa, potrebbe essere lui stesso l’assassino. Prima ancora di rendersi conto di cosa stia succedendo, l’uomo riceve una telefonata: è il dottor Schreber che gli intima di fuggire al più presto da lì, spiegandogli che la sua perdita di memoria è dovuta ad un esperimento fallito.

Quell’uomo è la chiave di tutto: come scopriremo subito dopo, il suo nome è John Murdoch e come tutti gli altri abitanti della città è una cavia. Attraverso la tecnologia aliena, che è in grado di sintetizzare i ricordi in forma liquida, e per mano degli esperimenti di Schreber (che mescola tra loro questi ricordi sintetici dando vita ad identità fittizie), gli “stranieri” hanno creato un vero e proprio zoo umano: dentro questa città-prigione gli alieni studiano il comportamento umano notte dopo notte, modificando di volta in volta la struttura della città e cambiando ricordi ed identità ai suoi abitanti terrestri. Un semplice operaio e la moglie possono addormentarsi di colpo a mezzanotte e risvegliarsi milionari pochi minuti dopo, il tutto con una semplice iniezione di Schreber, che fornisce loro la nuova identità, e con una trasformazione dell’ambiente circostante messa in atto dai poteri telepatici degli alieni. Lo scopo finale di questi esseri (parassiti simili ad insetti, che per assumere forma umana abitano i corpi dei cadaveri) è scoprire i segreti dell’anima umana e per farlo compiono studi sulle memorie individuali dei terrestri che differiscono dalla loro memoria che invece è collettiva (nonché fonte dei loro poteri telepatici). Creando nuove identità alle cavie e studiando i loro comportamenti, gli stranieri sono convinti di poter scoprire “cosa ci rende umani” e di utilizzarlo come rimedio al non meglio specificato male che li sta portando all’estinzione.

Schiavo di questo meccanismo perverso, John Murdoch era destinato a trasformarsi in un serial killer grazie ad una nuova identità che stava per essergli iniettata da Schreber, ma qualcosa è andato storto e l’imprinting (ovvero l’assunzione della nuova memoria/identità) non ha funzionato. Come se non bastasse, John ha sviluppato inoltre un potere che nessun altro umano ha mai avuto: in seguito al fallito esperimento è in grado anch’egli di accordarsi, potendo quindi utilizzare gli stessi poteri degli stranieri ma mantenendo comunque un’identità individuale.
In fuga dagli stranieri che vogliono proseguire gli studi su di lui e dalla polizia che lo cerca in quanto sospettato dell’omicidio di sei prostitute (dal momento che l’imprinting ha funzionato per tutti tranne che per lui), John cerca rifugio a casa sua, dalla moglie Emma (Jennifer Connelly, che in questa realtà lo ha da poco tradito con un altro uomo), che però è controllata a vista dall’ispettore Bumstead (William Hurt), determinato a catturare ed assicurare l’uomo alla giustizia. Confuso e inseguito da tutti, John inizia a notare qualcosa di strano negli abitanti della città: nessuno riesce a ricordarsi come uscire dai suoi confini e raggiungere Shell Beach, una località marittima nelle vicinanze. Parallelamente alla storia di John scopriamo anche quella dell’ispettore Bumstead, il quale ha un collega di nome Walenski (Colin Friels), apparentemente uscito di senno, che nei suoi deliri parla di una città labirinto dalla quale è impossibile fuggire e sostiene di vivere in una realtà alterata in cui nessuno è ciò che sembra (è convinto infatti che persino sua moglie sia in realtà una perfetta estranea): anche lui, come John, è vittima di un imprinting fallito, tramite il quale ha scoperto la verità sugli stranieri, solo che a differenza del protagonista non riesce a trovare la forza per reagire e si suicida lanciandosi sotto un treno proprio sotto gli occhi di John, che l’ha incontrato dopo aver tentato invano di lasciare la città (cosa che nessuno può fare, dal momento che è impossibile prendere l’unico treno diretto a Shell Beach).

Dopo aver ritrovato quasi per caso il vecchio zio Karl (John Bluthal), che gli mostra alcune diapositive della sua infanzia felice a Shell Beach, John ha un’ulteriore conferma del fatto che l’intera realtà in cui vive è fittizia: sul suo braccio infatti non c’è traccia di una vecchia ustione che si sarebbe dovuto procurare da bambino in un incendio. Una volta appurato che nemmeno suo zio ricorda nè come uscire dalla città nè l’ultima volta in cui ha visto il sole, John fugge di nuovo (Karl ha avvisato Emma della sua presenza), ma è raggiunto dagli stranieri, che nel frattempo hanno iniettato ad uno di loro tutti i falsi ricordi di John, per avere maggiori possibilità di rintracciarlo. Salvato dall’intervento provvidenziale di Bumstead ed Emma, che erano sulle sue tracce, John comincia a raccontare loro tutto ciò che ha imparato sugli stranieri, sull’accordarsi e sulla città: Bumstead comincia a rendersi conto di non ricordare nulla della luce del sole e della vita fuori dalla città, e comincia anch’egli a capire.

Dopo essersi reso conto di essere innamorato di Emma (nonostante quella sia probabilmente la prima volta che i due si baciano), John è raggiunto dagli stranieri e costretto a fuggire insieme a Bumstead. I due riescono a raggiungere e catturare il dottor Schreber, che rivela loro tutta la verità sugli stranieri (che controllano l’intera città dai bassifondi, attraverso l’uso di una complicatissima macchina) e li conduce ai confini della città. Lì, i due protagonisti scoprono un’ultima e terrificante verità: la città non è sulla terra, ma fluttua nello spazio siderale circondata da una bolla d’ossigeno. Gli alieni hanno rapito una quantità di terrestri anni prima e da allora li tengono prigionieri in una città-prigione che hanno costruito su misura per loro, basandosi su stili ed epoche differenti.

Tutti i ricordi di ogni singolo abitante sono stati estratti e rimescolati, al fine di creare nuove identità, e gli umani della città non sono altro che topi in trappola.

Dopo essere stato catturato dagli stranieri (che hanno ucciso Bumstead e usato Emma come merce di scambio) John è fatto prigioniero e sta per ricevere l’imprinting della memoria collettiva aliena, per condurre gli stranieri alla scoperta finale, ma riceve un aiuto inaspettato per mano di Schreber, che inietta in lui dei ricordi modificati nei quali gli illustra come utilizzare i propri poteri per sconfiggere gli stranieri e controllare le loro macchine.

Risvegliatosi con una nuova coscienza dei propri poteri e perfettamente “addestrato”, John ingaggia una lunga battaglia con gli stranieri, che riesce a vincere in quanto ormai superiore a qualsiasi altro essere senziente.

Dopo aver fatto sorgere il sole e creato un mare intorno alla città, John (che ormai ha i poteri di un dio) incontra di nuovo Emma, che ora ha una nuova identità e non ricorda nulla della vita precedente: nonostante ciò la donna sembra comunque attratta da lui, e il film si chiude con i due che si incamminano verso Shell Beach, ora finalmente raggiungibile, mentre sulla Dark City splende alto il sole.


Estetica e significati

Dark City arriva nei cinema nel 1998, un anno prima di Matrix. Basta un rapido sguardo alla trama per capire che i punti di contatto con il fortunatissimo cyberpunk delle sorelle Wachowski non sono pochi (anzi!), ma ci sono tanti altri elementi che rendono il film di Proyas molto più che un curioso precedente, a partire dal design della città. Ideati dal production designer Patrick Tatopoulos (che aveva già lavorato a Il Corvo) e modellati sulla base degli incubi espressionisti della Metropolis di Fritz Lang, della città senza nome di Brazil di Terry Gilliam e della claustrofobica Gotham City del primo Batman di Tim Burton, la città di Dark City, la sua architettura, le automobili e i look dei suoi abitanti pongono il film fuori da ogni canone estetico del cinema degli anni novanta. Mai come questa volta la fantascienza si è fusa alla perfezione con l’estetica del noir classico, spingendo ulteriormente in avanti l’idea del retrofuturismo: le scene iniziali del film potrebbero tranquillamente provenire da Il Mistero del Falco o da un qualsiasi altro classico degli anni quaranta e cinquanta. Le scene ambientate nei sotternei, inoltre, sconfinano nel puro steampunk, tra complessi ingranaggi e macchinari dalla tecnologia chiaramente analogica. L’aspetto particolare della città e la sua capacità di mutarsi e cambiare forma ha lasciato inoltre un segno indelebile nell’immaginario di Christopher Nolan, che durante la genesi creativa di Inception ha preso come modello di riferimento proprio Dark City per dar vita ai mondi sognati in uno dei suoi film più personali, riprendendo tra l’altro un concetto chiave alla base di questo film come anche di alte è pellicole quali Matrix, Il Tredicesimo Piano e Memento: la realtà che ci circonda potrebbe non essere vera. Se questo è il concetto principale su cui si basa tutta la trama del film, non meno importante è il discorso che emerge sulla natura umana alla fine di Dark City: non sono i nostri ricordi a fare di noi ciò che siamo e a renderci buoni o malvagi; la sede della nostra anima non è nel cervello, come credevano gli stranieri.

Nonostante siano trascorsi anni dalla sua uscita nelle sale di tutto il mondo e forse anche a causa dell’evidente declino artistico della carriera di Proyas (che non è più stato in grado di raggiungere questi livelli), Dark City rimane ancora oggi un piccolo cult per una ristretta cerchia di appassionati, forse ancora messo in ombra dall’illustre successore del 1999 che per diversi anni ha monopolizzato il concetto di realtà alternativa al cinema. Oggi è quasi doveroso riprenderlo in mano per il piacere di scoprire una delle perle dimenticate degli anni novanta, un film davvero originale in ogni suo aspetto, leggermente datato nella resa di certi effetti speciali digitali ma ancora potentissimo nella messa in scena e nelle sue atmosfere. Un film davvero imperdibile.

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