Fabrizio De André, Fiume Sand Creek: una poesia di violenza e dolore

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Ma chissà a cosa pensava quando quella mattina l’ha scritta. Chissà cos’era successo a Fabrizio de André. Certo, non sono la prima a chiederselo e le teorie si rincorrono da prima che nascessi. La verità è che non lo sapremo mai, perché potrebbe essere la metafora di tante storie e forse quella da cui hai iniziato è rimasta sua. Camuffandosi, non l’ha dovuta spiegare.

Fiume Sand Creek è questo, il racconto di una notte calata come un coltello sulla sua vita. O sulla vita di qualcuno che aveva in mente. O se vuoi, il racconto di qualcosa che è successo anche a te. In forma di fiaba quasi, di racconto lontanissimo, visto dagli occhi di un bambino- accantonando dolore, grida, il tempo di esprimere l’ovvio.

Partiamo dall’episodio originale: il massacro di Sand Creek risale al 1864 e costò la vita a oltre 150 persone delle tribù Cheyenne meridionali, che vivevano in un’ansa del fiume Big Sandy Creek. L’accampamento fu attaccato da 700 soldati della milizia statale comandati dal colonnello John Chivington, a dispetto dei vari trattati di pace firmati dai capi tribù locali con il governo statunitense.

Il Faber scrisse la canzone assieme a Massimo Bubola e la incise nell’album Fabrizio De André del 1981, noto anche come “L’indiano” per la copertina dedicata ad un nativo americano a cavallo (si tratta di un’opera olio su tela del 1909 dell’artista statunitense Remington).

L’episodio di partenza è una tragedia ai danni di innocenti.

La stoffa che lui riesce a estrarre dal baule delle cronache americane diventa materiale per un sentimento che possiamo indossare tutti: quello che proviamo subito dopo essere stati privati di qualcosa. E nel nostro dolore unico, riusciamo a riconoscerci in un testo che ci racconta l’universale.

La forza del Fiume Sand Creek è questa unione di musica e testo e i rimandi, molteplici. De Andrè parte da una storia vera e la spoglia dai vincoli storici, rendendola così lirica: perché con immagini semplici racconta un dolore che nessuna descrizione avrebbe afferrato. Così non è più la storia del Sand Creek, ma la storia del dolore di tutti.

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura

Incipit fortissimo, ci getta da subito in mezzo alla vicenda: il tema, ci avvisa, è l’ingiustizia perpetuata da un loro non specifico. E forse neanche ci importa chi: l’informazione che deve afferrare l’ascoltatore è questa, che siamo rimasti privi di un ingranaggio fondamentale nella nostra vita.
Più avanti specificherà che è stato quel generale figlio di un temporale: dovendolo definire, cerca un’immagine che renda il senso di tuono improvviso. Di più, dell’evento che ha fatto tremare tutto. È successo tutto così in fretta.

La seconda riga rinfocola il senso di ingiustizia: è una luna morta precoce, come le vittime di ciò che sta per essere raccontato. Oltretutto, vittime innocenti. E la musica animata dalle percussioni incede, e capiamo poco dopo a cosa si riferisce.

I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte
E quella musica distante diventò sempre più forte

Così sono arrivati i cavalli, improvvisi come un temporale: e capiamo che quel ritmo è lo stesso dei loro zoccoli in corsa. Se riascolti il primo minuto, quasi puoi vederli correre, provenienti dall’orizzonte.

Così improvvisi, così irrefrenabili: oltre al senso di ingiustizia e di brevità, entra ora nel testo quello di impotenza.

Quello che provi quanto un evento grave ti trapassa: e hai la sensazione che qualcosa sia cambiato per sempre quando l’albero della neve Fiorì di stelle rosse.

Sono immagini semplici e immediate, che subito ti entrano sottopelle.

Tirai una freccia in cielo
Per farlo respirare
Tirai una freccia al vento
Per farlo sanguinare
La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek

E ora è rimasto qualcosa da dire?
No, e non si può commentare.

Ci viene raccontata con una storia di altri una storia universale: quella di un evento che ci cambia improvvisamente. Di una violenza che come una notte cala improvvisa a portare via l’innocenza della voce narrante.

Sì, è un testo amaro e l’artista non va oltre il suo dolore. Non crede che sia possibile quando lo scrive e si limita a descriverlo senza personalizzarlo. E così è un testo che diventa di tutti.

De André riesce a raccontare ciò che solitamente richiede silenzio utilizzando delle istantanee e la musica. Ed è proprio la musica che rende il senso della nostra storia, tanto che corre-quasi mimando gli zoccoli dei cavalli-verso il momento in cui la voce narrante realizza cosa è successo.

Non servono altre spiegazioni, come una serie di immagini rende universale un sentimento così intimo come il dolore. E lui rende perfettamente le sensazioni, senza aggiungere altro-non avrebbe voluto, non credeva ci fosse un senso. Non cerca un motivo per ripartire, ma crea un quadro dove chi può riconoscersi si sente meno solo. Conferma così, in silenzio e senza insegnamenti, che era musicista e poeta allo stesso livello.

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