I Diraq: un nuovo album di fronte ai grandi del rock

La serata è fresca. Eppure ai tavolini, fuori, nessuno rinuncia. Sono entrati come cani affamati, catapultandosi non appena la gabbia è stata aperta.
La porta, nel loro caso.

Tom Jones, con una mano a frugare ancora nel buffet e l’altra lasciata libera per gesticolare come un direttore d’orchestra affetto da scariche di spasmi muscolari, si dà arie da intenditore con i Franz Ferdinand che lo ascoltano, occhi roteanti e bocca sigillata da un crocché per non polemizzare.

“Anche voi qui per…”
“… i Diraq. Ovvio: e per chi, altrimenti.”

Outset è il disco in uscita. Cavi intrecciati su tavole di palcoscenico campeggiano al centro dell’enorme giardino che la sala cerimonie ha messo a disposizione.

“Hanno intenzione di farci aspettare ancora?”, si lamenta Johnny Cash, sbraitando elegantemente contro un addetto al suono che sistema gli ultimi jack disattivati.

“Pare che la chiave del nuovo LP dei Diraq sia surreale”, sibila Antony Hegarty, sostenuto animatamente da Marsha P. Johnson che addirittura ripete la riflessione al megafono, aggiungendo subito dopo uno slogan in favore dei diritti LGBT negli Stati Uniti e nel mondo intero.

“Zitta un po’, Marsh! C’è ben poco di sbandierato ai quattro venti nelle linee melodiche del gruppo perugino… sempre a urlare!”, l’apostrofa Nancy Sinatra, sorseggiando il suo Martini con aria annoiata e stivali da passeggio.

“Non solo, Antony. L’ho ascoltato proprio l’altro giorno, e mi è sembrato di percepire soprattutto echi di speranze in frantumi; storie di una provincia da cui Abeysekera e compagni vorrebbero si potesse propagare l’universo, per scardinare dall’interno le disuguaglianze di una società che sta soffocando nella sua personalissima battaglia contro i poveri”, sussurra baritonale Nick Cave in un fiato solo, per paura che la poesia delle sue parole scorra via per sempre.

I Diraq

Sono tutti in fila davanti al tavolo che si estende fino ad attraversare il giardino intero, stracarico di pietanze di ogni genere.

“A me ha colpito quel senso d’evasione che si nasconde dietro ogni verso, cantato con dolcezza e suonato con stile”, dice David Byrne, sorridendo appena nella sua posa plastica, con in mano un piatto pieno zeppo fino alla cima solo di olive ascolane.

“L’evasione non è possibile, però, se un cuore essiccato anela alla purezza ma non trova altra soluzione che non sia la violenza, come in Inglorious”, gracchia Trent Reznor, crocifiggendo con uno sguardo spiritato chiunque anche solo accenni a non condividere le sue parole.

“Magari potremmo credere un po’ di più nel dolore degli altri, che ne dici Trent? Affidarci a qualcuno che ha sofferto già, conosce bene le vie della città; che ci si è perso e ritrovato, che possa mostrarci il sangue che ha versato”, quasi rappa Fred Durst dei Limp Bizkit, facendo riferimento a Show your blood.

“Seguono il sentiero lungo il deserto, calpestando di sera tutta la sabbia che rallenta i passi che intercorrono tra un bar e l’altro; continuano il loro cammino, invocando preghiere alla luna”, dicono in coro i Calexico, accompagnandosi con un’acustica messicana e una tromba d’atmosfera.

Si sono tutti rimpinzati, ora è il turno delle conversazioni a ruota libera: patta slacciata per il troppo gonfiore addominale e chiacchiere ad libitum… e il concerto ancora non è iniziato!

“Silenzio, ubriaconi! Comincia la musica!”, latrano i Queens of the Stone Age, mentre le prime note si librano nell’aria della sera.

“È la filodiffusione, Josh”, replicano i Phoenix, ballando al ritmo dell’arrangiamento a metà tra soul e alternative-rock. La canzone scelta per intrattenere prima che inizi l’esibizione è Turning days, il singolo estratto in questi giorni.

“L’ho sentito alla radio stamattina, mi ha incuriosito e non poco. Mi ha fatto pensare che a volte le certezze della nostra vita c’incatenano, cancellando la meravigliosa possibilità di cambiare che il mondo ci offre quotidianamente”, elogia Tony Bennett, tra un sorso di Rum dominicano e l’altro.

“… e l’arrangiamento, poi, è impreziosito da musicisti che conosco personalmente”, si pavoneggia Ben Harper, facendo il brillante per aver suonato con Nicola Peruch. “Per non parlare di JM (aka Matteo Fioriti) e Antonio Gramentieri che completano la crew.”

Ed eccoli, i Diraq.

“Finalmente!” tuona Johnny Cash.

Popolano il palco, con carattere. Imbracciano i loro strumenti e attaccano a suonare. La musica è potente, scandita da immaginari desertici che mettono insieme rock ed elettronica, soul e pop, indie e blues, nello stesso piatto. Sono un fiume in piena. Poi si fermano. Guardano il loro pubblico.

“Vi siete chiesti perché siete qui, oltre a ingurgitare qualsiasi cosa uscisse dalla cucina?”, chiedono divertiti i musicisti umbri a cui è dedicata la serata. “Se siete qui è perché ognuno di voi ha lasciato qualcosa in ognuno di noi. Nelle nostre chitarre ci sono le vostre corde; nella nostra voce, i vostri timbri; nel nostro groove, le vostre sperimentazioni. Per cui, grazie.”

Restano tutti basiti, benché non ancora completamente sazi. Si godono il concerto, le sonorità di Outset, senza dimenticare l’omonimo Diraq e l’irrinunciabile Fake Machine, disco d’esordio e primo biglietto da visita che per la prima volta li ha fatti conoscere in giro per l’Italia, citando anche i tre pezzi dell’EP Higher Than This, tra cui quel Hound Dog Blues che li catapultò, a pieno titolo, nella compilation Pistoia Blues Next Generation Vol. 3 nel 2016.

Tira un vento piacevole quando, tra gli ultimi sorsi di ammazzacaffè, il pubblico si dirada come bambini che tornano a casa all’uscita della scuola. I Diraq ripongono gli strumenti, amici fedeli e armi di battaglia con cui rimediare al rumore della vita, e tornano a casa felici e soddisfatti d’aver saputo intrattenere una platea per niente facile da gestire.

I camerieri del ristorante smontano la sala e sparecchiano i residui: il Gran Galà della musica, per stasera, chiude i suoi battenti.

Diraq
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L’album Outset è in uscita nel 2019
Il singolo Turning Days è in streaming in questo articolo

Testo: Francesco Teselli

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