After Life: la vita oltre la morte secondo Hirokazu Kore’eda

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Secondo Dante, le anime che popolano il Limbo vivono tese nell’inappagabile desiderio di vedere Dio. In vita non hanno commesso alcun peccato e in loro il dolore non è provocato da pene fisiche, ma da uno struggimento eterno che si concreta in un’interminabile lagnanza. Avvicinandosi al Cerchio Dante non ode pianti o grida, ma ininterrotti, dolenti sospiri. Per il regista nipponico Hirokazu Kore’eda, invece, il Limbo sfoggia il bucolico outfit di una sorta di stazione ferroviaria abbandonata. In attesa d’essere trasferite in un paradiso che sarà ritagliato su misura per loro, le anime dei trapassati si trascinano per gli spogli corridoi della struttura.

Allo scopo di permettervi d’entrare al meglio nell’atmosfera del film Wandafuru raifu (After Life, 1998), voglio invitarvi a fare un piccolo esperimento. Immaginate d’essere morti e che sia l’alba di un lunedì mattina qualunque. Morti da poco intendo, una manciata di ore, al massimo di giorni. Un’anziana signora, poco espressiva ma dai modi piuttosto compassati, vi accoglie all’ingresso di un fatiscente edificio ferroviario e vi invita ad accomodarvi in una saletta tra le cui mura siedono già alcune persone. Voi cercate la stanza tra le tante presenti nell’edificio, vi sedete ed attendete il vostro turno, guardandovi intorno rassegnati come se vi trovaste in coda alle Poste. Niente scheletri, clangore di catene, sospiri sommessi, nessuna pena eterna, solo una noiosissima maledettissima coda. Il sole dell’alba inonda timidamente i volti che vi stanno attorno ed il vostro, scoprendo le rughe di alcuni e rivestendo di seta la fresca epidermide di altri. Qualcuno guarda l’orologio, un altro si fissa la punta delle scarpe, nessuno sembra essere sorpreso, spaventato, intimorito. Un ragazzotto emaciato sfoggia un abbigliamento aggressivo, punk. Ticchetta nervosamente con le dita sul bracciolo di plastica verde della sedia. Tichitic tichitic. Ad un certo punto chiamano il vostro nome e vi invitano a sedervi ad una scrivania. Dall’altra parte vi attende un simpatico giovanotto che esordisce pacatamente con un: “You died yesterday”.  Vi viene poi spiegato che in quel luogo soggiornerete per una settimana e che dovrete nel frattempo scegliere, possibilmente entro mercoledì, il ricordo più bello che portate con voi. Il giovanotto, se necessario anche attraverso l’ausilio di una ricca documentazione concernente ogni aspetto della vostra vita, vi aiuterà quindi a scandagliare a dovere quest’ultima, aiutandovi nell’impresa a cui siete stati chiamati. Bene, una volta che avrete fatto la vostra scelta, il prezioso ricordo sarà messo in scena grazie ad un cast quanto meno singolare: le anime degli altri trapassati. Queste si caleranno per voi nell’esistenza che avete appena terminato, vestiranno i vostri panni, per voi reciteranno quel breve frammento d’esistenza, il più felice. Il sabato assisterete alla proiezione del filmato e, finalmente, sarete liberi di andare ad abitare per sempre quel ricordo.

Bene, esperimento finito. Come vi sentite? Siete stati capaci di scegliere un ricordo in cui vivere in eterno?

Quanto vi abbiamo raccontato non è che l’antefatto di una vicenda che legherà tra loro un pugno di anime, e viene illustrato nei primi dieci minuti di film. Inoltre, il punto di forza di After Life non sta nella trama che, seppur delicata e ben congegnata, passa in secondo piano rispetto alle azzeccatissime scelte scenografiche e ai dialoghi. Questi ultimi, astraendosi spesso e volentieri dal plot, si fanno infatti riflessioni sull’esistenza umana in generale. Non soffrendo per giunta di quella pedanteria tipica di certo cinema d’autore europeo, per cui la verbosità sembra essere un valore aggiunto, la sceneggiatura corre via lieve, pur percorrendo senza ritrarsi la solennità di certe tematiche.

La domanda alla base del film, seppur chiarissima, riassume a dovere l’intento del film: rendere attraverso la semplicità di poche immagini, di poche parole, di nudi simboli, tutta la complessità dell’esistenza e del reale. Non dimentichiamo d’altronde che il Giappone è la terra degli haiku.

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