Il silenzio, i suoni, la musica: dentro l’arte di John Cage

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“I suoni se ne stanno nella musica per rendersi conto del silenzio che li separa”

Al termine del Secondo conflitto bellico mondiale, negli USA si percepiva un clima di profondo ottimismo. L’economia americana, dopo aver superato la tremenda crisi del 1929, tornava a crescere ad un ritmo incalzante, alimentando un benessere economico diffuso tra la popolazione, accompagnata da un fenomeno di espansione delle aree metropolitane. Le città divennero luoghi caotici, rumorosi, ma allo stesso tempo effervescenti e affascinanti, sede di numerosi artisti attratti dal magma metropolitano.

È in tale contesto che si situa la carriera artistica di John Cage. Nato a Los Angeles nel 1912 e deceduto a New York nel 1992, città in cui ha trascorso gran parte della sua vita, John Cage viene considerato dalla critica musicale uno tra i maggiori esponenti della musica d’avanguardia. Il suo stile compositivo, derivato dal musicista austriaco Arnold Schoenberg, si riallaccia alla fisicità della vita e alla libertà del rumore di rivelarsi in ogni istante. Per tale motivo, i suoi brani non sono più incentrati sullo sviluppo armonico e sulla costruzione di una struttura tonale, ma sono le durate dei suoni e del silenzio a caratterizzarlo, ed è proprio la pausa musicale l’essenza principale del brano, la quale lascia filtrare nella composizione, i rumori casuali presenti nella natura circostante. Suono, silenzio, tempo e casualità della natura sono le varianti su cui è concentrato lo studio musicale di Cage.

Le fonti concettuali del musicista statunitense provengono dal Taoismo, dal Buddhismo Zen, studiato per tre anni con il filosofo Teitaro Suzuki, ed infine da un incontro artisticamente prolifico proprio con Marcel Duchamp e Robert Rauschenberg, con cui ebbe una parentela artistica molto forte. Rauschenberg rimase estasiato dalla sperimentazione che Cage portava avanti, tant’è che i due collaborarono in un progetto chiamato “Oracle”. Tale opera era composta da cinque brani realizzati per il museo di Amsterdam, dove il suono radiofonico, emesso da alcune radio collegate ad un dipinto, si trasformava nel suono-rumore provocato dall’accostamento di oggetti contrastanti tra loro. 

Invece con Duchamp, Cage condivideva delle idee artistiche similari, infatti in entrambi gli artisti, il punto di partenza dell’arte era la mente e il compositore statunitense sosteneva che la musica deve cambiarne le modalità percettive, agendo sulla sua parte più profonda: l’inconscio.

L’intento di Cage era quello di ampliare le fondamenta dell’arte musicale, introducendo nella composizione il suono casuale, proprio come Duchamp fece nell’arte pittorica, per testimoniare la presenza di un principio che si estende al di là dell’Essere.

Marcel Duchamp, Rumore segreto, 1916

L’introduzione del caso nell’opera d’arte consente la liberazione dai dualismi logici, ma il suo effetto non è quello di aprire la strada alla libertà semplicistica di composizione, piuttosto quello di porci in una situazione più complessa rispetto a quella determinata dal solo volere del compositore. Il principio della casualità non è contenuto nell’individuo stesso, ma è al di fuori di esso e risiede nella natura perché essa non conosce intenzioni, proprio come recita il libro dei mutamenti cinese I Ching:

“Gli effetti consci sono sempre soltanto limitati, perché prodotto da un’intenzione. La natura non conosce intenzioni, e per questo è tutto così grande in essa.”

Cage, attraverso la casualità, vuole rappresentare la natura, ma non nelle sue forme esteriori, bensì il suo principio regolatore che sta alla base delle loro manifestazioni, ricercando quindi il centro della natura, madre dei diecimila esseri.

Cage, per permettere che la casualità della natura circostante si manifesti nell’opera musicale, introduce il silenzio, il quale diventa importante tanto quanto gli elementi sonori, costituendo anch’esso parte integrante della struttura di un brano. Il silenzio, come il vetro nella Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche di Marcel Duchamp, è quella tranquillità che oltrepassa la logica binaria e le contrapposizioni che ne conseguono, dilatando il tempo fra due suoni, in modo tale da concedere ai rumori casuali del traffico fragoroso della metropoli, di entrare a far parte a tutti gli effetti di un brano.

Marcel Duchamp, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche, 1915-1923

Il silenzio è lo stallo di una superficie bianca su cui si manifesterà l’inchiostro, è il blocco della logica che permette il respiro alla totalità del Cosmo. Con il silenzio della coscienza viene annullata l’illusione, così come la relatività delle forme e dei suoni. È in quell’istante che è possibile cogliere la profondità del reale, con tutta la sua complessità, guidati dall’artista che squarcia il velo che offusca la nostra visione.

Secondo Cage il silenzio non è contrapposto al suono ma coesiste insieme ad esso nell’opera, dove ogni nota è il centro del mondo ma è sempre in relazione con il silenzio, senza il quale il suono non potrebbe manifestarsi. La musica udibile limita il proprio raggio d’azione nel manifesto, ma ricordiamo che i suoni sono la traccia tangibile del silenzio e questo implica la sua transitorietà, quindi come ogni elemento corporeo, anch’esso è destinato a diventare cenere che fluttua nell’aria. Il mutevole ha sempre la sua radice nell’immutabile, infatti il suono, così come il corpo e tutto ciò che è manifesto e transitorio, è soltanto una bolla di sapone che scoppia sulla superficie del silenzio. Secondo Cage è necessario introdurre anche l’elemento eterno nella musica, perché tutto non scivoli via una volta che i suoni transitori si siano dissolti. È nel dissolversi di ogni cosa che l’ego individuale scompare nel silenzio e una volta messa a tacere l’individualità, ecco che viene liberata la luce dell’armonia interiore del Sè: centro ed autentica essenza dell’uomo. È nel Sè che l’uomo vi ritrova ogni luce, ogni suono e la propria natura.

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